martedì 11 settembre 2012

Provinciale, rionale ... continentale!

"Se sapessero quanto è provinciale dire provinciale, troverebbero di corsa altri aggettivi". Così Camillo Langone, scrittore e giornalista, replica oggi su Il Foglio alla polemica sul provincialismo del cinema italiano all'indomani del Festival di Venezia.

Il termine provinciale assume spesso un'accezione negativa e identifica una persona dalla "mentalità ristretta, arretratezza di gusto, chiusura mentale" (Dizionario Sabatini Coletti).

In tal senso l'ha ovviamente interpretato il regista Marco Bellocchio che lo scorso 9 settembre ad un membro della giuria del Festival di Venezia che avrebbe definito il cinema italiano "troppo provinciale", ha replicato con queste parole: "L'eutanasia, la tragedia o il dramma del fine vita sono forse un tema provinciale? Accetto la decisione della giuria (avendo accettato di partecipare al concorso) che ha giudicato secondo la sua idea di bellezza: i film premiati erano i più belli. Basta. Ma non ci vengano a dare lezioni su cosa gli italiani dovrebbe raccontare al cinema".

Per Langone però la definizione provinciale "per molto cinema italiano è finanche eccessiva" perchè "sentita la pronuncia e visto lo sfondo bisognerebbe dirlo rionale (i rioni ovviamente sono quelli di Roma)".

E prosegue entrando nel merito dei film: "Il cinema di Bellocchio, ha ragione il regista piacentino a lamentarsi, non è provinciale né rionale e nemmeno regionale. Appartiene a una geografia che non si trova nelle mappe ma nelle incisioni del Doré: è cinema infernale. Il cinema del coreano vincitore a Venezia sarà pure visivamente innovativo come dice Dario Argento ma il mio atteggiamento di rifiuto, e quello di Giovanni Veronesi e di altri, non può essere liquidato come provinciale. Sarei provinciale se da abitante della provincia di Parma rifiutassi il cinema della provincia di Reggio Emilia o di Bologna. Ma le cose non stanno così, non ce l’ho assolutamente con i film di Ligabue o di Pupi Avati. La scala del discorso è molto diversa: io non sono interessato al cinema asiatico perché sono uno spettatore europeo. Quindi il mio atteggiamento ha un orizzonte ben più vasto della mia provincia e pretendo che d’ora in poi sia definito “continentale."

mercoledì 5 settembre 2012

Fair Play

"Una parola della quale, in questo paese, non si trova per solito la traduzione". Gianni Clerici in "Le amiche coraggiose" (la Repubblica, 5 settembre 2012) a proposito del derby italiano Errani-Vinci agli Us Open di tennis.

Vocabolario d'Europa

"Fare i compiti a casa, passare l'esame, prendere la pagella, temere i sorveglianti: le misure disciplinari adottate nei paesi indebitati della zona euro hanno probabilmente una ragion d'essere, ma colpisce il vocabolario usato dai governanti quando spiegano le proprie funzioni. E' il vocabolario delle scuole inferiori, più adatto a scolaretti con grembiule che a statisti responsabili, maturi".

Così scrive Barbara Spinelli, nel suo editoriale "Minimalisti d'Europa" pubblicato su la Repubblica.

"Lo chiamano commissariamento, perché lo Stato non virtuoso somiglia a un'impresa in amministrazione controllata. Ma siccome le democrazie non sono aziende, meglio parlare di infantilizzazione: dei governi e dei popoli. Non manca neppure il voto di condotta. Permanentemente sospettosi, ininterrottamente diffidenti, i guardiani ogni tanto ti tolgono - giusto il tempo di respirare - il guinzaglio. Ma non senza alzare l'indice e recitare minacciosi l'ossessivo mantra: «Azzardo morale! Azzardo morale!» (lo dicono di solito in inglese, come una volta si sbandierava il latino per azzittire gli allievi). Il che in soldoni vuol dire: «Ti dò una mano, ma lo so che peccherai ancor più, sicuro come sarai che comunque l'aiuto verrà». L'Unione è oggi questo universo puberale, fatto di maestri e alunni in grembiule, di padroni e servi, di pastori e pecore".