venerdì 8 febbraio 2008

We can ... gna famo

Come noto, Walter Veltroni ha fatto suo lo slogan di Barack Obama, "Yes we can" ("sì noi possiamo"). Non sorprende. Il fascino kennediano, l'America frontiera della democrazia, dei diritti e delle libertà: suggestioni che hanno sempre influenzato il pensiero politico e, quindi, anche il linguaggio di Veltroni.

Già in occasione del congresso DS del 2000, adottò il motto pacifista americano I care ("mi sta a cuore", "mi riguarda"). Scelta che allora non incontrò grandi approvazioni ma che, come scrisse allora Michele Serra su la Repubblica, "non era certo una delle soluzioni peggiori (...) Diciamo che sta a mezzo tra proletari di tutto il mondo unitevi di Marx-Engels e Yabadabadooo dei Flinstones. Leggermente consumato il primo, rischiosamente gettonabile il secondo, I care è un più che decente compromesso tra disgusto della critica e gusti del pubblico".

Otto anni dopo, il candidato premier del PD ci riprova. Sarà quel gusto di esterofilia che per molti è un po' segnale di snobismo e un po' complesso di inferiorità. Ma l'inglese abusato di Veltroni, scriveva Francesco Merlo ieri su la Repubblica, è "un'idea americana di Italia veloce contrapposta all'Italia barocca e mostruosa delle vecchie coalizioni".

Insomma niente a che vedere con l'inglese pubblicitario di don't touch my breil oppure dell'insensato Life is now. Nè l'inglese da manager bocconiano fatto di background, break even, brain storming ... tanto per restare alla lettera b.

Nè può ignorarsi che il lessico politico italiano si è via via condito di forestierismi: no-global, bipartisan, neo-con, spin doctor fino all'election-day su cui tanto si discute in queste ore.

Troppa invasione di parole straniere? Francesco Rutelli, ad inizio legislatura, aveva nominato una commissione per riscrivere il linguaggio dei beni culturali. Se nei musei italiani si dice bookshop al posto di libreria, ticket per biglietto, booking per prenotazione, card per carta...forse il problema esiste.

E allora, tanto vale buttarla a ridere. Pare che dopo l'adozione di "yes we can" da parte di Veltroni, molti nei palazzi politici capitolini abbiano ironizzato sull'affinità dello slogan con il grido di gioia di Gene Wilder in Frankenstein Junior: 'Si. Si puo' fare!" (ricorderete, Wilder/Frankestin quando legge il diario del nonno e scopre che l'esperimento è possibile). Senza sottovalutare che molti preferiscono il romanissimo "Se po' fa".

Il problema Francesco non sono tanto le parole quanto le persone. Come scrive oggi Massimo Gramellini su La Stampa, "per fare gli americani, nel bene e nel male, serve la materia prima: gli americani, appunto. Loro si rispecchiano in Obama che dice "we can". Noi - se va bene - nel Funari di Corrado Guzzanti che borbottava Gna Famo.

lunedì 4 febbraio 2008

L'Italia dei rifiuti: da Rumenta a Munnizza

Oltre alla crisi politica, questi sono tempi di rifiuti … in senso metaforico ma anche letterale: il problema in Campania sembra essere ancora lontano da una soluzione.

Il termine immondizia ha origini nobili. La derivazione è latina:
mundus che vuol dire pulito, ordinato e - di conseguenza - immundus è ciò che non è pulito. C'è un corrispondente greco che è kosmos da cui deriva poi cosmo nel senso di universo e che esprime il concetto di armonia e ordine.


Ma l'immondizia non è la stessa da Aosta a Palermo: anche in termini linguistici.

Nel nord italia esiste una varietà di opzioni. Alcune hanno in comune la radice iniziale "ru": rusco (bolognese), ruera (milanese), rumenta (genovese), rudo (Lodigiano)

Rumenta pare sia diventato popolare grazie a un celebre rosso pupazzo televisivo dall'inconfondibile parlata ligure. Ma anche il termine rumenta deriverebbe dal latino: si tratta dei trucioli di falegnameria, i resti delle lavorazione destinati ad essere buttati via. Termine, guarda caso, che indicava anche i coriandoli di carnevale. E di rumenta esistono anche testimonianze liriche. Il poeta dialettale genovese Nicolò Bacigalupo (siamo nell'800) scrisse una lunghissima ode alla rumenta.

Rusco, invece, secondo taluni è un acronimo di "rifiuti urbani solidi comunali" ma alcune fonti fanno risalire il termine a "rosch, rusch" che indica il bidone dell'immondizia o in alcuni casi l'immondizia stessa.

Nel Veneto, c'è la "scoasse", che deriverebbe da "scoa" (la scopa).

In Sardegna, l'arga ed esiste anche un complesso dal nome ARgA Pirat Rock.

Nel centro-sud a partire da Roma, si parla ovviamente di mondezza, monnezza, munnizza. C'è una una lapide a Roma di fine 700 dove si legge: "..che non ardischino gettare mondezza alcuna.." in cui si fa divieto di gettare spazzatura per le strade.

Comunque la si definisca non è termine che ispiri grande positività. Tant’è che oggi nel politicamente corretto, la parola spazzino ha lasciato il posto agli operatori ecologici. E c’era un tempo che il netturbino, era considerato uno dei mestieri più bassi nella scala sociale tanto che fino all'Illuminismo, era tra i lavori malfamati insieme al boia, prostitute e attori girovaghi.

venerdì 1 febbraio 2008

Politica a parole: governo

Cammino difficile per il Presidente del Senato Franco Marini. La soluzione della crisi non è solo un problema di posizioni politiche. E' anche un problema di definizioni: come dovremo definirlo l'eventuale governo Marini? il campionario italiano è ricco di possibili soluzioni, sfido qualunque altro paese al mondo su un assortimento così imponente: governo elettorale, governo di pacificazione nazionale, governo tecnico, istituzionale, ponte, per le riforme, del presidente, di scopo, di tregua, di transizione, delle larghe intese, di unità nazionale, di responsabilità nazionale ... governissimo. O forse, governicchio?

Troppa scelta, troppe opzioni, diventa difficile trovarne una che calzi a pennello. Forse la soluzione migliore la trovò a suo tempo, guarda caso, Giulio Andreotti. Era il 1976 e inaugurò quello che fu definito il governo della non sfiducia. Un monocolore che si reggeva grazie all'astensione dei partiti dell'arco costituzionale (tutti tranne il MSI-DN). Ma quelli erano altri tempi ....

Politica a parole: decantare e moratoria

La crisi perdura, è sulle prime pagine dei giornali, Marini ha iniziato le consultazioni. "Consenso ampio", "sentiero stretto" ... il presidente del Senato si abbandona alla retorica politica per farci capire che la sua missione è quasi "impossibile", sebbene questa sia una parola che non vuole ascoltare. Meglio allora rifugiarsi nei latinorum che, come Manzoni insegna, dovrebbero impressionare il popolo. E in effetti, tra "porcellum" e "mattarellum" c'è di che rabbrividire pensando che queste son le parole dietro cui si cela il dibattito sulla legge elettorale.

In tempi di crisi, poi, il lessico politico si adegua: antica saggezza? ipocrisia sfacciata? se lo chiede il filosofo Gianni Vattimo che mercoledì scorso sul quotidiano La Stampa scopre due termini singolari frutto di una retorica oscurante-dolcificante. Il primo è decantare. Lo cita Veltroni che ha parla di darsi un tempo per lasciar "decantare" la situazione politica. Si può pensare che Veltroni alluda al recitar cantando, al cantar in musica che decantare richiama dal latino. O forse al decantar di un liquido, pensate al vino, decantare il vino così che la posa rimanga in fondo e si ossigeni.

Certo è che la decantazione in politica non è termine nuovo.
Il gabinetto di decantazione è l'esecutivo di breve durata di Giovanni Leone a cui l'allora presidente della repubblica Saragat (siamo nel 1968) ricorse affidandosi alle doti di mediatore del senatore democristiano. E' un esecutivo che resta in carica giusto giusto nei mesi estivi. Tant'è che si parlò di governi balneari, riferendosi anche ad una precedente esperienza di Leone: 1963, anche allora a capo di un governo di transizione per approvare la legge di bilancio (a quei tempi prevista per il 31 ottobre) e lasciare poi il campo a una compagine meno precaria.

Se decantazione è una formula pericolosa, moratoria è invece la parola del momento. Moratoria sulla pena di morte ricorda il grande successo diplomatico dell'Italia con l'adozione della risoluzione alle Nazioni Unite. Moratoria sull'aborto è la campagna di Giuliano Ferrara. Occorrerebbe anche una moratoria nella discussione politica, come invocherebbe - ricorda Vattimo - il senatore Dini. Una moratoria per bloccare il proluvio di parole, parole, parole che alimentano la discussione politica senza portar mai a nulla. Se la moratoria sulla pena di morte sembrava ai più titanica, una moratoria che fermi lo scontro politico appare decisamente impossibile.