lunedì 31 dicembre 2007

Zampone

Chiudiamo l'anno con una parola succulenta che sarà la protagonista di molti piatti in tavola nelle prossime ore. Lo zampone.

Il termine nasce nel 1511 quando gli abitanti del feudo modenese di Mirandola, trovandosi accerchiati dalle truppe di Papa Giulio II della Rovere e prevedendo un lungo assedio, pensarono bene di escogitare un nuovo modo per conservare la carne dei pochi maiali rimasti: insaccarla nella pelle dello zampetto anteriore dei suini. E pare che anche il Papa assaggiato la prelibatezza si sia leccato i baffi.

E quale miglior augurio per il 2008 se non uno gastronomico che inneggia al cotechino, parente molto stretto dello zampone.

Oh Cotichin, null'altro a te somiglia
in fragranza e in sapor vivanda eletta!
Quando tu giungi inarca ognun le ciglia
E tosto in bocca e giù per li canali
Delle gole bramose l'acquolina
Si sentono venire i commensali

firmato Trigrinto Bistonio, alias abate Ferrari, membro modenese dell'Arcadia, anno 1761.

lunedì 10 dicembre 2007

Da Mollina a Cippalippa

Qualche tempo fa su Il Giornale uscì un articolo che raccontava di una inserzione romantica apparsa quello stesso giorno sul quotidiano milanese: un cerchio raffigurante una
coppia da cartoon simbolo dell'amore e una frase che recitava:
Buon compleanno Mollino - Ti Amo - Tua Mollina.

Il giornale si è subito chiesto da dove derivassero questi nomignoli (mollino e mollina), curiosità rimasta ovviamente disattesa per non svelare l'identità dei due, visto che "lui ha un'altra donna" (come rivela la lei). Insomma, un amore clandestino. E il quotidiano rivela un precedente: Bubi che nel bergamasco aveva comprato una pagina per Lilli in occasione del terzo anno di matrimonio.

Abbiamo provato a fare una piccola indagine attraverso i motori di ricerca. Senza grandi risultati. Per mollino, su Google troviamo oltre 65 mila pagina. Ma a farla da padrone è Carlo Mollino, un celebre architetto e designer italiano. E poi c'è mollino, voce del verbo mollare. Insomma nulla di interessante ai nostri scopi.

Per mollina invece, tra le 861 pagine su Google, qualcosa per scatenare la nostra fantasia abbiamo trovato. Ad esempio, Mollina è un comune dell'Andalusia e chissà i due potrebbero aver fatto nella città spagnola un viaggio romantico clandestino e per ricordarlo hanno deciso di
utilizzare il toponimo come nomignolo.

In realtà mollina è un nomignolo (un nickname) molto usato su web. Però, troviamo anche mollina come attributo di pancetta ... e chissà i due potrebbero essere rimasti reciprocamente
folgorati dalla reciproca pancetta, magari un po' mollina, appunto. Chi non ricorda la celebre scena di Pulp Fiction, il film di Tarantino, dove Fabienne e il fidanzato Butch (Bruce Willis) discutono amabilmente di pancetta. Perchè la pancetta è sexy, dice Fabienne, ma è preoccupata perchè lei in realtà ha solo un pò di pancina. E non è la stessa cosa. E mi fermo qui nel ricordare lo straordinario (e non scherzo) paradossale dialogo.

Certo è che l'uso dei nomignoli - soprattutto tra gli innamorati - è abitudine frequentissima. Spesso banali o normali (cucciolo, cucciolotto, micio, micino...) in molti casi frutto di estro creativo (sgniappola, cippola, patacrò, gnagno). Sono alcuni esempi presi da un forum di un sito di salute e benessere.

Il sito nomix.it in una meritoria opera ha cercato di recensirli, suddividendoli persino in categorie: animali, cibarie, fantasy, rinco e classics. Per un totale di circa un centinaio di nomignoli.

Salto le prime due categorie e l'ultima i classics, perchè è più facile intuire cosa possano contenere, per svelarvi che tra i fantasy troviamo (e speriamo di non offendere
nessuno) bagigia - toffoletta - paciarì - furichetta - batik - pastrugno - spungillo per chiudere con orso poeta.

Il genere rinco è un tripudio di tatingio - ciccibucci - ciciu - triccispicci - spennacchiotto - scursalino - cipollotico - moci-moci - cicalùp ... e mi fermo qui per non entrare troppo nell'intimo ... ma cicalup mi fa ricordare il nomignolo che preferisco: cippalippa.

Ricorderete, cippalippa, così chiama il Melandri di Amici Miei la moglie del Sassaroli (Adolfo Celi) di cui perdutamente si innamora. Insomma, ad ognuno i suoi cippalippa.

lunedì 3 dicembre 2007

Ayapaneco

E' una antica lingua del Messico. Pare che stia scomparendo perchè gli unici due uomini che la conoscono, Manuel e Isidro, due anziani di una etnia che si chiama zoque, hanno litigato e non si parlano più. I due vivono in un villaggio dal nome Ayapan, nel Tabasco, sud-est del Messico. Gli zoque, l'etnia di Manuel e Isidro, sono discendenti di una cultura preispanica le cui origini vengono fatte risalire addirittura a prima della nascita di Cristo.

Insomma, tra Manuel e Isidro un classico litigio tra vicini come ne capitano chissà quanti. Solo che in questo caso, vale la sopravvivenza di una lingua. Tant'è vero l'Istituto nazionale delle lingue indigene si è allarmato e sta cercando di convincere i due se non proprio a riappacificarsi, quantomento a partecipare ad un progetto di insegnamento dell'ayapaneco ai giovani della loro comunità. Progetto che senza di loro non potrebbe andare avanti visto che nessun altro conosce questo idioma.

Ci auguriamo che non litighino i tre indigeni che in Australia parlano ancora il magati ke nei Territori del Nord oppure gli alti tre che parlano yawuru nell'Australia occidentale o i sei in Amazzonia che conoscono l'arikapu. Mentre una sola persona e, quindi sorti aggrappate ad un filo, conosce ancora l'amurdag (ancora Australia) o il siletz Dee-Ni (Oregon, Stati Uniti).

Sta di fatto che il processo di estinzione delle lingue nel mondo appare irreversibile, soprattutto di quegli idiomi legati a comunità indigene che pian piano o perdono la loro identità oppure scompaiono.

Oggi, secondo una ricerca del National Geographic di poco tempo fa, si parlano settemila lingue nel mondo, ma ogni due settimane ne muore una. Entro la fine di questo secolo, metà di quelle settemila moriranno.

Certo fa meno effetto pensare ad una lingua che si estingue piuttosto che alla scomparsa di un uccello, di un mammifero, di un pesce o di una pianta. Anche se i linguisti potrebbero pensarla diversamente.

Colpa della televisione, colpa di internet, colpa soprattutto del fatto come spiega David Sasaki, un blogger statunitense molto conosciuto nella blogosfera, che se un giovane messicano di lingua zapoteca pensa al suo futuro e vuole trasferirsi nella capitale, per studiare e lavorare dovrà parlare spagnolo e altrettanto faranno i suoi figli: ed ecco che rapidamente si perde un testimone di quell'idioma.

Non a caso, oggi nel mondo l'80 per cento della popolazione comunica in sole 83 lingue con influenza globale. E questo vale anche per il nostro paese, dove si parlano 42 lingue vive tra dialetti e idiomi, molti anche qui a rischio estinzione. Si dice, per esempio, che nel Nord Italia sono in pericolo il ligure, il lombardo, il piemontese, ma non sono da meno le quattro forme del sardo.
Natalia Sangama, anziana donna peruviana di lingua chamicuro, dice "Io sogno in Chamicuro, ma non posso raccontare i miei sogni a nessuno, perché nessun parla più il Chamicuro. E’ triste essere l’ultima.". Oltre a lei solo altre quattro persone parlano questa lingua.

venerdì 30 novembre 2007

Toki Pona

Se leggete jan pona, non preoccupatevi, non c'è nulla di offensivo ... anzi, jan pona significa - letteralmente - "brava persona". In che lingua, direte voi? In Toki Pona, un linguaggio nato e cresciuto nel web e composto da 118 parole. Un'idea nata sei anni fa dalla mente di una linguista canadese, Sonja Elen Kisa, che via internet comunica con un centinaio di adepti componendo messaggi e poemi.

Il Toki Pona però è solo uno dei 1902 idiomi artificiali creatisi grazie ad internet. Un ambiente ideale per far fiorire nuove lingue: un ambiente virtuale che abbatte ogni tipo di distanza, mettendo in contatto tra loro persone dai più disparati angoli della terra, creando vere e proprie comunità che si identificano in propri linguggi.

Questi linguaggi tecnicamente si chiamano conglang (cioè, constructed language, lingua artificiale) e un sito langmaker.com li censisce e raccoglie.

Tutto ciò non deve sorprendere. Nella letteratura, in molti casi sono state inventate ad arte delle vere e proprie lingue. C'è la neolingua creata da George Orwell per il suo libro 1984; c'è il sindarin, il linguaggio elfico più parlato nelle Terre di Mezzo nel mondo immaginario del Signore degli Anelli di Tolkien; il klingon parlato dall'omonima razza aliena di Star Trek. Un caso a parte possiamo considerarlo il verduriano, lingua artificiale inventata dallo statunitense Mark Rosenfelder come lingua di Verduria, una ambientazione del gioco di ruolo Dungeons & Dragons.

Come sorprendersi quindi se il cyberspazio di internet è diventato terreno fertile per il sorgere di tanti idiomi. Ovviamente stiamo parlando di idiomi elementari, con un vocabolario molto limitato: tecnicamente si tratta di pidgin, un termine inglese che si attribuisce a quelle lingue fortemente semplificate nella struttura e nel vocabolario. E che non ha a che vedere solo col web. Anzi, un pidgin normalmente deriva dalla mescolanza di lingue di popolazioni differenti venute a contatto a seguito di migrazioni, colonizzazioni, relazioni commerciali. Ad esempio, viene considerato un pidgin il chinglish, forse uno dei primi pidgin nati. Parlato un tempo nel Sudest asiatico, era una commistione di cinese e inglese. Ma alcune espressioni pidgin sono entrate a far parte dell'inglese colloquiale, come per esempio no can do (che equivale a cannot do).

lunedì 26 novembre 2007

Popolo e partito

Due parole che sembravano scomparse dal linguaggio della politica italiana sembrano tornate improvvisamente di moda in queste ultime settimane. Popolo e partito.

La sovranità appartiene al popolo, recita l'art.1 della nostra Costituzione. Ma la definizione di popolo, nel senso più alto, non sembra più appartenere al nostro tempo. Forse perchè l'idea di popolo e quindi di nazione, di Stato, non è mai veramente appartenuta alla storia del nostro Paese. Non ce ne vorranno i nostri padri fondatori. Perchè è pur vero che nel Risorgimento la parola popolo evocava il sentimento di libertà, di liberazione dallo straniero. Scrive Francesco Merlo su Repubblica che ancora nel fascismo il popolo era una "figura spettacolare del nazionalismo imperialista" e nel dopoguerra continuava ad avere un senso "sia per la sinistra che si riaggancia al Risorgimento (...) ma anche per i cattolici che organizzano il popolo dei credenti". Oggi però questa parola sembra abbia perso il suo significato nobile di un tempo. E spesso sembra svilirsi nel suo uso e abuso. E non solo per i richiami al popolo padano o al popolo siciliano, per dirla come certe leghe e autonomie, ma anche per il suo ridimensionamento a: popolo dei fax, popolo delle primarie, popolo delle partite IVA, popolo di internet per finire nel tritacarne calcistico con il popolo giallorosso, popolo biancazzurro, popolo bianconero e via discorrendo.

Anche il termine partito sembrava perduto, dimenticato, spesso sintesi estrema di un sistema della politica impopolare e a cui era facile associare parole come partitocrazia, spartizione, Palazzo .. oppure finito con l'assumere il senso di "parte" quindi "fazione" spesso con forte connotazione negativa: partito degli inquisiti, partito dei giudici, partito anti Pool. Ci spiega Gian Luigi Beccaria su La Stampa che il termine partito si è cominciato ad usare con questo preciso significato nella seconda metà del Trecento. Un uso che è diventato nel tempo una sorta di abuso perchè dalla fondazione del Partito socialista italiano (1892) ad oggi, la storia italiana conteggia qualcosa come 157 formazioni politiche. Ecco perchè forse per un certo periodo si è preferito ricorrere ad altre denominazioni per definire queste entità. C'è stato il periodo della "casa" e dei "poli" (delle Libertà, del Buongoverno ...); c'è stata la stagione dei neologismi di estrazione botanica: dalla quercia pidiessina all'Ulivo, la Margherita, voci nuove - scrive Beccaria - che "nascono in un già florido orto che aveva proposto l'edera repubblicana, il garofano socialista, la rosa radicale". Fino a scoprire una nuova identificazione nei "circoli" (il Circolo della Libertà della Brambilla). Ora si torna a partito. Lo sceglie il centro-sinistra con il Partito Democratico, sembrerebbe sceglierlo Berlusconi con il suo partito del popolo.

"Non sarebbe un gran male - ci rassicura Beccaria - se riuscissimo a limitarne il numero e non cominciare con rivoli dispersivi di correnti. Perchè adesso l'Italia è proprio a mal partito. Vogliamo mettere testa a partito?"

venerdì 23 novembre 2007

Veltrusconi e parrucconi

Entrambi sono leader di due nuovi partiti, entrambi vogliono una legge elettorale su misura, entrambi sono stanchi dei loro alleati, entrambi non vedono l’ora di liberarsi di Prodi. In sintesi? Veltrusconi".

Il graffiante angolino di terza pagina sul quotidiano La Stampa di Jena, alias Riccardo Barenghi, martedì 20 novembre ha colpito ancora. Coniando questo neologismo politico, Veltrusconi. "Mostruoso personaggio" lo definisce Aldo Cazzullo (Corriere della Sera, 21 novembre) "che fa il verso al Dalemoni di Giampaolo Pansa".

Ma perchè Veltrusconi? Perchè, come scrive Cazzullo, i due si somigliano: "Veloci nei tempi, cortesi nei modi; sgobboni sul lavoro, capaci di entrare in empatia con qualsiasi interlocutore, ad esempio cogliendo al volo e ripetendone volentieri il nome. Sono bravi a suscitare emozioni, a comunicare ottimismo, a disegnare visioni, sia pure antitetiche. Perché Berlusconi coltiva il culto del successo e della vita, Veltroni del dolore condiviso e della memoria dei morti". Insomma, si somigliano - poco - ma si somigliano, al punto da scatenare le fantasie politiche e lessicali.

Ma è stata anche la settimana dei parrucconi: i notabili, i professionisti della politica, della vecchia politica, i politicanti, contro cui si è scagliato Berlusconi nel dar vita al suo nuovo partito.

I parrucconi (metaforicamente parlando) non hanno mai avuto vita facile nel nostro Paese. Negli anni 50 contro di loro si scagliavano i capelloni. Ma è in fondo un parruccone anche Casanova come ce lo ritrae Fellini nella scena finale, con i giovani romantici che lo osservano dalla cima della scalinata, i loro lunghi e fluenti capelli che si oppongono alla parrucca vizza di Casanova. Spiega il semiologo Paolo Fabbri, "la moda ha tendenze storiche con durate singolari e bizzarre (...) ci sono degli andamenti di lunghissima durata: la parrucca è durata certamente per un paio di secoli e c’erano persone che si sparavano addosso a cavallo, combattendo contro i Turchi e lo facevano portando la parrucca".

Ma che senso ha - tricologicamente parlando - l'invettiva contro i parrucconi da parte di "un pelato sia pure sottoposto alla messa a dimora di folte chiome luccicanti" (Gian Antonio Stella, Corriere della Sera, 19 novembre)? E qui i cronisti politici ricordano una affermazione di Berlusconi, 17 aprile 2002: "A noi i capelli sono caduti per le troppe fidanzate. Anzi, no. Ho fatto una visita tricologica e mi hanno spiegato che facendo politica il cervello mi si è ingrossato e ha espulso i capelli".E allora la domanda sorge spontanea: quando Berlusconi parla di parrucconi, c'entra anche il suo parrucchino?

lunedì 19 novembre 2007

Soprannomi, contronomi e ingiurie

Roberto Saviano nel libro Gomorra li chiama contronomi. Rappresentano il tratto unico, identificatore di un boss di camorra. I soprannomi da sempre nel gergo malavitoso - ma non solo - rappresentano l'espressione linguistica per designare in modo immediato una personalità, un carattere. Spesso la loro interpretazione non sempre è possibile, alcuni rimangono emigmatici, misteriosi o intraducibili, anche perchè talvolta il soprannome nasce da azioni o comportamenti non sempre chiari: può nascere da un grido, da una parola storpiata, da un rumore insolito.

Nel Meridione, e soprattutto in Sicilia, sono noti anche col termine di ingiurie. Ne parla - ad esempio - Sciascia nel suo celebre Il giorno della civetta. Ingiurie perchè spesso acquistano un valore così offensivo che non possono esser chiamati in altro modo. La mafia è ricca di soprannomi: il boss dei boss Bernardo Provenzano era detto Zu Binnu (il vecchio). E la camorra non è da meno. Come ci racconta Saviano con un tratto che sembra attinto più da una sceneggiatura hollywoodiana che dalla realtà.

C'è Carmine Alfieri, il boss della Nuova Famiglia, soprannominato o 'ntufato, l'arrabbiato, per il ghigno di insoddisfazione e rabbia sempre presente sul sui viso; Giovanni Birra a mazza per il suo corpo secco e lungo; Cino Mazzarella o scellone dalle scapole visibili; Nicola Pianese o mossuto (il baccalà) per la sua pelle bianchissima.

Dai tratti fisici e somatici, alle abitudini. Antonio Di Biasi o pavesino perchè quando usciva per una operazione militare si portava sempre dietro i biscotti pavesini da sgranocchiare; Antonio Carlo D'Onofrio Carlucciello 'o mangiavatt' ossia Carletto il mangiagatti, perchè leggenda vuole che avesse imparato a sparare usando come bersaglio i gatti randagi; Gennaro Di Chiara era detto file scupierto (filo scoperto) perchè scattava violentemente se qualcuno gli toccava il viso.

Ce ne sono alcuni che sono espressioni onomatopeiche intraducibili: picc pocc - scipp scipp - quaglia quaglia - zuzù.

C'è Luigi Giugliano detto Lovigino perchè pare che le sue amanti americane nell'intimità gli sussurassero I love Luigino; Francesco Bidognetti è conosciuto come Cicciotto di Mezzanotte perchè chiunque si fosse frapposto tra lui e un suo affare avrebbe visto calare su di sè la mezzanotte anche all'alba.

Il soprannome per il boss - scrive Saviano - è come le stimmate per un santo, è la dimostrazione dell'appartenenza al Sistema. Tutti possono essere Carmine Alfieri ma solo uno si girerà quando sarà chiamato o 'ntufato, tutti possono essere iscritti all'anagrafe come Luigi Giugliano uno solo però sarà Lovigino.

lunedì 12 novembre 2007

Tifo e tifosi

La morte di Gabriele Sandri e gli incidenti che hanno visto Roma teatro delle violenze più gravi, ripropongono il tema del tifo e dei tifosi nel mondo del calcio.

Se le parole hanno un senso e un valore, dovrebbero aiutare a darci alcuni elementi di riflessione.

Sull'origine del termine tifo, Antonio Papa e Guido Panico (Storia sociale del calcio in Italia, edizioni Il Mulino) spiegano che la parola nacque dalla penna dei giornalisti sul finire degli anni Venti. Ed è probabile che abbia cominciato a circolare nel linguaggio parlato già prima della guerra, quando si operò la deformazione del termine medico tifico in quello sportivo di tifoso. La prima registrazione si trova nel Dizionario Moderno di Alfredo Panzini nel 1935.

Si sa, il tifo all'epoca era una delle malattie più tragicamente familiari agli italiani ed era caratterizzata da momentanee alterazioni mentali. La traslazione sportiva della terminologia medica fu certamente dovuta a questa sua sintomatologia. Non a caso, nei giornali dell'epoca, si sottolineava il carattere ciclico del tifo sportivo, di malattia domenicale o stagionale simile all'alzarsi periodico delle febbri tifoidi. Si assimilava il tifo calcistico a una sorta di epidemia mentale, il cui contagio produceva effetti di offuscamento, tipici degli eccessi della malattia.

Per questo motivo, in origine, la parola aveva più il significato di sofferenza piuttosto che di passione. Giovanni Dovara su Il Calcio di Genova del 1923 definiva il tifo un "fenomeno di passsione acuta a tal punto da rivestire e assumere in certi casi e in certe persone, i fenomeni più strani, più patologici". E individuava precise tipologie di tifosi: "Vi è il pensieroso, il quale si racchiude tutta la settimana precedente la gara in un mutismo sofferente, almanacca le previsioni sulla squadra del cuore; vi è il loquace, sempre disposto ad assalire l'amico e a snocciolargli, perl'ennesima volta, considerazioni e deduzioni e argomenti sul valore reciproco delle squadre contendenti".

Dal tifo e tifosi ai gruppi organizzati, passa qualche decennio. E solo negli anni Sessanta cominciano a nascere le prime strutture associative dei tifosi. E come sempre le parole hanno il loro peso. Scrive Giorgio Triani ("Mal di stadio", Edizioni Associate) "la recrudescenza del tifo, la si può cogliere anche nelle denominazioni dei gruppi: dai Fedelissimi, Forza Toro, Amici del Milan, si passò verso la metà del decennio, alle SAP (le Squadre Azione Petruzzu, il soprannome del centravanti della Juventus Anastasi) ai gruppi delle curve come i Commandos, gli Ultras, i Fighters".

E a proposito di tifo e violenza. Chi crede che sia fenomeno recente, sbaglia. I primi episodi di intolleranza si verificano proprio con la nascita del tifo, già negli anni Venti. E l'episodio più grave dell'epoca registrato dalle cronache del tempo, fu la sparatoria alla stazione di Porta Nuova a Torino, dopo il quarto incontro di spareggio per il titolo nazionale tra il Genoa e il Bologna, giocato nel giugno 1925 nella città piemontese.

venerdì 9 novembre 2007

Italian sounding

Il settimanale Economy pubblica questa settimana una inchiesta sul cosidetto italian sounding. Di cosa si tratta? Facciamo un esempio.

Se in Italia usiamo il Parmigiano, in Brasile è più facile che usino il Parmesao; in Argentina, il Regianito; nel Sudamerica, in generale, il Parmesano; in Cina, il Parmeson; negli Stati Uniti, il Parmesan.

Quelli elencati sono prodotti che portano nomi di marchi che suonano italiani (appunto, italian sounding), ma che italiani di origine non sono affatto.

E' un fenomeno diffuso che non ha a che fare solo con le parole. In gioco, ci sono almeno 55/60 miliardi di euro l'anno sotratti al Made in Italy.

Ladri di etichette, pirati della tavola ... chiamateli come volete. Sta di fatto che l'Italian Style, magari troppo costoso, perde colpi e si affermano soprattutto in America marchi che riecheggiano nomi italiani. Mantengono seppur alterata la suggestione del BelPaese e sono molto più economici.

I nomi usati spesso sfiorano il ridicolo, ma è evidentemente un ridicolo molte redditizio. Le penne Napolita prodotte nel Lancashire, i fusilli Di Peppino confezionati in Austria, e poi il Brunetto, Napoli Tomato, Caffè Mario ... ce n'è per tutti i gusti.

Ma i marchi dei prodotti raccontano storie diverse. Ad esempio, ci sono marchi che fanno nascere neologismi. Uno degli ultimi, è googleize (dal brand Google, il motore di ricerca internet). "To googleize", in inglese, sostituisce il più articolato "to use a search engine on the Internet" (fare una ricerca su internet).

Ma l'entrata di una marca nel dizionaro oppure l'uso comune di una marca come parola generica è spesso un elemento di banalizzazione di una identità, come direbbero gli esperti di marketing. Ovviamente, in alcuni casi è un processo inevitabile: pensate a Biro, Bic, Scotch, Kleenex...marchi famosi entrati nel gergo quotidiano, a tal punto che tra marchio e nome comune ormai la differenza praticamente non esiste.

Spesso però il problema non si ferma ad aspetti puramente linguistici, ma investe anche questioni di natura economica. Che per un'azienda sono ben più essenziali.

Ad esempio, tempo fa in Austria la Walkman Sony ha perso i diritti sul nome walkman perchè la corte suprema di quel paese ha deciso che la parola walkman, essendo ormai un termine generico, sarebbe diventata la voce ufficiale per indicare il registratore portatile.

Recentemente, in Germania, Kinder Ferrero ha subìto un brutto colpo perchè un tribunale tedesco ha stabilito che non potrà più vietare ai suoi rivali di usare la parola kinder nei nomi dei loro prodotti. Kinder, infatti, in tedesco, è il plurale di kind, bambino. E una parola comune non è brevettabile.

lunedì 5 novembre 2007

Romeni, rumeni. Rom, zingaro, gitano, nomade

Rumeno o romeno? il quesito nasce dopo i fatti di cronaca di questi giorni. E poi cosa hanno a che fare i rom con i rumeni/romeni?

Partiamo da qui. I romeni/rumeni sono gli abitanti della Romania, mentre con rom si identifica una popolazione indoeuropea concentrata soprattutto nell'Europa dell'Est (quindi, anche in Romania). Spesso a rom si associano parole come zingaro, gitano, nomade.

La parola zingari deriverebbe da un termine greco che significa "intoccabili". Questo significato ci porta direttamente al sistema delle caste in India, dove la quinta casta, quella impura, chiamata dalit, la casta degli intoccabili: sono persone che svolgono mestieri che hanno a che fare con il corpo umano (dal barbiere al becchino); il contatto fisico con tali persone può provocare una contaminazione in grado di compromettere una casta superiore. I dalit in India esistono ancora, si calcola siano 160 milioni e sono vittime di gravi discriminazioni.

La parola gitano richiama per assonanza l'Egitto perchè una leggenda vuole che da lì queste popolazioni provengano.

La parola nomade risalirebbe, secondo alcuni studiosi, all'800 per indicare uno stile di vita negativo vagabondo che in quell'epoca di amor per la patria e forti nazionalismi, non era certo molto apprezzato.

Per concludere, torniamo laddove avevamo cominciato. Rumeni o romeni?. Entrambi i casi sono accettati. Il dizionario De Mauro, ci dice che romeno è una variante di rumeno. E in quella stessa lingua, pare si usasse un tempo la parola ruman che col tempo ha subìto una trasformazione in roman, trasformazione peraltro piuttosto comune, un fenomeno linguistico il passaggio da "u" a "o" riconducibile ad una riforma latinizzante della lingua. I Romeni, infatti, sono fierissimi di aver avuto gli antichi Romani come loro dominatori, specialmente per rivalsa nei confronti dei popoli, soprattutto slavi, che li hanno invasi in seguito.

venerdì 2 novembre 2007

Morire e i suoi sinonimi

Oggi è la giornata della commemorazione dei defunti. Il sito della Treccani presenta una curiosa analisi sulla parola morire e suoi suoi numerosi equivalenti sinonimici: in sostanza, si preferisce usare al posto di morire altre parole per mascherare, nascondere o anche solo attenuare il singificato che esprime.

Morire cede il passo, in ambito letterario, a decedere, defungere, trapassare. A ragioni genericamente eufemistiche si possono ricondurre parole ed espressioni come andare all'altro mondo, mancare, passare a miglior vita, venire meno, volare in cielo (o in Paradiso). Di ambito d'uso familiare o popolare sono andare agli alberi pizzuti (i cipressi che nella nostra cultura associamo normalmente ai cimiteri).

E ancora: lasciarci (o rimetterci) la pelle, stendere le gambe (o le zampe). Sfumatura chiaramente spregiativa hanno, infine, crepare e schiattare, ma anche tirare le cuoia: le cuoia sono la forma plurale femminile di cuoio, termine usato per indicare la pelle conciata di alcuni animali, ma anche la pelle degli uomini; e secondo alcune interpretazioni, l'espressione potrebbe fare riferimento alla condizione di rigidità che insorge subito dopo la morte.

Uno stesso concetto può esser detto in tanti modi, spesso più poetici, altre volte più pungenti. La sostanza non cambia, la morte come insegnava il grande Totò è comunque sempre una livella.

lunedì 22 ottobre 2007

Cartellino rosso al marito infedele

La parlata calcistica, si sa, è entrata prepotentemente nel linguaggio comune ma soprattutto nella politica e nel giornalismo politico.Dalla discesa in campo di Berlusconi è un susseguirsi di metafore e intrusioni. C'è il governo di serie B, il palleggiarsi le responsabilità, il rilanciare la palla, lo stoppare una situazione,il fare melina, il fare pressing, il salvarsi in calcio d'angolo.

Ci sono anche esempi di parole ed espressioni che hanno fatto il tragitto opposto. Ad esempio, il termine calcistico catenaccio deriverebbe dal decreto-catenaccio emesso improvvisamente dal governo italiano nel settembre 1915 per evitare fenomeni di evasione fiscale. Oppure, parole come calciopoli e moggiopoli hanno una identica matrice originaria, cioè il Tangentopoli dei primi anni Novanta da cui nacque l'uso di questo suffisso (-poli) in casi di inchieste giudiziarie.

Eduardo Galeano, straordinario giornalista e scrittore uruguayano, ha scritto che noi tutti "siamo fatti di calcio e il linguaggio quotidiano lo rivela".
E scrive Galeano:
- chi non presta attenzione non passa la palla
- chi sfugge alle sue responsabilità tira la palla fuori
- chi si sbaglia di poco prende il palo
- una buona risposta è una buona parata
- chi si ritrova spiazzato in qualsiasi situazione è in fuorigioco
- chi si sbaglia di brutto fa un autogol
- quando la moglie caccia di casa il marito infedele gli mostra il cartellino rosso

lunedì 15 ottobre 2007

Varco attivo. Varco non attivo

E' il messaggio che viene visualizzato sui pannelli che si trovano sulle strade di accesso alle Zone a Traffico Limitato (ZTL) delle nostre città. Attivo? non attivo? l'ingresso nella ZTL dipende da queste magiche paroline.

Il termine “varco” significa passaggio, apertura. L’espressione “varco attivo” sembrerebbe voler dire che il passaggio è aperto, disponibile. E viceversa “varco non attivo” dovrebbe voler dire un passaggio non disponibile. Invece, nel caso della ZTL, avviene tutto il contrario. Se il varco è attivo, non è consentito entrare nella ZTL; se il varco non è attivo, il passaggio è lecito.

E' l'ennesima dimostrazione di un burocratese da condannare! Ci chiediamo e chiediamo alle autorità: non sarebbe più semplice utilizzare l’espressione “varco libero” oppure “varco consentito”?

Grillo e i suoi derivati

Il nome del comico genovese Grillo è diventato una parola da cui in queste ultime settimane sono nati per derivazione (con l’aggiunta di prefissi e suffissi) alcuni neologismi utilizzati da giornalisti, opinionisti, politici.

Grillini sono, per il sociologo Luca Ricolfi, i nemici giurati di tutti i partiti; i grillanti sono, per il giornalista Gianluca Nicoletti, quelli del rito colletivo del V-Day; la grilleide rappresenta l’epopea delle gesta di Grillo; la grillite è definita in un blog la malattia rara ma ormai diffusa che ha contagiato milioni di persone.

La creazione di nuove parole da nomi di personaggi pubblici (soprattutto politici) è un fenomeno ormai diffuso. Il più gettonato resta Berlusconi. Il presidente di Forza Italia può contare - secondo il libro “2006 Parole Nuove” di Valeria Della Valle e Giovanni Adamo (Sperling e Kupfer edizioni) - su almeno venti neologismi derivati.

venerdì 5 ottobre 2007

Bamboccioni

Spesso si rimprovera alla politica di usare un italiano incomprensibile, antiquato, fuori dal mondo nel senso di un italiano che non è quello poi parlato al di fuori dei palazzi e delle istituzioni.

Beppe Severgnini nel suo ultimo libro "L’Italiano – Lezioni semiserie" spiega che non si tratta solo di vocabolario aulico o sintassi ardita. E’ la cadenza enfatica da discorso pubblico, che ricorda vecchi comizi. La Pubblica Retorica Italiana, la definisce. Quella che vuole gli ove al posto di dove. Un articolo di legge non stabilisce ma delibera. E poi: ci si consenta qualche parola, una domanda è risuonata in questi giorni

Ieri però il nostro Ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa non ha usato mezzi termini né un linguaggio aulico né tantomeno poco comprensibile. Ha detto esattamente: "Una misura interessante e importante per i giovani è quella che serve a mandare fuori di casa quelli che io chiamo i bamboccioni".

Bamboccioni? Levati cielo. E’ scoppiato il putiferio. Critiche di qua, critiche di là. Il linguista Giorgio De Rienzo sostiene, sul Corriere della Sera, che "non è possibile difendere il ministro". E spiega che bamboccione deriva dall’antico bambo (bambino) o dal francese bamboche, cioè marionetta. E infatti con bamboccio ovviamente s’intende il bambino grassottello e un po’ imbranato, ma in senso figurato anche fantoccio. E bamboccione, quindi la forma accrescitiva, individua una persona sciocca, credulona o chi ha intenzione di non far nulla.

Bamboccione, illustra Filippo Ceccarelli su la Repubblica, si ritrova in una novella di Pirandello (La vita nuda), in Città vecchia di De Andrè dove si parla di un vecchio professore alla ricerca di piacere, ma i più giovani lo ricordano in Harry Potter e il calice di fuoco: “bande di balbettanti bamboccioni babbuini” … quasi fosse uno scioglilingua.

Insomma, non ne va proprio bene una ai nostri politici…appena un mese fa la Cassazione aveva rimproverato ai nostri politici di usare un tal linguaggio involgarito da diventare un cattivo esempio.

Dalle battute agli insulti, alla parolaccia, il campionario è talmente ricco di esempi che il bamboccione di Padoa-Schioppa fa quasi sorridere…

Ecco un esempio di questo campionario...aggiungete voi, se volete.

"Essere così coglioni" da votare a sinistra (Berlusconi)
"Non replicare a quei coglioni" (Fini a Tremonti, in Parlamento)
"Rispetto a Berlsuconi Goebbels era un bambino" (Prodi)
"Testimonial di pompe funebri" (Berlusconi su Fassino)
"Berlusconi ci fa schifo" (Diliberto)

lunedì 1 ottobre 2007

Birmania o Myanmar?

Si parla molto in questi giorni di quanto sta accadendo in questo tormentato paese del sudest asiatico, cerchiamo innanzitutto di capire come mai usiamo a volte il termine Birmania, altre quello di Myanmar.

Birmania è la denominazione originaria legata all'etnia maggioritaria dei Bamar e, quindi, è nome sgradito alle minoranze locali. Myanmar è stata invece adottata nel 1989, dopo il colpo di stato che ha portato al potere la giunta militare. Myanmar viene da Myanma e dato che Mramna in birmano è anche la lingua scritta, da qui si originerebbe il nome attuale. La scelta di Myanmar (ma anche di Yangon al posto di Rangoon, la capitale) si spiega con il tentativo dei militari di ingraziarsi le minoranze etniche che apprezzavano maggiormente la nuova denominazione. Chi protesta contro questo regime nel mondo usa la parola Birmania e gli stessi Stati Uniti nei giorni scorsi hanno ufficialmente dichiarato che non avrebbero mai più usato il termine Myanmar.

La toponomastica, cioè il ramo della lingua che studia i nomi di luogo, ha registrato negli anni molte variazioni di denominazione di stati. Pensiamo, ad esempio, a tutti gli stati ex colonie che progressivamente hanno riacquistato il nome orignario oppure lo hanno cambiato.

Un caso. Lo Zimbabwe fino al 1980 era Rhodesia, parola quest'ultima che deriva dal nome di un britannico, Cecil Rhodes, che ottenne il permesso dalla corona inglese per lo sfruttamento delle risorse minerarie di questa regione. Zimbabwe, invece, è un termine nella lingua locale shona, che si attribuisce alle rovine di una antica città dell'Africa del Sud situata nell'odierno stato dello Zimbabwe.

Non cambiano solo i nomi degli Stati ma anche quelli delle capitali. Ad esempio, cambierà - sembra - il nome della capitale amministrativa sudafricana, non sarà più Pretoria ma Tshwane. E ha in mente di cambiar il nome alla propria capitale anche il presidente venezuelano Chavez: Caracas dovrebbe diventare - secondo la sua proposta di modifica della Costituzione - Cuna de Bolivar y Reina del Guaraira Repano, vale a dire Culla di Bolivar e Regina del Mare fatto Terra.
Nome lunghissimo e che ha ovviamente suscitato un gran dibattito.

Guraira Repano deriva dalla tradizione che vuole che in tempi antichi la zona di Caracas fosse una pianura. Un giorno le tribù che la abitavano offesero la Dea del Mare che mandò una onda gigante. La gente si inginocchiò, chiese perdono e l’onda si trasformò all’ultimo momento nella montagna alle cui pendici si stende la vallata che ospita la città.

Ma i nomi dei luoghi possono cambiare non solo per volontà di un presidente, di una giunta militare o per fatti della storia. Spesso ci sono ragioni ben diverse. Ad esempio, perchè il nome è volgare o vergognoso. Sacrofano (provincia di Roma) un tempo si chiamava Scrofàno; Orvinio (in provincia di Rieti) era Canemorto; Pisoniano (vicino Roma) era Pisciano. Capovalle (dalle parti di Brescia) una volta era Hano (e gli abitanti si chiamano ancora hanesi); Poggio Sannita (provincia di Isernia) era Caccavone; Silea (vicino Treviso) era Melma. In Umbria ci fu anni fa una rivolta popolare per cambiar nome a Bastardo, frazione di Giano. Resistono ancora Fallo (provincia di Chieti) e Perito (vicino Bergamo). Un ultima curiosità: dopo la 2ª guerra mondiale, tutti i toponimi ribattezzati dal fascismo vollero riprendere i nomi originari. Solo Borgo Littorio, nel Lodigiano, rinunciò e preferì un terzo nome e, dal patrono, si è detto Borgo San Giovanni. Fino al 1929 si chiamava infatti Cazzimani (che poi vuol dire Ca’, cioè casa della famiglia Zimani). Ma i suoi abitanti, ahimè, son detti ancora cazzimanini. E credo non siano molto contenti...

lunedì 30 luglio 2007

Gattopardo

Veniamo a sapere oggi dai giornali che il vincitore delle elezioni in Giappone è il presidente del Partito democratico (partito all'opposizione), il cui nome è Ichiro Ozawa, detto il Gattopardo.
Questa parola che ovviamente richiama il famosissimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa in realtà viene ormai associata nel linguaggio politico ad un altro termine, trasformismo. E infatti Ozawa, il leader dei democratici giapponese, avrebbe cambiato in 40 anni ben quattro partiti, dimostrando longevità politica - rieletto ininterrottamente nelle ultime 13 elezioni - ma anche capacità di adattarsi, trasformista e - per i più maligni - opportunista.

Ma il gattopardismo è fenomento tipicamente italiano e il romanzo di Tomasi di Lampedusa evidentemente lo testimonia visto che ritrae, tra le altre cose, proprio la prassi trasformistica della politica in particolare siciliana post-risorgimentale. Una delle farsi più celebri e più citate del libro è quella che il protagonista Don Fabrizio Principe di Casa Salini pronuncia come risposta all'offerta di nomina a senatore a vita del nuovo Regno d'Italia.

"Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi".

Ed è una frase che simboleggia quello spirito siciliano detto gattopardesco che consiste nella capacità di adattamento sviluppata dal popolo siciliano, soggetto nel corso della storia all'amministrazione di molti governanti stranieri. Lo spirito gattopardesco è in fondo l'emblema della resistenza ad ogni forma di innovazione, il trasformismo che ha in sè è in sostanza l'anima della conservazione.

Nella politica italiana, il trasformismo non ha mai goduto di particolari simpatie. Anzi. Fin dal primo grande politico bollato di trasformismo. Era Agostino Depretis, capo del governo tra il 1876 e il 1887, che legava la sua politica trasformista in un'ottica di trasformazione dei partiti, non più una destra e una sinistra ma un grande centro moderato visto come un rimedio alle contrapposizioni troppo laceranti. Giosuè Carducci bollava il trasformismo come una cosa disgustosa "trasformarsi da sinistri a destri senza però diventare destri e non però rimanendo sinistri" è una sua famosa invettiva.

E oggi? Voltagabbana, trasformismo, gattopardismo continuano a imperare.Ce lo rivela una interessante analisi di Ugo Magri, uscita sul quotidiano La Stampa venerdì scorso, che contabilizza in 50 i deputati e senatori che hanno cambiato casacca nel corso di questa legislatura, dal 10 aprile 2006. L'ultimo, Teodoro Buontempo che ha dato addio ad An per passare con Storace. Spiega Magri che se venisse mantenuto questo ritmo, si supererebbe lo storico record della precedente legislatura quando cambiarono maglia 202 parlamentari, un quinto del Parlamento.

Certo, va fatta subito una precisazione. Il vero trasformismo è il salto del fosso, il salto della quaglia...in pratica il passaggio da uno schieramento all'altro. In questo primo anno o poco più di legislatura, ricordiamo alcuni casi celebri come quello di Sergio De Gregorio, il senatore eletto nelle file dell'Italia dei Valori e poi approdato a Italiani nel Mondo; oppure Marco Follini, eletto nell'Udc ora iscritto al Gruppo dell'Ulivo al Senato. Ma c'è anche la scissione politica dei Ds: dopo la nascita del Pd, molti parlamentari sono passati alla Sinistra democratica. Insomma, senza la Cosa rossa, come viene chiamata, il totale dei "migranti" oggi sarebbero una ventina. Certo è che però se si pensava che con il bipolarismo, ci si fosse messi al riparo da ogni possibile sorpresa, la storia di questi anni dimostra tutto il contrario.