lunedì 3 luglio 2017

Fantozzi e la rivoluzione lessicale

Un omaggio a Paolo Villaggio nel giorno della sua scomparsa è legato alla maschera del personaggio più celebre e controverso, Fantozzi, la "prima vera maschera nazionale" ha sottolineato Roberto Benigni "con la quale ci ha umiliati e corretti" (1)

Una maschera capace di innovare il linguaggio. La creatività verbale di Fantozzi
è, per stessa ammissione di Villaggio, "forse il motivo del mio successo. Credo di potermi considerare un po’ il creatore di un nuovo lessico, di espressioni e parole non prevedibili" (2). Congiuntivi sbagliati (venghi, vadi, eschi), superlativi assoluti, allusioni e vezzeggiativi. "Io penso che sia proprio questo il successo fondamentale, quello che rimane: il fatto di non essere prevedibile dal punto di vista linguistico. La comicità di Fantozzi non è tanto nella situazione quanto nel linguaggio che la racconta, che diventa un linguaggio mai sentito prima, del tutto differente da quello normale" (3).

Aggettivi che non saranno più gli stessi: pazzesco, orrendo, tragico. Espressioni da effetto comico che entrano nel linguaggio comune: "megadirettore galattico", "salivazione azzerata", "sedie in pelle umana", "come è umano lei".

Una rivoluzione lessicale che nasce dallo stesso cognome del ragionier Ugo, Fantozzi appunto, e dalla sua derivazione, "fantozziano". Proprio con le definizioni di questi due termini ormai inseriti nei dizionari italiani, vogliamo ricordare oggi Paolo Villaggio.


Fantozzi

per anton. Figura di impiegato di modesta qualificazione professionale, perennemente frustrato e inadeguato alle situazioni della vita familiare e d'ufficio, ignobilmente servile con i superiori e perciò destinato a umiliazioni e fallimenti d'ogni genere: quello è proprio un f. (Hoepli)

s. m. [uso antonomastico del cognome del ragionier Ugo Fantozzi, personaggio comico cinematografico creato e impersonato dall’attore P. Villaggio], fam. – Uomo incapace, goffo e servile, che subisce continui fallimenti e umiliazioni, portato a fare gaffes e a sottomettersi ai potenti: oggi mi sento proprio un f.; i fantozzi della politica. (Treccani)


Fantozziano

agg. [der. di fantozzi (v. la voce prec.)], fam. – Di persona, impacciato e servile con i superiori: quel collaboratore è proprio una figura fantozziana. Anche, di accadimento, penoso e ridicolo: una situazione fantozziana. (Treccani)

(fam.) si dice di persona talmente ossequiosa nei confronti dei superiori da dar luogo a situazioni grottesche. Etimologia: ← dal nome del personaggio del ragionier fantozzi, creato dall’attore p. villaggio nel 1975. (Garzanti)


Note:
(1) Intervista di Roberto Benigni a SkyTg24, 3 luglio 2017
(2) e
(3) da "Fantozzi, è lei? No, siete voi ...", L'Espresso, http://espresso.repubblica.it/visioni/2016/11/28/news/fantozzi-e-lei-no-siete-voi-1.289508

lunedì 26 giugno 2017

Famiglia, onore, cupola. La mafia ci ha rubato anche le parole

Onore, cupola, piovra. Le mafie ci hanno rubato anche le parole, come emerge da una mostra organizzata nei giorni scorsi a Lamezia Terme dall'Istituto dell'Enciclopedia italiana Treccani nell'ambito di "Trame", il Festival di libri sulle mafie.

Sui totem della mostra campeggiavano alcuni vocaboli per lo più positivi cui le mafie, col tempo, ne hanno determinato un'accezione negativa. Pensiamo ad "onore" che proprio la Treccani identifica come un valore positivo che ha a che fare con la dignità personale e la considerazione altrui, parola di nobili radici che però ha ormai perso l'antico prestigio perchè al suo significato originario ha visto sovrapporsi un carattere negativo.

Ma non è l'unico caso. Ad esempio, la parola "famiglia" che comunemente indica quella "comunità umana in genere formata da persone legate fra loro da un rapporto di parentela, di affinità, e che costituisce l'elemento fondamentale di ogni società". Nel gergo della mafia, diventa una "associazione costituita in genere da componenti, parenti e amici di una stessa famiglia, che rappresenta il raggruppamento immediatamente inferiore alle cosca". O ancora, il vocabolo "piovra" rapidamente diffusosi attraverso cinema e televisione per alludere alla struttura tentacolare della mafia; o la parola "cupola" che nel senso di "cupola mafiosa" ha rovinato - come ha recentemente ricordato in una intervista a La Repubblica il linguista Giuseppe Patota - "una delle parole più belle della nostra storia culturale, una parola che rimanda all'arte".

Parole, tante e nobili, che la mafia ha rubato alla nostra lingua: clan, mazzetta, padrino, picciotto, rispetto. Di fronte a omicidi e stragi, il danno delle mafie alla lingua sembra poca cosa ma c'è comunque un "danno culturale che ne viene all'Italia enorme".

Poco più di 150 anni fa (era il 1865) nasceva il termine mafia, in origine maffia con la doppia 'f', ma nessuno forse allora avrebbe mai pensato che sarebbe entrato così prepotentemente e drammaticamente nel nostro vocabolario fino a diventare la parola italiana più famosa al mondo, più di pizza e pasta.

martedì 6 giugno 2017

Diego Cajelli: "Social media? Legioni di utenti che vivono una realtà parallela alla nostra"

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Verità o menzogna? Fake news e ruolo dei social media? "Da alcuni anni a questa parte la mia visione è decisamente critica, prima con la mia campagna contro le bufale di alcuni anni fa, poi con altre azioni e una serie di articoli critici. Manca completamente il lato di preparazione all’uso del web: un uso consapevole eviterebbe problemi", così Diego Cajelli, scrittore, sceneggiatore di fumetti, autore de "Il manuale illustrato dell'idiota digitale" (Panini Comics).