giovedì 12 aprile 2018

"Becouse" e gli altri strafalcioni

(la Repubblica, Ilaria Venturi)
 
"Because I'm happy" lo possiamo anche canticchiare con Pharrell Williams. I guai cominciano con la scrittura. Because è la parola più sbagliata nel mondo, replicata in ben 237 modi diversi. Ed è al top degli errori che gli italiani fanno in inglese (la scriviamo con la "o"). Gli studenti che imparano l'inglese lasciano per strada le lettere finali in bye e and, confondono il too con to, salutano con Hy (sarebbe Hi), dimenticano la "u" in beautiful e inciampano con especially e which. Curiosa analisi quella che offre la "Cambridge University Press" a partire da un Corpus di 1,8 miliardi di parole in lingua inglese. Un immenso database dove vengono catalogate anche oltre cinque milioni di prove di certificazione Cambridge English sostenute ogni anno nel mondo. Di qui la lista degli strafalcioni grammaticali più frequenti che fanno gli studenti nei diversi Paesi.

Gli italiani si confondono anche con avverbi e verbi: really e non very, there e non here; oppure do al posto del corretto go se vado a fare shopping, make al posto di do se faccio sport. Gli esperti non drammatizzano: i nostri studenti sono migliorati, anche se rimaniamo in fondo nel confronto con altri paesi. «In Toscana e nel Veneto il livello è alto, meno in altre regioni - spiega Patrizia Zanon, manager della Cambridge University press Italia - Gli errori spesso sono dovuti a parole di comune derivazione latina, ma con significato diverso. Il Corpus ci dice anche quali sono le trasformazioni della lingua avvenute in tempi recenti. Il senso è migliorare gli strumenti d'apprendimento. La lingua che s'impara a scuola è codificata, quella della strada è in continua evoluzione». Giovanni Iamartino, presidente dell'associazione italiana di anglistica, ricorda che l'inglese standard oggi è parlato solo dal 3% della popolazione britannica. «L'inglese scritto aggiunge - è rimasto il collante rispetto a quello parlato ormai in modi diversissimi».

L'Italia è il secondo Paese per numero di certificazioni Cambridge - 1,2 milioni di esami svolti negli ultimi cinque anni - ma gli studenti sono solo il 5% ogni anno e a prepararli è una scuola su tre. Ancora pochi. Eppure l'inglese ora s'insegna dalla primaria. «Il problema è come. I miei studenti arrivano al linguistico senza più motivazione perché non ne possono più di regole e grammatica - osserva Silvia Minardi, docente di inglese al liceo Quasimodo di Magenta, presidente dell'associazione Lend (Lingua e nuova didattica) - tredici anni di inglese a scuola fanno male all'inglese perché non basta introdurlo dalla primaria se non si guarda come viene insegnato. Manca la formazione dei docenti, e in più le ore sono state tagliate. L'inglese nella scuola è stato abbandonato».

martedì 10 aprile 2018

Maurizio Crippa: "La rivoluzione a parole? Dopo le elezioni è tornata la politica dei due forni"



La Terza Repubblica, una rivoluzione politica, il governo del cambiamento. Dopo il 4 marzo, all'indomani delle elezioni politiche, queste espressioni sono state più volte usate per descrivere la svolta dettata dal risultato delle urne. Ma la rivoluzione è iniziata molto tempo fa ed è iniziata soprattutto come una rivoluzione del linguaggio.


"Le rivoluzioni si fanno spesso prima a parole e la rivoluzione del Movimento Cinque Stelle è stata una rivoluzione segnata da una neolingua - spiega Maurizio Crippa, vice direttore del Foglio -  il Parlamento come una scatola di tonno da aprire con l'apriscatole, si fa lo streaming invece dei colloqui. Ora però mi sembra che, come spesso capita in Italia, sia già tempo di controrivoluzione e sta persino tornando di moda Andreotti e la politica dei due forni".

giovedì 5 aprile 2018

Lessico e nuvole, la rivoluzione a parole

(Il Foglio, Maurizio Crippa)


E' così tanto tempo, è già più di un mese, che sentiamo dire Terza Repubblica che quasi ci siamo convinti che sia vero, e tutto sia cambiato. Ma per adesso, mentre su al Colle saltellano i minuetti ingessati di sempre, l'unica cosa a essere cambiata è il linguaggio. Il loro, quello degli homines novi. Il vocabolario loro. 


Quelli che la Rivoluzione la fecero davvero, a parte la banalità di far rotolare un po' di teste nella cesta, la prima cosa che fecero fu cambiare il calendario. Sbocciava l'aprile, e lo chiamarono Germile. Luciano Canfora, proboviro della rivoluzione antica, l'ha inchiodato lì, Di Maio: "Questo signore usa vocabolari un po' schematici, rivoluzione vuol dire ben altro, queste parole vanno usate con molto garbo". 

Figli di un vaffanculo, hanno plasmato il popolo con la loro neolingua. Apriscatole, Psiconano, parlamentarie, Rigor Montis, blog e meetup. Sembrava facile, nuovo. E' bastato che passasse questo Ventoso del 2018: i fatti e i riti sono rimasti gli stessi, solo le parole sono mutate. Quel che era "inciucio" è diventato il possibile accordo, quello che era il "poltronificio" è diventata la normale divisione delle cariche tra i vincitori. Quello che era "lo streaming" è diventato "colloqui". Il "governo di cambiamento" fu quell'antica formula per la quale umiliarono Bersani, lo "stalker politico", in streaming. Ora il "governo del cambiamento" è la cosa che vogliono fare loro. Quel che era il "pdmenoelle" del comico neologista è diventato "spero di incontrare Lega e Pd". Quello che era "reddito di cittadinanza" è diventato un rafforzamento delle misure anti povertà. Quelli che erano i voltagabbana ora sono colleghi da ascoltare, e potrebbero essere i nuovi "responsabili". Quello che era il premier "nominato", non eletto dal popolo - a parte il vacuo "sento tanti nomi tranne il mio eppure ho preso 11 milioni di voti", come se davvero li avesse presi tutti lui - ora è un'ipotesi da tenere sul tavolo, o nella tasca della giacchetta. Il premier che verrà nominato non è più un tabù. 

La neolingua ha questo di pauroso e incantatore: che le nuove parole cancellano le vecchie, non sono mai esistite, mai pronunciate. Fino alla formulazione più acrobatica di tutte, Di Maio che vende al suo popolo "un contratto in cui scriviamo nero su bianco, punto per punto, quello che vogliamo fare". Manca solo che lo firmi da Vespa, ma tranquilli, ai neolinguisti non scappa una sillaba: "Niente a che vedere con certi contratti firmati davanti agli italiani in passato", ha detto, un secondo dopo aver capito di averla sparata grossa. Spararla grossa, una parola antica.