lunedì 28 aprile 2008

Retronimo

Retronimi sono acqua di rubinetto e acqua naturale, il film muto è una espressione retronima e così il telefono fisso. Di cosa parliamo? Di una parola che nella lingua inglese esiste dal 1980 da quando fu coniata dal giornalista americano Frank Mankiewicz ma resa popolare da William Safire, noto editorialista del New York Times.

In Italia, viene sdoganata dal linguista Tullio De Mauro che la accoglie il 21 dicembre scorso nella sua rubrica sul settimanale Internazionale.

Il retronimo è un neologismo coniato per parole o espressioni che nel corso degli anni hanno mutato il loro originale significato, oppure è divenuto insufficiente per definire qualcosa. In pratica, spiega De Mauro, "al bar o al ristorante, chi vuole acqua ma non la solita bottiglia, è costretto a chiedere acqua di rubinetto". Un tempo era sufficiente chiedere acqua naturale, poi sono arrivate anche le acque in bottiglia non gassate: e, quindi, se oggi chiediamo acqua naturale non aspettatevi sul tavolo l'acqua di rubinetto.

Il telefono fisso è un retronimo da quando esistono i telefoni cellulari, ma possiamo considerare retronimi anche la tv terrestre (per distinguerla dalla tv satellitare) ma anche il desktop computer retronimo con la diffusione dei portatili e dei laptops. Nel campo del cinema, un tempo esistevano solo i film muti. Una volta che i film sonori sono diventati la norma, è diventato necessario specificare se un certo film è muto: ed ecco che film muto è diventato retronimo.

La tv una volta era in bianco e nero e se si usava semplicemente il termine televisione non ci si poteva che riferire alla tv in bianco e nero. Con l'avvento del colore, il termine televisione è ora più comunemente usato per indicare la tv a colori ed ecco che quindi tv in bianco e nero è un retronimo.

Insomma, di retronimi ce ne sono a bizzeffe ed è curioso e molto divertente scoprirli.

Ballottaggio

Dal francese "ballotage", a sua volta derivazione dal veneziano "ballotta" che era “un piccolo oggetto a forma di palla usato nel Medio Evo”, appunto per votare.

Insomma, stiamo parlando di palline colorate. E d'altra parte già nell'antica Grecia i membri delle alte corti di giustizia votavano segretamente con palline, pietre o conchiglie contrassegnate. A Roma nel 139 a.C. fu promulgata una legge che stabiliva un sistema di voto segreto. Da ballotta deriverebbe anche ballottare che sta per votare con le ballotte e via via nel tempo ballottazione, usato – nel 1527 – da Machiavelli. Il recupero di questo termine nella lingua italiana proviene però dal francese. Ma per un certo periodo i linguisti avevano una sorta di riluttanza ad ammetterlo nei vocabolari.

Lo fa per la prima volta Giuseppe Rigutini sul finire dell'Ottocento anche se storcendo un po' la bocca. Scrive: “Si potrebbe dire ‘secondo scrutinio’, ma la voce francese ha preso il sopravvento e a nessuno sarà possibile di cacciarla né con la ragione, né con le lepidezze”.

Alfredo Panzini, critico letterario a cavallo del Novecento, lo giudica inestetico, mentre sono poche le testimonianze letterarie di questo termine: Carducci lo accoglie in una sua lettera, Pirandello in un romanzo. Insomma, a lungo per niente amato, forse per un certo sciovinismo oppure, dicono i maligni, per una forte allergia verso un modello di elezioni che il nostro Dna politico ha sempre stentato a digerire.

venerdì 18 aprile 2008

Walterloo

Fusione dei termini Walter (ovviamente riferito a Veltroni) e Waterloo, ben rappresenta l'atmosfera del dopo elezioni. Scrive Antonio Polito sul Riformista il 16 aprile: "Più di un buontempone, l'altra sera mi ha proposto di cambiare il titolo di prima pagina del Riformista: da Waterloo a Walterloo. Per quanto sia tra coloro che non riescono a resistere a un buon sarcasmo, ho detto di no. Sarebbe stato un gioco di parole ingiusto".

E certamente ha ragione Polito, accostare la sconfitta elettorale alla disfatta di Napoleone (lo ricordiamo: giugno 1815, la sua ultima battaglia, una delle più cruente del XIX secolo), una sorta di una Waterloo moderna, è ingeneroso, ma fa parte di quei giochi linguistici a cui spesso il giornalismo ricorre anche in modo eccessivo. Ecco perchè non sorprende un titolo del Giornale, quotidiano che non è certo vicino a Veltroni, che dice: "Compagni contro dopo la Walterloo". Ed è comunque un dato di fatto che inserendo Walterloo sul motore di ricerca Google, vengono fuori circa 12mila pagine. Ingeneroso, eccessivo? In fondo, secondo "alcuni maligni", neppure tanto: Walterloo non è la disfatta di Veltroni, ma fa parte di una strategia di lungo periodo che come prima tappa (le elezioni appena concluse) prevedeva non tanto la vittoria su Berlusconi, quanto piuttosto la potatura di tutti quei fastidiosi cespugli del centro-sinistra sotto al cui ricatto è dovuto convivere il premier uscente Romano Prodi...troppo maligni gli "alcuni maligni"?

Tsunami

Le recenti elezioni politiche hanno segnato la sconfitta forse più ampia di quanto ci si aspettasse di Walter Veltroni e la scomparsa dal Parlamento di una serie di forze politiche soprattutto di centro-sinistra (dai socialisti di Boselli a Rifondazione, dai Comunisti italiani ai Verdi). Un vero terremoto. Anzi, uno tusnami. Così l'Ansa del 14 aprile: "Quasi uno tsunami elettorale quello prodotto dal voto, che ha scalzato dal seggio tanti leader e personalità che hanno segnato questi ultimi due anni di legislatura". Ecco perchè chi è riuscito a scamparla, può ritenersi soddisfatto. Come Pier Ferdinando Casini che commenta: "E' stato uno tsunami ... siamo gli unici che hanno retto alla botta".

Evocativo ma non troppo il titolo del Riformista del 15 aprile: "Lo Tsunami arriva a Roma" che da' conto della sciagura accaduta (ovviamente nel centro-sinistra) giocando con una sciagura (questa sì che vera) quale il terribile maremoto dell'Oceano Indiano che il 26 dicembre 2004 causò centinaia di migliaia di morti, feriti e senzatetto in quel pezzo di mondo.

Da allora, per il termine tsunami non c'è stata più pace. Alla faccia del suo significato originario che, in giapponese, è una parola mite, significa onda del porto. Tsunami è ormai entrato nell'uso corrente come sinonimo di maremoto. Generando un equivoco. Perchè con tsunami ci si riferisce alle onde, mentre con maremoto si indica un evento sismico avvenuto al di sotto di un fondale marino.

Ma nell'immaginario collettivo c'è ancora quell'onda immensa e velocissima che si abbattè sulle coste senza poter essere fermata. E oggi, si evoca lo tsunami come l'onda del centro-destra certamente prevista ma non contenuta che ha travolto gli avversari politici. Non a caso, Mario Borghezio parla di uno "tsunami elettorale della Lega".

Minimizza comunque Veltroni che, intervistato oggi da Repubblica, ribatte: "Se domenica ci fossimo presentati agli elettori con l'assetto del 2006, saremmo stati travolti da uno tsunami dal quale il centrosinistra non si sarebbe mai più ripreso".

Una cosa è certa. Per tsunami ormai il destino è segnato: catastrofe, terremoto o il più prosaico sconfitta...le elezioni di domenica scorsa sdoganano definitivamente la parola dall'ambito scientifico a più ampia metafora della vita. Tsunami diventa la sintesi estrema, il simbolo di un concetto che chissà prima non aveva nome: la paura di una tragedia immane, improvvisa, invincibile.