venerdì 27 dicembre 2013

Stop a femminicidio, meglio usare ginecidio

Via femminicidio dal linguaggio. Se proprio un termine deve essere usato per descrivere la tragedia di tante donne, violentate, sfregiate, uccise dai loro uomini (compagni, mariti, fidanzati), allora che si usi il termine ginecidio.

E' una sorta di appello quello che lancia lo scrittore e filosofo Guido Ceronetti dalle colonne del quotidiano la Repubblica.

Scrive Ceronetti:

"Si tratta di eliminare l'orripilante femminicidio, che le abbassa a tutto ciò che, in natura, è di genere femminile, dunque zoologico, col destino comune di figliare e allattare. Ma, per noi, se non siamo bruti, donna significa molto di più. L'etimologia latina ne restringe il ruolo allo spazio domestico (domina); il Medioevo occidentale l'ha inventata (o rivelata) ideale, e su quel trono è rimasta, anche quando trattata a frustate. Sopprimiamo femminicidio e facciamogli subentrare da subito ginecidio. Non è un neologismo bellissimo, ma appartiene alla schiera dei derivati dal greco classico (giné-gynekòs) che suonano in italiano benissimo: gineceo, ginecologia, ginecofobia, misoginia, ginecomanfa, ginandria... Non pensavo mi toccasse di proporre il termine più accettabile per una cosa tanto ripugnante. Però femminicidio va sbattuto fuori dal linguaggio, se ci sarò riuscito me ne farò un minimerito."


Leggi l'articolo di Guido Ceronetti

sabato 21 dicembre 2013

Il cruciverba compie 100 anni

Ci sono le crittografate e le bifrontali, quelle senza schema e quelle con il finale a chiave, a sillabe o facilitate. Ma su tutte, le parole crociate a schema libero. E il cruciverba di pag. 41 è la sfida da sempre con il 'cruciverba' che in Italia è il 'Bartezzaghi'. Ma, come recita un famoso adagio, 'forse non tutti sanno che ..." il rompicapo più famoso compie 100 anni. Esattamente, il 21 dicembre.
Un salto indietro nel tempo, ed eccoci tornati al 21 dicembre 1913. Siamo a New York, ed è l'ultima domenica prima di Natale. Per i lettori del New York World, quella mattina il supplemento Fun ricco come sempre di quiz, enigmi e novelle, presentava una novità, una sorpresa. 


I 'capi' del quotidiano avevano chiesto ad Arthur Wynne (nella foto), giornalista angloamericano, un nuovo gioco capace di creare interesse e curiosità nel clima pre-natalizio di quella domenica.

Wynne elabora quello che decide di chiamare il "Word Cross Puzzle", uno schema a forma di diamante che i lettori - come recitavano le istruzioni - avrebbero dovuto riempire con parole in grado di rispondere alle definizioni date. Quali? Ad esempio: "Come si chiama la fibra della palma Gomuti?".

Ma come spesso capita, gli inventori raccolgono gloria più tra i posteri che tra i contemporanei. I primi cruciverba sono pieni di piccoli e grandi errori e la fama delle parole crociate comincerà a spargersi negli Usa ma anche in Europa solo alcuni anni più tardi. Da Word cross il nome si trasforma in Crossword e pian piano compaiono le caselle nere.
 

In Italia, l'esordio è datato 8 febbraio 1925 su La Domenica del Corriere con un "Indovinello delle parole crociate" e sette anni più tardi nasce il primo giornale dedicato, La Settimana Enigmistica, la rivista - come si legge ancor oggi con una punta di legittimo orgoglio - che vanta innumerevoli tentativi di imitazione.
 

Il termine "cruciverba" compare in un dizionario per la prima volta nel 1927 e quel curioso neologismo ben presto si radicherà nel costume e nella cultura anche italiana.
 

Felici primi 100 anni, caro cruciverba.
 

P.S.: ricorda Stefano Bartezzaghi, figlio di Piero il 'Bartezzaghi' per eccellenza, che la fibra della palma Gomuti si chiama "doh" e da allora viene ricordata quasi esclusivamente per essere stata inserita nel primo cruciverba della storia. Il 'doh' oggi più conosciuto ha un apostrofo in mezzo, "d'oh" ed è la caratteristica esclamazione comica di Homer Simpson, addirittura inserito come 'Doh" nell'Oxford English Dictionary nel 2001 come suono onomatopeico. Bizzarrie delle parole ...

Questo articolo è stato pubblicato su Il Quotidiano del Lazio

lunedì 16 dicembre 2013

Torteggio, evoluzione del sorteggio

Le urne, le sfere bianche contententi i bigliettini con i nomi delle squadre di calcio, il 'testimonial' chiamato al delicatissimo compito della estrazione ... quante volte negli anni, in occasione di Champions League, Europei o Mondiali, abbiamo pensato che più che a un sorteggio, ci trovassimo di fronte a una parodia ben organizzata.
Accoppiamenti sospetti, intrighi di palazzo, palline calde o riprese tv artefatte. Ma quest'anno, il rito della composizione dei gironi per i Mondiali di calcio che si svolgeranno in Brasile nel 2014, ha superato ogni limite. E i commentatori sportivi non hanno più avuto alcun dubbio. Altro che sorteggio, semmai un vero e proprio 'torteggio'.

"Parlare di dubbi, di 'torteggio' invece che di sorteggio pare il minimo", ha scritto Oliviero Beha (Il Fatto Quotidiano, 'Mondiali 2014 il torteggio è servito', 10 dicembre 2013). E ancor prima, addirittura in prima pagina, titolava così la Gazzetta dello Sport: "Torteggio mondiale". Era il 4 dicembre e già si annusava aria di bluff con l'invenzione del Presidente della Fifa Blatter del pre-sorteggio per non penalizzare la Francia. 

E così 'torteggio' entra di diritto nel novero di quei neologismi di stampo calcistico cui certamente avremmo fatto a meno. Il 'torteggio' ha poco a che fare con le torte, molto più semmai con il verbo 'intortare' nel cui significato di 'ingannare, imbrogliare', gran parte dei tifosi italiani si sono ritrovati dopo che le urne dei Mondiali 2014 si sono chiuse.

Questo articolo è pubblicato anche sul sito di Radio Radio

venerdì 13 dicembre 2013

Groko, le grandi alleanze decidono la 'parola dell'anno' in Germania

L'acronimo "GroKo" - che sta per Grosse Koalition - è la parola dell'anno in Germania. Lo ha deciso la "Società per la Lingua tedesca" (GfdS). Così, mentre la grande coalizione fra Spd e Cdu non è ancora in atto, l'abbreviazione GroKo, che la indica sui media tedeschi dalle elezioni dello scorso 22 settembre, è diventata parola del 2013.

Il presidente di "GfdS", Armin Burkhardt, ha motivato la scelta di "GroKo", che ironicamente allude alla inconsueta lunga durata delle trattative di quasi tre mesi per la formazione del nuovo governo, con il fatto che l'acronimo prescelto, nella sua allusione a "Kroko" (abbreviazione della parola "Krokodil", coccodrillo) esprime in maniera irridente un atteggiamento assai diffuso nei confronti della Grosse Koalition. 


Ma una spinta forse decisiva alla scelta di "Groko" era stata data nei giorni scorsi da Klaus Stuttmann, il più famoso cartoonist tedesco, che in una caricatura pubblicata su 'Tagesspiegel' aveva raffigurato un  'Kroko', un coccodrillo, con il volto di Angela Merkel, tra le cui fauci si erge un minuscolo Gabriel (Sigmar Gabriel è il presidente del partito Spd) con il braccio alzato ed il pugno chiuso che grida "Viva la Spd".

Alle spalle di "Groko" si è piazzato "Protz-Bischof", vescovo pacchiano, in riferimento a Franz-Peter Tebartz-van Elst, il vescovo di Limburgo rimosso da Papa Francesco per i suoi sprechi edilizi, che hanno fatto lievitare da 5,5 a 31 milioni di euro i costi del nuovo arcivescovado. Al terzo posto, la parola "Armutseinvanderung", immigrazione della povertà, con cui in Germania si indicano in senso negativo i migranti in arrivo dall'Africa e dall'Europa dell'est con l'intento di sfruttare i benefici dello stato sociale tedesco.

venerdì 8 novembre 2013

Imu e Taser, la macabra ironia degli acronimi

Da Invim a Trise. La storia della tassazione in Italia passa anche e soprattutto il ricorso agli acronimi, formule linguistiche che hanno consentito di celare o rendere meno odiose misure così invise ai cittadini. 

Negli ultimi 40 anni, abbiamo registrato un autentico campionario di acronimi fiscali. Dall'Invim (imposta sull'incremento del valore aggiunto) nel 1972, un nome che richiama vagamente un celebre detersivo, all'Isi, l'imposta straordinaria sugli immobili, così straordinaria che, come spesso capita in Italia, diventa ordinaria e stabile. Tant'è che si tramutò poi in Ici, quindi in Imu per arrivare alle soluzione più recenti, come Trise.  

Per Marco Ferrante (Messaggero, 18 ottobre 2013) c'è un "losco fascino iniziatico negli acronimi fiscali". O forse una macabra ironia, come ha spiegato Federica Colonna (La Lettura, Corriere della Sera, 13 ottobre 2013). 

Basti pensare come Imu, l'imposta municipale unica, simbolo per eccellenza della tassazione per milioni di italiani e bandiera elettorale di Silvio Berlusconi, nelle chat americane si trasforma in una frase d'amore, I miss you, mi manchi. 

Mentre Taser, la prima versione della tassa sui servizi, poi rapidamente abbandonata, richiamava in modo assai infelice la pistola in dotazione alle forze dell'ordine americane usata per immobilizzare ogni malcapitato per effetto di una sorta di elettroshock.
 

Ci spiega Federica Colonna, quando l'acronimo raggiunge il successo, ciò avviene essenzialmente per due motivi: linguistico, perché ci fa rispamiare tempo e spazio nella scrittura e perché è facile da comprendere e ricordare; l'altro psicologico, perché in fondo è una formula liberatoria, è la nostra parte ribelle del linguaggio che si oppone ai diktat linguistici della società che pensa e parla bene. 

Lasciamo a voi la scelta di esprimere i vostri sentimenti con un classico 'ti voglio bene' o con il più liberatorio 'tvb'.


Articolo pubblicato anche su Il Quotidiano del Lazio

domenica 13 ottobre 2013

Alfetta

"Non moriremo democristiani", sentenziò 30 anni fa Luigi Pintor sul 'manifesto'. Eppure l'affermarsi dell'esecutivo Alfetta oltre ad aver evitato una quasi certa crisi di governo, ha aperto nuovi imprevedibili scenari politici.

Tutto nasce il 2 ottobre: Berlusconi - dopo una giornata di trattative, incontri, decisioni smentite pochi minuti dopo - interviene alla Camera prima del voto sulla fiducia al governo Letta e, quasi a sorpresa, annuncia il sostegno suo e del gruppo parlamentare del Pdl. Enrico Letta volge uno sguardo compiaciuto ad Alfano, al suo fianco, che osserva, concentrato, l'aula. E' lì che l'embrione del governo Alfetta comincia ad assumere forma e sostanza.

Il giorno dopo, retroscenisti ed editorialisti dei quotidiani ne raccontano 'morte e miracoli' ma cercano anche di battezzarlo linguisticamente. Claudio Cerasa sul Foglio scrive che "il tema della durata dell'esecutivo è destinato a trasformarsi nel grande esplosivo piazzato sotto il governo Aletta (Alfano + Letta")". Ma è Marco Travaglio a trovare la soluzione vincente. Titola il suo commento in prima pagina su Il Fatto Quotidiano "Alfetta". E spiega: "Il trapasso dal governo Lettusconi al governo Alfetta viene salutato dalla stampa italiana con unanime giubilo".

Alfetta si rivela non solo la perfetta sintesi dei numi tutelari del 'governo di larghe intese' sopravvissuto persino alle forche caudine del giudizio di Berlusconi, ma apre nuovi e impensabili scenari politici. Lo fa capire Rosi Bindi che dichiara: "So bene che c'è chi sogna un ritorno al proporzionale per trasformare questo governo in una sorta di nuova operazione politica centrista e moderata" ma "non vedo all'orizzonte 'l'Alfetta', come già la chiama qualcuno. Ma so che la nostalgia di tornare indietro c'è sempre".

Alfetta, operazione 'nostalgia'? E se la 'balena bianca' appare certo ormai estinta, quella sempre evocata e mai raggiunta ricerca del 'centro' ha forse trovato nuovi potenziali pretendenti. L'Alfetta si è messa in moto e Pintor - lassù in alto - si sganascerà in fragorose risate ...


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Lazio

martedì 8 ottobre 2013

Lambadoza

Nei quaderni, nelle agendine dei sopravvisuti - ricordava qualche giorno fa Attilio Bolzoni su Repubblica, l'isola Lampedusa è indicata sempre come 'Lambadoza'.

Zarsis, sulla costa tunisina, è uno dei punti di partenza di questi 'barconi della speranza' come ipocritamente vengono chiamati. Da quelle parti più cinicamente ma, forse con più onestà, li chiamano 'Gouna', pollaio. A Zarsis, per capire quale sia una delle attività più fiorenti del posto, basta leggere il nome della pizzeria sul corso: 'Lambadoza' e la specialità guarda caso sono i 'Sandwitch Lambadoza'.

giovedì 3 ottobre 2013

I 'diversamente berlusconiani' mutano in 'alfaniani'?

Lui l'aveva annunciato in un tweet: "Se prevarranno gli estremismi, sarò diversamente berlusconiano". Il giorno della verità, il 2 ottobre, si è concluso con una battuta che, rivela sul suo blog Famiglia Cristiana, circola insistentemente: "Ora Berlusconi è diventato diversamente alfaniano". Ironia della sorte di un neologismo che ha già subìto una evoluzione, una modificazione genetica.

E così l'espressione inventata da Angelino Alfano domenica 29 settembre, è finita col diventare uno snodo decisivo non solo per le sorti del governo guidato da Enrico Letta ma, probabilmente, per i futuri scenari del centro-destra. Perchè, come ha scritto Antonio Polito sul Corriere della Sera, in fondo di una "sfida senza precedenti" si è trattato, una sfida lanciata dai "cinque ministri diversamente berlusconiani ... al loro fondatore".

'Diversamente berlusconiano', "un capolavoro di 'angelina' fedeltà e di 'diavolino' tradimento",  ha spiegato su Repubblica Francesco Merlo. L'espressione richiama una formula, il 'diversamente abile' (o anche 'diversabile'), attestato nell'italiano scritto dal 2004, che identifica chi "può svolgere compiti e lavori che gli permettono di integrarsi socialmente, pur avendo difficoltà motorie o psichiche". Nel linguaggio del politicamente corretto, i diversamente abili sono le persone con handicap. E, scrive ancora Merlo, "così si sente Alfano: un berlusconiano azzoppato. E conoscendo Alfano, che è stato sempre il più servizievole, in quel 'diversamente' non c'è il voltafaccia (...) ma c'è la morte di una identità".

Ma non solo. C'è anche la nascita di una nuova possibile formula politica a cui proprio i ministri berlusconiani hanno subito creduto. Beatrice Lorenzin ha confessato che "come Alfano mi sento una diversamente berlusconiana", mentre Gaetano Quagliarello, intervistato dal Messaggero, ha ipotizzato la possibilità di "creare una nuova formazione dove sia possibile essere diversamente berlusconiani".

L'espressione lanciata su Twitter ha ovviamente subito trovato proprio sulla piattaforma social ampia eco, soprattutto in chiave ironica. Stamattina sono #diversamente sveglio (@renzocampanella), Anche il pd è diversamente compatto (@kaniomartinelli), E' come dire che i cassintegrati sono diversamente occupati (@_iStef91). Un gioco a cui non si sono sottratti neppure firme illustri: del cinema, ad esempio, come Alessandro Gassmann: Diversamente Berlusconiano come se fosse Antani.

Tutto, poche ore prima del 'redde rationem'. Poi, la convulsa giornata della fiducia a Enrico Letta, con polemiche, faide, defezioni, dichiarazioni al veleno, litigi, intrighi, fuoriuscite e lotte di potere. I berlusconiani che sfidano i 'diversamente berlusconiani', anzi gli ormai 'alfaniani'. E l'esito finale con il colpo di scena, l'appoggio al governo annunciato a sorpresa da Berlusconi in persona. E l'iperbolica trasformazione del neologismo appena coniato: "Ora Berlusconi è diventato diversamente alfaniano".

giovedì 26 settembre 2013

Onorevole, un termine (quasi) disonorevole

Nell'era della casta e dell'ascesa del grillismo, vi sono parole rapidamente passate dalle stelle alle stalle. E' il caso di onorevole che da sempre non è solo il titolo per eccellenza della politica, ma anche espressione più chiara del 'lei non sa chi sono io'.

Oggi, onorevole è diventata quasi una parola-tabù a tal punto che gli eletti dei 5 Stelle in Parlamento hanno voluto optare per il termine 'cittadino’ o ‘cittadina’. In controtendenza, la vicenda che ha coinvolto Marilina Intrieri, Garante per l'infanzia della Regione Calabria. Intrieri ha recentemente rispedito alla Prefettura di Crotone il documento che la autorizzava a visitare il Centro accoglienza e richiedenti asilo di Isola Capo Rizzuto perché si limitava a definirla 'dottoressa' e non 'onorevole'.

Mimmo Talarico, consigliere regionale della Calabria e autore del libro 'Onorevole sarà lei' (Sabbiarossa editore) ha dichiarato al Salvalingua: "La parola onorevole ha assunto un significato diverso da quello originario e la responsabilità di questa trasformazione è in capo a chi ha portato il titolo in maniera disonorevole. C'è un abuso del termine onorevole, un uso improprio, che - almeno per quanto riguarda le regioni meridionali - è un retaggio spagnolesco. E' un modo di ostentare potere, meriti, dignità o altro a cui spesso non corrisponde un comportamento all'altezza".

martedì 27 agosto 2013

Fatal, da Novara a Verona? Meglio 'bestia nera'

«–Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro,/Figlio d’Absburgo, la fatal Novara./Teco l’Erinni sale oscura e al vento/Apre la vela» (da Miramar, Giosué Carducci). 

E' curioso come da una erronea attribuzione di un verso di uno più grandi autori italiani, sia nata una espressione che oggi ha acquisito il significato più ampio di sconfitta ed umiliazione.

Ma iniziamo dal principio. Il 23 marzo 1849 a Novara si consuma una drammatica e decisiva battaglia della Prima guerra di indipendenza italiana. L'esercito austriaco guidato dal maresciallo Josef Radetzky sconfigge l'armata piemontese e induce Carlo Alberto alla abdicazione. Per la città piemontese è suo malgrado il principio di una vicenda che intreccia storia e letteratura. Si evoca infatti spesso l'espressione 'fatal Novara' attribuita a Giosuè Carducci come sinonimo di cocente e terribile sconfitta e ogni città accostata al termine 'fatal' assume quel connotato.

Come per 'fatal Verona', spesso richiamata in questi ultimi giorni, in occasione dell'incontro che ha aperto il campionato di serie A 2013-2014, Verona-Milan. Una sorta di leggenda calcistica, nata il 20 maggio 1973 quando, era l'ultima giornata di quel campionato, il Milan di Nereo Rocco inopinatamente perse nella città di Romeo e Giulietta per 5-3 una partita che sembrava scontata e lasciò lo scudetto già in tasca ad una incredula Juventus. 'Fatal Verona' si cominciò a scrivere. E dato che nel calcio, e nello sport in genere, certe leggende sono dure a morire, ecco che 40 anni dopo la 'fatal Verona' torna a colpire e nella prima di campionato, sabato 24 agosto 2013, la neopromossa Verona surclassa di nuovo il Milan per 2-1. Poi, andando a vedere le statistiche, si legge che delle 9 partite giocate al Bentegodi, il Milan di Berlusconi in fondo ne ha vinte 4, pur perdendone 3 e pareggiate 2. Ma le statistiche nulla possono contro il sentimento popolare.

Per consolarsi, i tifosi rossoneri potrebbero una volta per tutte contestare l'espressione tanto odiata. Certamente introdotta da Giosué Carducci, ma con ben diverso significato rispetto a quanto successivamente assunto. La 'fatal Novara' del Carducci infatti è la nave di Massimiliano d'Asburgo, nella poesia Miramar. La Novara teatro delle celebre sconfitta piemontese è invece ricordata dal poeta nella celebre Piemonte (dalle Odi barbare) dove parlando di Carlo Alberto, Carducci scriveva:

«E lo aspettava la brumal Novara/e a' tristi errori meta ultima Oporto./...»

Brumal Novara, così Carducci descrisse la città, e non fatal, termine invece usato per la nave Novara di Massimiliano d'Asburgo. Il contenzioso letterario-calcistico può trovar facile soluzione. Basta ricorrere ad una più incontestabile espressione: bestia nera. Come ben spiega Treccani, bestia nera (dal francese bête noire) è "cosa o persona odiata e temuta, che anche solo con la presenza o il ricordo turba e ossessiona, idea fissa: il capoufficio è la sua bestia nera; Cartagine, la bestia nera di Catone; ...".

L'origine del detto risale al Medioevo quando il diavolo veniva dipinto come un animale di color nero con occhi fiammeggianti. Applicato ai tempi odierni e al calcio, c'è una bestia nera per ogni squadra e per ogni tifoso, ma per noi italiani la bestia nera è in fondo una dolce espressione e forse anche per questo la preferiamo ad altre soluzioni linguistiche. Già, perché, come ricorda sempre Treccani, bestia nera si usa per "cosa o persona che non si è mai riuscita a battere: nei mondiali di calcio l’Italia è la bestia nera della Germania".


Questo articolo è stato pubblicato sul blog 'Il Salvalingua' su radioradio.it
http://www.radioradio.it/blog/massimo-persotti/fatal-da-novara-a-verona-meglio-bestia-nera

sabato 17 agosto 2013

Posta inesitata, che orrore il burocratese

Vado all'ufficio postale per ritirare una raccomandata e vacillo di fronte allo sportello 'posta inesitata': sarà il mio? Così si confida una cara amica, un po' perplessa, un po' affranta, con ancora in mano il biglietto eliminacode: 'Posta inesitata' vi è scritto sopra. Sono ignorante?, chiede lei; no, sei vittima del burocratese?, la rassicuro.

Chissà quante volte ciascuno di noi si è imbattuto in una simil avventura, alle prese con terminologie ed espressioni incomprensibili o semplicemente inutili. E ci si è sempre chiesti: ma perché nel comunicare al cittadino, le pubbliche amministrazioni e le aziende usano una lingua che col cittadino nulla ha a che fare?

Domande senza risposta se è vero che il burocratese continua ad imperare, imponendoci gli 'obliterare', i 'de cuius' e le 'condizioni ostative'. Il linguista Massimo Arcangeli, insieme alla Zanichelli, ha recentemente promosso un dizionario antiburocratese online che si alimenta con l'aiuto dei lettori. Ad esempio, Marco segnala la locuzione 'impianto natatorio' usata su un bando dal comune di Ozieri, in provincia di Sassari, e si chiede perché non sia stata usata la più semplice parola 'piscina'. Giusto, anzi si direbbe ovvio se non fosse che gli amministratori sardi neppure c'hanno pensato.

E così per le Poste Italiane che a 'inesitata' avrebbero potuto preferire il ben più comprensibile 'non consegnata'. Bastava consultare un qualsiasi dizionario. Ad esempio, su Hoepli on line, alla definizione di inesitato troviamo: "BUR Nei servizi postali, di lettera, pacco e sim. che non è stato possibile consegnare al destinatario". Dove quel 'BUR' iniziale sta per 'burocratico': come dire, il termine è tecnicamente corretto ma usatelo nel vostro ambito, non nel rapporto con i cittadini.

E allora se davvero l'ufficio postale è uno 'Sportello amico' come recita uno slogan dell'azienda, si potrebbe cominciare a renderlo più amico usando parole alla portata di tutti e trasformando l'orrido 'inesitata' in 'non consegnata'. Anche da piccoli (apparenti) gesti si misura l'efficientamento, ops, l'efficienza di un servizio.


Questo articolo è stato pubblicato sul blog 'Briciole di pane' su ilquotidianodelazio.it
http://www.ilquotidianodellazio.it/articoli/2471/posta-inesitata-che-orrore-il-burocratese

mercoledì 14 agosto 2013

Femminicidio, una parola per esprimere la violenza sulle donne

Il femminicidio è ormai una vera emergenza. Non passa giorno che le cronache dei giornali non ci descrivono un nuovo caso di violenza sulle donne.

Sono state 103 nel 2012, abbiamo già superato quota 80 quest'anno e siamo appena al mese di agosto. Sono le donne uccise dagli uomini. Ci voleva una parola che descrivesse questo drammatico fenomeno, ci vogliono provvedimenti ma anche un cambio culturale per frenare una tal violenza. Ma qui ci fermiamo alla parola: c'è chi l'ha definita brutta, chi goffa, chi inappropriata. Al di là dei gusti di ciascuno, 'femminicidio' è una parola esatta, fa luce su un crimine che si nascondeva tra le pieghe di altre parole: omicidio, uxoricidio.

Ma se esistono i morti per mafia, le vittime della strada, gli infanticidi, è giusto e corretto che questi crimini trovino un'unica cornice lessicale: donne uccise da mariti, compagni, conviventi, fidanzati, chi abbandonato, chi rifiutato. E il crimine che si compie spesso non si consuma solo - come se non bastasse - con l'uccisione, ma c'è anche un voler infierire, un voler distruggere la donna in quanto tale. La parola 'femminicidio' esprime, come ha ben spiegato l'esperta di lingua italiana Valeria Della Valle ospite di Radio Radio il 12 agosto, "tutta la violenza che c'è in questo tipo particolare di uccisione".

Il termine femminicidio è diventato estremamente popolare, suo malgrado, per denunciare le oltre mille vittime donne, sparite o assassinate, in 30 anni nella città messicana Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti. Ma è un termine che, sottolinea Della Valle, "troviamo già in testi di casa nostra di fine Ottocento. E' quindi una parola pienamente italiana". E la realtà di questi ultimi anni l'ha tremendamente riportata d'attualità.

Questo articolo è stato pubblicato sul blog 'Il Salvalingua' su radioradio.it
http://www.radioradio.it/blog/massimo-persotti/femminicidio-una-parola-per-esprimere-la-violenza-sulle-donne

domenica 11 agosto 2013

Torna Forza Italia, tornano gli slogan calcistici

Da oggi i manifesti 6x3 che annunciano il ritorno di Forza Italia tappezzeranno le principali città italiane. 'Ancora in campo per l'Italia' è lo slogan. Ecco il commento di Marco Belpoliti su La Stampa'


I nuovi manifesti di Forza Italia. Uno schermo. Lui contro tutti


I carattere che i grafici della rinata Forza Italia hanno scelto per scrivere lo slogan del ritorno ("Ancora in campo per l'Italia") è un Bodoni Poster, realizzato da un geniale designer americano, Chauncey H. Griffit, a partire dalla tipografia settecentesca italiana. Non a caso questo carattere è stato creato nel 1929 durante la grande crisi. Si tratta di un carattere usato nei vecchi manifesti e soprattutto nei calendari: rassicurante, elegante, famigliare e materno. Non è quasi mai utilizzato per la comunicazione politica, mentre compare invece nelle testate dei giornali, e persino nei ricettari. Grosso, ma con le grazie di Bodoni, appunto. Disposto su un fondo bianco, una fascia, in nero, con il simbolo di Forza Italia quale brand. L'immagine è di una folla festante, tifosi che sventolano bandiere e circondano il balcone, o meglio il ring, dove si trova lui, il Capo (nome assente dal manifesto). Il binomio "campo" e "Italia" segnano un ritorno agli slogan calcistici degli inizi. Il campo è quello dell'uomo solo al comando, che parla vestito di nero dalla tribuna, o dal pulpito. Non è propriamente un manifesto ma uno schermo della Clear Channel, società di comunicazione e pubblicità. Sul lato, in modo quasi pudico: www.forzasilvio.it. Niente Berlusconi, per il momento.
Marco Belpoliti

mercoledì 7 agosto 2013

Le parole che rivelano le bugie

Usano meno pronomi di prima persona come "io e me" oppure tendono a scrivere mail molto lunghe. Il linguaggio può essere rivelatore di chi dice bugie. Insomma, le parole possono contribuire a smascherare i bugiardi. 

E' quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori della Carnegie Mellon University secondo il quale gli scienziati hanno tutte le armi per dimostrare se una persona nasconde uno scomodo segreto. Altro che macchine della verità! 

E' sufficiente prestare attenzione al linguaggio: più ingannevole, contraddistinto da parole emotive più negative e meno pronomi come "io" e "me". Ma non basta. Anche la posta elettronica può esser d'aiuto per scoprire una menzogna: chi ha un segreto tende a scrivere mail molto lunghe e con maggiore frequenza dopo l'acquisizione dello stesso. 

Per dimostrare le loro tesi, i ricercatori americani hanno fatto alcuni esempi concreti. Come l'ex presidente degli States George W. Bush che prese ad utilizzare molti meno pronomi singolari (come "io" e "me") prima di invadere l'Iraq, esattamente come fece Harry Truman prima che gli Stati Uniti sganciassero la bomba atomica su Hiroshima. Più recentemente, il caso di Dzokhar Tsarnaev, il presunto attentatore della maratona di Boston, che nei suoi messaggi Twitter pare abbia incluso un numero decisamente inferiore di pronomi di prima persona dall'ottobre del 2012 in poi, periodo in cui il fratello Tamerlan tornò dal suo viaggio in Russia e iniziò presumibilmente a caricare materiale estremista su Youtube. 

domenica 21 luglio 2013

Dalla verifica al tagliando, i luoghi comuni della politica

Scrive Mattia Feltri sulla Stampa che la verifica chiesta venerdì scorso dal segretario del Pd, Guglielmo Epifani, è la numero 2.767 degli ultimi 32 anni, secondo gli archivi Ansa. Il dato potrebbe difettare di qualche unità, ma in sostanza testimonia come il termine verifica e, quindi, l'atto politico è una costante della nostra democrazia.

Solo che in questi ultimi tempi la "leggendaria verifica di governo" si è tramutata in tagliando, "secondo la lenta evoluzione linguistica della politica (...) Visto che ha sempre portato male, si prova con nuove, povere locuzioni".

"Il pigro lessico di palazzo è un argomento ricorrente sulle pagine dei giornali" e Feltri prova a farne un condensato prendendo spunto dalla seduta parlamentare di venerdì al Senato. Emerge un ritratto dei luoghi comuni della politica italiana. Ad esempio, "il verbo più usato (sei o sette volte) è stato «stigmatizzare». «Non possiamo che stigmatizzare» (Gianluca Susta, Scelta civica) o meglio «stigmatizzare fortemente» (Enrico Cappelletti, M5S). Ma anche «stigmatizzare ancora una volta» (di nuovo Susta). E il vulnus? Poteva mancare il vulnus? «Verificatosi un vulnus» è il capolavoro di De Cristofaro, che poi ha anche «alzato il sipario». Ma si è anche «determinato un vulnus» secondo la collega di partito Loredana De Petris".

Siamo seppelliti, scrive Feltri, da ovvietà eterne. "«Assicurare continuità all'azione di governo» (Zanda), «nuovo slancio all'azione di governo» (Bernini), «fiducia che ribadiamo in maniera convinta e responsabile» (Renato Schifani). Anche il premier, Enrico Letta, era preso dal «senso di ineluttabilità», da un «doveroso sovrappiù d'ascolto», dal «manifestato auspicio». E per concludere in pirotecnia, a voi il «tempo concessomi» di Casson, il «rivelatosi» di Schifani, «l'impegno solennemente richiestoci» di Russo".

Tirando le somme, Feltri spiega: "si compilano i glossari, gli agili vocabolari, le istruzioni per l'uso: roba umoristica già trita. Ma stavolta pare di cogliere un aspetto ulteriore. Il latinorum della Prima repubblica non è più fra di noi: quell'indecifrabile alfabeto farfallino delle tribune elettorali, strumento per parlare ore e non dire nulla, ma mandare messaggi precisi, è morto stecchito. La Seconda repubblica non l'ha preso e ammodernato, anche a scopi di raggiro dell'elettore. E' rimasto soltanto il piccolo frasario polveroso del luogo comune, della tattica miserella".

domenica 7 luglio 2013

Siamo un Paese di 'bollini'

Esodo, giornate topiche, ma soprattutto bollino nero. Il 2013 potrebbe segnare un punto di svolta nelle parole che caratterizzano i bollettini del traffico estivo. Viabilità Italia, il Centro di coordinamento del Viminale che si occupa della gestione delle situazioni di crisi legate alla circolazione stradale, ha reso noto che per la prima volta da quando viene predisposto il piano della viabilità su strade e autostrade italiane, non verrà usata durante l'estate 2013 l'espressione "bollino nero". 

Il "bollino nero" contraddistingue le giornate particolarmente critiche per i flussi di traffico verso le località di vacanza e che rimandano a immagini di interminabili code su strade e autostrade. Gli esperti spiegano che sono finite le vacanze lunghe, a favore di quelle mordi e fuggi, scaglionate nei diversi fine settimana. Senza contare la crisi economica che incide sempre più nelle scelte delle famiglie italiane.

Nessun "bollino nero" semmai "rosso", spiegano i tecnici. E per di più "asteriscato": bollino rosso cosidetto asteriscato indica un traffico molto intenso con punte di criticità che possono essere per orari o per aree di viabilità.

Siamo un Paese di bollini, non c'è che dire. Ne abbiamo per tutti i gusti, colori e attività.

Ad esempio, citare il bollino rosso non basta se si vuol parlar di traffico, perché il bollino rosso indica anche il quarto e massimo livello di rischio caldo per la popolazione. Non solo. In televisione, etichetta un film con contenuti non adatti ai bambini. A differenza del bollino giallo (film può essere visto dai bambini ma con presenza di un adulto) e del bollino verde (programma adatto anche ai bambini). Ma il verde caratterizza anche il bollino apposto dalle ditte autorizzate sulle nostre caldaie. Nel caleidoscopio dei bollini, non manca il blu: il bollino blu è la certificazione sui gas di scarico della nostra automobile.

venerdì 5 luglio 2013

Egitto, golpe o non golpe

Una parola normalmente descriverebbe quanto accaduto in queste ore in Egitto: golpe. Ma è una parola in declino nelle democrazie e giornali occidentali. Scopriamo perché.

Due anni fa, una espressione aveva accompagnato l'uscita di scena di Mubarak: 'primavera araba'. Espressione che evocava trasformazione e ispirava speranza per un nuovo corso in Egitto, ma anche in tanti altri Paesi attraversati dal vento del cambiamento come Libia, Algeria, Tunisia, Siria, Giordania. Sappiamo che non è andata come, almeno in Occidente, ci si augurava. E come si attendevano anche molti egiziani, tornati nelle piazze questa volta non per chiedere la cacciata di un presidente-padrone ma del primo presidente democraticamente eletto dell'Egitto, Mohamed Morsi. La sua cacciata, ha fatto sorgere molteplici dubbi che Magdi Cristiano Allam (Il Giornale, 5 luglio) ha così riassunto: "E' definibile 'colpo di stato' l'intervento dei militari dopo che 14 milioni di egiziani da settimane si riversavano nelle piazze di tutto il Paese e dopo la raccolta di 22 milioni di firme che rivendicavano le dimissioni del presidente Morsi condannandolo come espressione del regime dei Fratelli Musulmani e non tutore dell'interesse nazionale dell'Egitto?"

Colpo di stato, golpe ... parole che ricorrono ogni qual volta la storia ha posto i militari al centro di rovesciamenti di potere. "Da Bokassa a Noriega, si fa presto a dire golpe", titola Il Fatto Quotidiano (5 luglio) l'articolo di Maurizio Chierici che ricorda, ad esempio, il famoso caso di Allende in Cile. Qui però è diverso. E non è un caso se la parola golpe non trova sponde in nessuna democrazia occidentale, neppure in quelle più preoccupate dell'ambiguo ruolo dei militari. Con la sola eccezione della Turchia, anch'essa alle prese da settimane con la protesta di migliaia di giovani, dove il capo del governo Erdogan ha dichiarato sdegnato: "Un inaccettabile golpe militare".

Sui giornali italiani, opinionisti ed esperti si sono divisi. Bernardo Valli (Repubblica, 4 luglio) ha spiegato: "Un golpe? Ci assomiglia. Ma un golpe bianco perché se è stata impiegata la forza militare, l'obiettivo non sembra la presa del potere". Bianco? Più sul 'grigio' per Antonio Ferrari (Corriere della Sera, 4 luglio): "grigio, dolce, ma pur sempre golpe, con il presidente agli arresti domiciliari, con i carri armati per le strade, e con i soldati che circondano i centri nevralgici del Paese, per proteggerli dal rischio di una guerra civile".

Ma c'è un fatto sostanziale, che differenzia gli eventi in Egitto da altre vicende simili. Ancora Ferrari: "Questo non è un golpe tradizionale, non è un golpe contro il popolo. Potrà sembrare un ossimoro, ma quello che stiamo seguendo è un golpe popolare, auspicato dalla maggioranza del più grande Paese arabo, che sperava con la «primavera delle piramidi» di aver ritrovato la strada della libertà".

Golpe popolare, anzi atipico. Leggete Fabrizio Cicchitto, presidente della commissione Esteri della Camera (Adnkronos, 4 luglio): "Siamo davanti ad un colpo di stato, ma ad un colpo di stato atipico, visto il sostegno popolare all'esercito dato da grandi manifestazioni popolari".

Insomma, le definizioni si sprecano. "Un golpe democratico" (Matteo Colombo, panorama.it, 4 luglio). Un "colpo di Stato. Ma per metà" (Il Messaggero, 4 luglio). Un'anomalia. Che coglie Filippo Facci (Libro, 5 luglio) che parla di uno "strano tripudio della nostra stampa che esalta il colpo di Stato contro un presidente regolarmente eletto".

Proviamo a tirare una conclusione con Carlo Panella (Libero, 4 luglio): "È indubbiamente in corso un 'golpe' militare, nella forma e nella sostanza, che ha però il pieno e totale sostegno dei 14 milioni di egiziani che domenica hanno manifestato contro Morsi. Un 'golpe' richiesto dunque a gran voce da larga parte del popolo egiziano, peraltro contro un presidente democraticamente eletto, un inedito nella storia".

Insomma, l'Egitto è laboratorio di nuove forme radicali di cambiamento politico che una parola antica non è più sufficiente a descrivere. Golpe sì, ma non troppo ...


Articolo pubblicato anche su RadioRadio.it

martedì 25 giugno 2013

A pettinar le pecore

da Corriere della Sera-La Lettura del 23 giugno 2013

Due parole in croce
di Luigi Accattoli


"Non siamo mica qui a pettinar le bambole" intimava ai suoi tempi il Bersani mirando a un cambiamento della politica. "Siamo pastori e non pettinatori di pecore" ha sentenziato lunedì 17 giugno il Papa argentino spronando a un mutamento della Chiesa: "Nell'ovile abbiamo soltanto una pecora e voi dovete andare fuori a trovare le altre novantanove". Chissà se la stessa metafora potrà avere un effetto migliore.

venerdì 21 giugno 2013

Disoccupati, inattivi o scoraggiati?

Cambiano le formule ma non la sostanza. Ora, è di moda l'acronimo "Neet", abbreviazione dell'espressione anglosassone "Not in education, employment, or training". In pratica, chi non lavora né studia. Un tempo, il fenomeno aveva un solo nome: disoccupazione. Oggi, la galassia è più articolata, analisti e uffici studi e statistiche ricorrono a formule ormai entrate anche nell'uso comune ma il cui significato spesso sfugge.

Il disoccupato oggi non è chi non ha un posto di lavoro. Non basta. Vuoi chiamarti disoccupato? Allora, devi anche aver cercato attivamente un impiego e mostrarti disponibile a lavorare. Altrimenti, vai a finire nella categoria degeli 'inattivi', cioè le persone che non fanno parte delle forze di lavoro, vale a dire né occupati né disoccupati. Ci sono anche le sottocategorie: inattivi disponibili a lavorare ma che non cercano lavoro e gli inattivi che cercano lavoro ma non disponibili a lavorare. Un girone infernale dove troviamo anche gli 'scoraggiati', le persone che vorrebbero lavorare ma non cercano più lavoro, e i 'sottoccupati', chi ha un lavoro ma a a tempo parziale pur volendo o potendo lavorare di più. Senza dimenticare gli esodati, i non più giovani ma neppure troppo vecchi per meritare la pensione.

I 'Neet' pare siano però il fenomeno più preoccupante. Perchè si riferisce ad un universo giovanile (tra i 19 e i 25 anni) appena uscito dalla formazione ma che non riesce ad entrare nel mercato del lavoro. Nei giorni scorsi, il Ministero del Lavoro ha quantificato in 2milioni i 'Neet' italiani con una incidenza pari all'1,5% del prodotto interno lordo e un costo sulla collettività di 24 miliardi di euro. Insomma, non hanno un lavoro e rappresentano anche un fardello. E' la beffa che si aggiunge al danno. Un 'déjà vù' per i giovani e la loro condizione, basti pensare alle parole-etichetta a cui si è fatto ricorso in questi ultimi anni: bamboccioni, sfigati, choosy. Per dirla come vuole la tradizione popolare, 'cornuti e mazziati'.



Questo articolo è stato pubblicato sul blog 'Briciole di pane' su ilquotidianodelazio.it
http://www.ilquotidianodellazio.it/articoli/1936/disoccupati-inattivi-o-scoraggiati

mercoledì 19 giugno 2013

Tweet entra nell'Oxford English Dictionary

Il sostantivo tweet, il messaggio di 140 caratteri, e il relativo verbo to tweet, sono  termini  ufficialmente riconosciuti dalla lingua inglese. Lo ha stabilito l'autorevole Oxford English Dictionary. Il suo direttore, John Simpson, è stato chiaro: "Con questa decisione abbiamo violato una nostra regola storica, cioè aspettare almeno 10 anni dalla sua prima apparizione, prima di introdurre un neologismo nel nostro dizionario".

Sì perché Twitter è nato appena cinque anni fa. Era il 15 marzo 2007 quando sul sito di microblogging spuntò il primo messaggio o tweet. Da allora, il 'cinguettìo' più celebre si è spostato dai boschi al web. Diventando così popolare e d'uso nel linguaggio comune da indurre gli esperti linguisti del dizionario anglosassone a fare una eccezione e arruolarlo anticipatamente tra le voci della nuova edizione.

E il verbo to tweet assume formalmente il significato - ben noto a tutti - di "inserire una frase sul social network Twitter". Ma il successo di Twitter va oltre. Perché tra le new entry dell'Oxford English Dictionary annotiamo anche follow e follower, intesi come seguaci di un determinato profilo presente sulla piattaforma. Ma sono molte le parole o espressioni entrate nel dizionario provenienti dall'universo web e digitale (geekery, live-blogging, e-reader), a riprova di quanto ormai influenzi non solo la nostra attività quotidiana, ma generi anche un proprio linguaggio che da tecnico si trasforma sempre più in comune e quotidiano.

venerdì 14 giugno 2013

Il congiuntivo (mancato) di Renata Polverini

Lancia il nuovo sito ma commette un grave errore grammaticale. E' Renata Polverini che inciampa nell'uso (mancato) del congiuntivo. Un errore che non passa inosservato, soprattutto perché commesso su Twitter.

Il 7 giugno scorso, sul profilo Twitter dell'ex Presidente della Regione Lazio compare il seguente tweet: "E' in linea il nuovo sito renatapolverini.it con una veste grafica completamente rinnovata. Spero che vi piace :)".

Spero che vi piace ... di chi è la gaffe? di Renata Polverini o di qualcuno del suo staff? Non è chiaro se l'alimentazione del suo profilo social sia gestito da lei direttamente o da qualche suo collaboratore. Sta di fatto che la frase incriminata chiude un suo tweet e, volente o nolente, Polverini ne è responsabile.

Twitter non perdona e sebbene il messaggio verrà poi cancellato, ormai la traccia è lasciata e i commenti sul popolare social impazzano.

Frandiben scrive "Dite alla Polverini che il suo sito non mi piaccia", mentre Federica (alias @kikka75f) rilancia: "Se io abiterei nel Lazie ti avrebbe votato!!!". Stefano Bandini ironizza: "Poraccia. Congiuntivo di 'pora'.." e Letizia Sannino amaramente commenta: "Gente,non laureatevi chè Renatona nostra dimostra che si diventa importante senza congiuntivi". 

L'invito finale è di Martina Avallone: "Il congiuntivo non è un optional! A te più che un sito nuovo servirebbe un insegnante di italiano". Commenta il quotidiano Libero: "Difficile darle torto. Troppo spesso i nostri politici scivolano nelle trappole della nostra lingua".

giovedì 13 giugno 2013

Primavera turca? Meglio chapulling

L'occupazione del Gezi Park di Istanbul, nata come protesta contro un progetto di costruzioni al posto del parco, è ormai in corso da due settimane ed è rapidamente mutata in rivolta e opposizione nei confronti del governo di Recep Tayyip Erdogan. La presa di Piazza Taksim, a Istambul, ha fatalmente portato la memoria ai fatti di Piazza Tahrir a Il Cairo, storico epicentro delle manifestazioni di protesta in Egitto contro l'allora presidente Mubarak. Era il 2011 e nasceva allora quella che fu definita la 'primavera araba', espressione giornalistica che i media occidentali usarono per indicare una serie di proteste e manifestazioni che toccarono molti Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

E guarda caso, da Tahrir a Taksim, ecco che la 'primavera araba' si tramuta per molti media in 'primavera turca' o 'primavera del Bosforo'. Quanto di più sbagliato, ha precisato il Ministro degli Affari Esteri Emma Bonino. "I turchi non sono arabi - ha spiegato - queste manifestazioni ricordano maggiormente quelle che abbiamo visto nelle nostre capitali, ricordano Occupy Wall Street".

Marta Dassù, viceministro agli Affari Esteri, ha meglio chiarito il pensiero di Emma Bonino: "Lì si lottava contro regimi autoritari, qui la Turchia è un paese democratico, anche se in modo alquanto immaturo, e le proteste avvengono per difendere il diritto a manifestare, rispetto ad alcune scelte del governo Erdogan, che secondo una parte della popolazione vanno in contrasto con questo diritto e contro i propri stili di vita, le proprie scelte, preferenze. Pertanto i casi sono effettivamente abbastanza diversi".

Per non sbagliare, dunque, il neologismo che meglio può rappresentare gli eventi di questi giorni in Turchia è chapulling. Deriva dal termine turco 'çapulcu' (vandalo, saccheggiatore) usato dal primo ministro Erdogan per etichettare coloro che protestavano in strada. Un attacco che il movimento ha saputo rivoltare con le armi dell'ironia e del paradosso: il termine trascritto in inglese è diventato chapulling, quale sinonimo di combattente per i diritti e la giustizia, trasformandosi in una delle parole più usate (e più cercate) sul web.

lunedì 3 giugno 2013

In Germania, sparisce la parola più lunga: 63 lettere

La lingua tedesca perde la sua parola più lunga, 63 lettere, come dire tre alfabeti italiani in fila. Si tratta di 'Rindfleischetikettierungsuberwachungsaufgabenubertragungsgesetz', ovvero il nome di una normativa locale che si potrebbe tradurre all'incirca 'Legge per il trasferimento di compiti di vigilanza nell'etichettatura delle carni bovine'.

Conosciuta anche con la sigla 'RkReUAUG' la legge era vigente dal 1999 nello Stato del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Il parlamento regionale ha deciso di sostituirla, cancellando così un vero e proprio unicum lingustico. Nonostante il suo titolo di parola più lunga in lingua tedesca, la legge 'RkReUAUG' non è mai stata inclusa nel dizionario tedesco perché il suo uso non era sufficientemente diffuso. Il record tra le parole del dizionario resta quello di 'Kraftfahrzeug-Haftpflichtversicherung', 36 lettere per indicare l'assicurazione di responsabilità civile per l'auto.

giovedì 30 maggio 2013

Democristianeria

Lo spiegava bene già il 2 maggio scorso il giornale digitale Linkiesta: "È stato unanimemente sottolineato l'alto tasso di 'democristianeria' nella composizione dell'esecutivo di larghe intese guidato e formato da Enrico Letta". Quasi un mese dopo, il sindaco di Firenze Matteo Renzi ci torna sopra a mò di denuncia: "C'e' un eccesso di democristianeria nel governo, e non di quella buona", ha detto durante la trasmissione 'Otto e mezzo', su La7, il 29 maggio. Precisando: "Una parte di liturgia democristiana nel governo mi pare un tantinello eccessiva".

La democristianeria non è un neologismo, semmai è un ritorno in auge di un termine e di una filosofia nel far politica che il berlusconismo e il bipolarismo sembrava avesse seppellito. In tutti questi anni, i nemici della 'balena bianca' avranno più volte rimasticato soddisfatti il famoso titolo di Luigi Pintor «Non moriremo democristiani», sferzato sulle colonne del manifesto il 28 giugno di 30 anni fa esatti, all'indomani del tonfo elettorale della Dc di De Mita. Convinti che quell'era politica, se non tramontata nel 1983 come si augurava l'allora direttore del quotidiano comunista, si fosse liquefatta nei rivoli dei partitini di centro durante la Seconda Repubblica. 

Un'avvisaglia l'aveva però lanciata Nichi Vendola, lo scorso 7 gennaio, quando aveva definito una "democristianeria senza la dc, democristianeria da Grande Oriente d'Italia" l'invito di Mario Monti a Bersani di tagliare le ali, tra cui Sel, in vista delle elezioni. Un segnale? Chissà. Ma il tempo e la storia sono spesso architetti di misteriosi accadimenti: e quando il 6 maggio scompare Giulio Andreotti sembra ironia della sorte che il lutto si compia nei giorni del ritorno della democristianeria e di quella 'filosofia consociativa' (Dagospia) di cui proprio Andreotti ne è stato fiero paladino.

La democristianeria è - spiega Treccani - quella "maniera di gestire l'attività politica propria dei democristiani", termine già attestato sul quotidiano la Repubblica nel 1986 (25 marzo 1986, Paolo Guzzanti). E più volte richiamato da politici e commentatori. Ricorda Jacopo Jacoboni (La Stampa, 31 gennaio 2008) una delle "metafisiche locuzioni della democristianeria" invocata da Mario Baccini durante una riunione di partito: "«scusate, devo sprigionare un pensiero»".

Oggi, la democristianeria è ben diversa, non ci troviamo più di fronte la classe politica sopravvissuta "al ventennio seguito alla scomparsa della Dc - scrive Linkiesta - quanto piuttosto un plotone di quarantenni giunti alla prima fila della vicenda politica e in gran parte segnato dall'impronta di una comune formazione". Sono i Letta, Franceschini, Del Rio da un lato e gli Alfano e Lupi dall'altro, ma anche i Mauro e D'Alia nell'area centrista, tanto per citarne alcuni.

E allora forse ha ragione Pippo Civati che commentando il 30 maggio il voto sulla mozione Giachetti per il ritorno al 'mattarellum' sottolinea: "Qui c'é anche un po' di cretineria, non solo troppa democristianeria".

sabato 18 maggio 2013

Discensore sociale

Se diversi anni fa, in pieno sviluppo e espansione economica, si era andata affermando l'espressione ascensore sociale per rappresentare la possibilità, anche per cittadini di umili origini, di scalare i gradini della società, ormai da qualche tempo siamo costretti a convivere con l'opposto fenomeno definito discensore sociale, impostosi lessicalmente in Francia e ormai pienamente adottato anche in Italia.

Alain Mergier, il sociologo che coniò l'espressione ricorda in un articolo uscito su Le Monde come "nel 2006 per la classe operaia, la mobilità sociale aveva cominciato a scendere". Ma ormai il discensore sociale sembra già un pallido ricordo, perchè come spiega Mergier, all'epoca la situazione era complessa ma almeno "c'era un ascensore e, quindi, un edificio. Oggi, dopo cinque anni di crisi, la paura non è tanto il veder scendere l'ascensore quanto assistere al crollo dell'edificio".

Paolo Di Stefano, noto scrittore che sul Corriere della Sera tiene il forum 'Leggere e scrivere', oggi scrive sull'edizione cartacea del quotidiano come quell'espressione così profetica sette anni fa "ora acquista un significato meno astratto se è vero che si aggancia a numeri che dimostrano inequivocabilmente come le categorie modeste e le classi medie cosiddette «inferiori» siano cresciute negli ultimi quattro anni, in Francia, dal 57 al 67 per cento. E' il risultato di una inchiesta condotta dalla Fondazione Jean-Jaurès",

La crisi genera povertà e paradossalmente fantasia lessicale. E' il caso di discensore sociale. Ma non solo. "E' probabile - conclude Di Stefano - che quando (se) verremo fuori (si presume malconci) dalla immane depressione di questi anni saremo più ricchi nel vocabolario. Nessuno, tanto meno il comune cittadino, potrà mai più dimenticare lo «spread», il «rating», la «deflazione», i «bond», il «debito sovrano». Il «rigore» non evocherà più banalmente la sfera educativa, quella calcistica o quella meteorologica. E ogni volta che prenderemo il lift di casa ricorderemo, per associazione (e senza rimpianti), il crudele «discensore sociale». Saremo semanticamente iperdotati. Magrissima consolazione".

Approfondimento:Le Monde - Le "descenseur social" des classes moyennes

sabato 11 maggio 2013

Deboltrinizzato

La Lega introduce un neologismo nel suo vocabolario non molto ricco. Si tratta di un aggettivo: «deboldrinizzato», con chiaro riferimento alla Presidente della Camera Laura Boldrini. 

Il termine sta a significare più o meno una persona che rifugge orgogliosamente dalle logiche umanitarie nei confronti di sfollati, emigrati, disgraziati. Lo si deduce da una lettera apparsa su «La Padania» nella rubrica della posta dedicata ai militanti. 

Tal Filippo protesta contro «la sinistra che ci impone il multiculturalismo nelle città che amministra». Gli rispondono Marco e Camilla, titolari delle pagine: «La sinistra ha voglia di affogare, noi lasciamoli fare e intanto provvediamo a costruirci un'arca per il diluvio prossimo venturo. Una macroarca deboldrinizzata».

(fonte: Alessandra Longo, la Repubblica)

sabato 4 maggio 2013

Sei proprio un bel troll!

Il mutevole linguaggio politico può registrare un nuovo ingresso, una incursione proveniente direttamente dal mondo digitale. Non rappresenta certo una novità assoluta, ma lo "sdoganamento" operato da un recente post di Beppe Grillo lo ha fatto salire agli onori delle cronache.

Era il 24 marzo quando il leader del Movimento 5 Stelle sottolineava sul suo blog che "da mesi orde di trolls, di fake, di multinik scrivono dai due ai tremila commenti al giorno. Qualcuno evidentemente li paga per spammare".

Il troll che minaccia il "pensiero unico" grillino e condiziona anche i neo-parlamentari del Movimento non è più quindi solo il provocatore digitale, il molestatore del web. Assume nuove sembianze e finisce con lo scendere in campo nell'agone politico.

Strano destino il suo. Nel bestiario mitologico del Nord Europa, ha scritto Violetta Bellocchio sul Corriere della Sera (25 marzo 2013), il troll è una creatura violenta e aggressiva, con un aspetto mostruoso (statura gigantesca, nasi lunghi, bocche enormi) e un difetto fatale, la scarsa intelligenza.

Ma il pubblico italiano ha cominciato realmente a conoscere i trolls grazie a due saghe molto popolari, nella letteratura e poi nel cinema: quella del Signore degli Anelli di Tolkien e quella di Harry Potter di Rowling.

Ma se ci si sposta dalla leggende scandinave all'etimologia, si scopre che il trolling è una tecnica di pesca usata addirittura dagli elicotteristi americani in Vietnam per stanare il nemico. Internet ha resuscitato il termine adottandolo per etichettare i provocatori che imperversano nei siti social molestando con frasi irritanti o non sense gli utenti. Ma non finisce qui. Dal web alla politica il passo è breve in tempi in cui la 'rete' diventa la nuova platea democratica. Ed ecco che allora il troll diventa il sabotatore, assumendo le sembianze di una nuova inedita figura nel linguaggio politico, cioè di colui che è in grado di condizionare il dibattito dall'interno, dare fastidio, attaccare senza essere identificato. Personaggio oscuro e inviso che visti i tempi avrebbe potuto ottenere una denominazione ben più ardita: 'sei proprio un bel troll', in fondo, può quasi apparir un complimento!

Pubblicato anche su: Radio Radio/Blog

mercoledì 1 maggio 2013

Inciucio, il vero significato della parola

L'inciucio è "nel sangue di una certa politica" e certo non solo di questi ultimi giorni. Corrado Stajano, sul Corriere della Sera, spiega cosa significhi veramente la parola inciucio così usata nelle ultime settimane.

"Lo spiega Ermanno Rea, - scrive - lo scrittore di Mistero napoletano che possiede i quattro quarti di nobiltà partenopea per farlo. Di origine onomatopeica, la parola nasce dal verbo inciuciare, parlar sommessamente, spettegolare e di qui il sostantivo pasticcio, intrigo, accordo improprio, pastrocchio tra diversi. Una pratica da comari napoletane sedute fuori dai bassi nel vicolo. Di là dalle Alpi si prediligono termini più solenni, Grosse Koalition, Union sacrée. Qui da noi, in modo più casalingo, larghe intese, espressione del consociativismo pudico. C'è stato anche chi si è cimentato nei raffronti storico-politici tra il ministero neonato, iI CLN e il compromesso storico degli anni Settanta. Ma il. Comitato di liberazione nazionale — dai liberali ai comunisti — era un governo alla macchia, consonante nella lotta contro il nazifascismo. Il compromesso storico fu un'invenzione strategica di Berlinguer dopo il colpo di Stato in Cile del 1973 dei generali di Pinochet contro il debole governo di sinistra di Allende. Doveva essere l'incontro tra due grandi forze popolari, il Pci e la Dc. Si sa come andò a finire."

Ora, il nuovo governo "nato centellinando il vecchio e consolidato manuale Cencelli". Ma l'inciucio "è nel sangue di una certa politica, non solo di oggi, dai comunisti-miglioristi ai dorotei della Dc che sarà felice, nell'aldilà, nel vedere i suoi eredi accomunati in numero elevato in entrambi gli schieramenti. Non è facile mettere insieme gruppi con principi opposti nella politica e nella società".

domenica 21 aprile 2013

Torna 'inciucio', Napolitano lo bandisce

"Alla fine faranno come vogliono loro con un inciucio di palazzo, ma il mondo li cambierà", gridava sabato un ragazzo piemontese in piazza Montecitorio, anche lui a manifestare contro 'l'accordo di palazzo', il patto tra Pd-Pdl-Scelta Civica che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica e porterà nei prossimi giorni ad un governo di larghe intese, del presidente, istituzionale ... chiamatelo come volete, per Beppe Grillo una sola parola può rappresentarlo: "Il MoVimento 5 Stelle ha aperto gli occhi ormai anche ai ciechi sull'inciucio ventennale dei partiti". Ecco perché una definizione corre veloce sui social ed è quella che rilancia Giorgia Meloni, capogruppo alla Camera di Fratelli d'Italia, in un suo tweet: "governo di inciucio".

Dato che le parole hanno un peso, il presidente Napolitano avrebbe chiesto ai partiti - scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera - un «aggiornamento del vocabolario» di Palazzo. Bandire il termine inviso, sarebbe stata una delle raccomandazioni. «Non parlate più di inciucio ma di convergenza politica tra partiti», l'esortazione del Presidente della Repubblica. Che si sarebbe posto l'enigma di sempre: «Non capisco perché, quello che in Germania viene definito "governo di grande coalizione", in Italia debba passare per "governicchio" o "inciucio"».

La riforma lessicale avanzata dal Presidente della Repubblica è più complessa di quel che sembra perchè si scontra con una tradizione politico-culturale di casa nostra ambigua, dove l'ipotesi di una Große Koalition alla tedesca applicata in Italia viene puntualmente sopraffatta nel gergo giornalistico e politico da espressioni come 'accordo sottobanco, di compromesso che punta a logiche di spartizione di potere'. In sintesi, inciucio.

Perfido destino di una parola. Come spiegò qualche tempo fa Gianfranco Rotondi, "la parola 'inciucio' riceve da anni una traduzione impropria che indigna i napoletani. A Napoli 'inciucio' non significa accordo sottobanco ma pettegolezzo: è una onomatopea dal 'ciu ciu' delle comari al mercato".

Troppo tardi. Da quando, raccontano le cronache dei giornali, il termine fece irruzione nel lessico politico per mano del giornalista Mino Fuccillo in un’intervista a Massimo D’Alema, era l'ottobre 1995, per 'inciucio' non c'è stato più scampo.

E oggi più che mai torna protagonista. Non solo. I parlamentari 5 Stelle hanno coniato una variante che farebbe sobbalzare il presidente Napolitano: 'inciucio della casta'.

Pubblicato anche su: Il Quotidiano del Lazio

giovedì 18 aprile 2013

Un Franco al Quirinale: Marini o Tiratore?


E' la parola di queste ore e rischia di condizionare l'elezione del Presidente della Repubblica fin dalla sua prima votazione, in corso proprio in questi minuti. 

Scrive oggi il Corriere della Sera che franco tiratore si usa per "definire un individuo che non segue i modi d'azione generalmente utilizzati dai componenti della schiera in cui milita e, invece, adotta un comportamento imprevedibile. La locuzione ha origine militare, deriva dal francese franc-tireur e fu usata nei resoconti giornalistici della guerra franco-prussiana per indicare i cecchini. E' stata poi ripresa negli anni Cinquanta del secolo scorso, utilizzandola per la prima volta secondo la definizione attuale". 

E' quindi, come si suol dire, un prestito dal lessico militare a quello politico-giornalistico dove ha conservato la sua natura. Il franco tiratore è un cecchino che nella segretezza dell'urna riesce a condizionare e a rendere imprevedibili accordi o esiti anche a danno della propria parte politica.

In questi giorni, i quotidiani hanno ricordato quante volte nella storia repubblicana i franchi tiratori abbiano condizionato le votazioni per il Quirinale o di componenti della Corte costituzionale o del Consiglio superiore della magistratura. Un tempo erano il flagello dei governi, ma l'avvento del voto palese ogni volta che ci si deve esprimere sulla fiducia al governo li ha privati del loro divertimento più importante. Resistono e si sfogano una volta ogni sette anni. E allora son dolori. Ne sanno qualcosa tutti i candidati alla Presidenza che sono entrati papi a Montecitorio per uscirne cardinali. Andreotti e Forlani nel 1992, poi Spadolini, Leone una volta. La vittima più illustre è Amintore Fanfani: partì favoritissimo nel dicembre 1971 e venne scavalcato persino dal candidato delle sinistre De Martino.

Franco Marini è autorizzato a ricorrere a ogni forma di scongiuro, ma l'espressione in queste ore più in voga sulla rete è "i franchi di Franco", cioè coloro che cercheranno di far saltare l'accordo tra Bersani e Berlusconi proprio sul nome di Marini come successore di Giorgio Napolitano al Quirinale.

Peraltro, parlar di franchi tiratori sembra oggi quasi una forzatura visto che in tanti - all'interno del Partito democratico e non solo - hanno già manifestato o chiaramente espresso il proprio no a Marini. Tant'è che lo stesso sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha dichiarato che "non bisogna chiamarli franchi tiratori perché devono avere il coraggio di alzarsi e dire che non voteranno Marini". E in effetti, in queste ore diversi esponenti politici hanno raccolto questo invito. Riporta Il Fatto Quotidiano che Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd, abbia annunciato: "In Aula diremo tanti no, e li diremo ad alta voce. Io voterò Bonino". Manifestando, scrive Antonello Caporale, una "conversione antropologica del franco tiratore, omino nascosto dietro la segretezza del voto, potente velato, tiratore per scelta cinica non per amor di patria".

Franco o non franco, tiratore, a questo punto il problema non è tanto come definirlo, ma capire o meglio attendere quale Franco vincerà: Marini o Tiratore?

pubblicato anche su: Blog Salvalingua di Radio Radio

mercoledì 10 aprile 2013

Boia, la parola che racconta la verità


Le parole quando sono usate correttamente, dizionario alla mano, resistono anche alle sentenze dei tribunali. Il termine boia indica tecnicamente "colui che ha l'ufficio di eseguire le sentenze di morte" e usarlo nei confronti di chi l'ufficio lo ha realmente esercitato non può essere considerato un atto diffamatorio. 

Così, dare del 'boia' a Erick Priebke non vale come offesa perché la parola riproduce "esattamente" l'attività svolta dall'ex SS "nel corso della seconda guerra mondiale". Priebke, infatti, "eseguì sentenza di morte" che portarono all'eccidio delle Fosse Ardearine in cui morirono 335 persone. E la storia non si può cancellare a colpi di parole.

Per questo motivo, la Corte di Cassazione ha bocciato il ricorso presentato dalla difesa di Priebke che chiedeva la condanna con risarcimento danni (oltre cento milioni di euro) per la diffamazione - a suo dire - subìta in seguito ad un articolo pubblicato su 'La Repubblica' in cui Priebke veniva definito boia.

La sentenza arriva dopo che già il Tribunale nonché la Corte d'appello di Roma, nel marzo 2007, erano arrivate alla stessa conclusione. La Cassazione ha confermato il giudizio dei colleghi di merito e, bocciando il ricorso di Priebke, ha osservato che "nessuno dei motivi di doglianza risultano minimamente idonei a scalfire la stringata quanto lapidaria ed incensurabile motivazione adottata dalla corte d'appello che, con il semplice quanto efficace richiamo al significato lessicale del termine così come rinvenuto in un noto vocabolario della lingua italiana, ha condivisibilmente escluso ogni valenza ed ogni contenuto diffamatorio nell'espressione". 

mercoledì 3 aprile 2013

"Uno di noi" archivia "Lei non sa chi sono io"

"Questa è la storia di uno di noi", cantava nel 1966 Adriano Celentano nella celebre "Il ragazzo della via Gluck". Quell'"uno di noi" nella politica è rimasto sepolto per decenni sacrificato sull'altare dei professionisti della politica, i signori del potere e delle prebende, la casta, I rappresentanti del "lei non sa chi sono io".

Proprio questa espressione, diventata simbolo della Prima e della Seconda Repubblica, rappresenta la perfetta parabola della politica italiana. Se Totò la usò per apostrofare l'onorevole Trombetta suscitando divertimento e ilarità nel celebre "Totò a colori", sentimenti ben diversi hanno provocato a chi a turno l'ha evocata per pretendere qualcosa o una diversa considerazione: personaggi televisivi come Aida Yespica, parlamentari come Vittorio Sgarbi, Gabriella Carlucci, Renato Schifani, e persino la moglie di Pierluigi Bersani.

La Cassazione un anno fa stabilì che l'espressione può ben rappresentare un reato in quanto equivale ad una minaccia, anticipandone anche l'uscita di scena dai palazzi del potere.

E così è stato. Con l'avvento in Parlamento del Movimento Cinque Stelle di Grillo e - perdonateci l'accostamento - di Papa Francesco in Vaticano, siamo pienamente entrati nell'epoca dell'"uno di noi".

Buona Pasqua a tutti e buon pranzo, così il Pontefice saluta i fedeli di Piazza San Pietro al termine del Regina Coeli. Proprio come fosse "uno di noi". I grillini alla mensa della Camera: proprio come dei normali dipendenti.

Sobrietà, attenzione alle spese. Ben vengano. Ma, come avverte Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera (Sette, n. 12 del 22 marzo 2013), tutto questo "non può bastare". Il Papa è certamente sobrio ma è anche "uomo dallo straordinario carisma, che non sarà sempre così amabile come apparso dalla loggia di San Pietro, anzi ci metterà alla prova con parole anche durissime".

Ed è certamente fatto positivo che "in Parlamento entrino persone normali, che assomigliano a quelle che incontriamo per strada". Ma siamo proprio certi che in Parlamento noi vogliamo persone normali? O magari vorremmo "persone migliori di noi, che sappiano più cose, che conoscano meglio l´economia, che siano in grado di rimettere in moto il Paese".

Insomma, ci può bastare la "grande rivolta contro le élites", autentico ma non esclusivo "propellente dei grillini" semmai "spirito del nostro tempo"? O piuttosto aspiriamo di avere nelle aule dove si decide il futuro del nostro Paese, il suo benessere e quello auspicabile di tutti noi, le eccellenze (e non certo le caste), i meritevoli (e non certo i nomenklati), chi ce l'ha fatta da sé (e non certo i figli di papà)?

Che "lei non sai chi sono io" scompaia, ne siamo tutti lieti. Che l'"uno di noi" sia la nuova regola a prescindere, solleviamo qualche perplessità.

martedì 26 marzo 2013

Googlabile e Ingooglable, sorti diverse per gli opposti

Googlabile è un neologismo ormai piuttosto diffuso e indica una una parola o una frase rintracciabile con il motore di ricerca online. "Il sito non lo ricordo, ma é facilmente googlabile", "i risultati degli esami sono perfettamente googlabili": sono alcune espressioni che si trovano in rete. Ma il termine sconfina anche dalla sua origine tecnica come nel caso di "non mi fido di gente poco googlabile".

Il Consiglio della lingua svedese, lo scorso mese di dicembre, aveva deciso di inserire tra le quaranta nuove voci incluse nell'elenco annuale dei neologismi accettabili in svedese il termine "ogooglebar", in inglese "ingooglable" che in italiano si può tradurre come "non googlabile", quindi non reperibile attraverso una ricerca su web.

Google non aveva gradito l'uso di questa definizione e aveva anche minacciato di ricorrere alle vie legali per proteggere il proprio marchio. E alla fine l'ha avuta vinta. Il Consiglio della lingua svedese ha oggi deciso di ritirare dalla lista dei neologismi il termine "ogooglebar".

giovedì 14 marzo 2013

Francesco, potenza di un nome


Fino a ieri sera quanti di noi sapevano che nella storia millenaria della Chiesa mai un Papa si era chiamato Francesco? Nonostante Francesco d'Assisi continua ad essere uno tra i santi più amati e venerati, nonostante quattro pontefici francescani. Abbiamo avuto ben 23 Giovanni, 16 Gregorio e Benedetto, 14 Clemente e via scorrendo fino ai 4 Sergio, Anastasio, Eugenio e Onorio. Mai un Papa di nome Francesco. Certo, c'è chi nella capitale sostiene che un Francesco I a Roma c'è già da tempo e su Facebook circola un divertente fotomontaggio con Francesco Totti vestito da Papa. E a rafforzare la tesi, sul celebre blog satirico Spinoza compare questo post: "Il nome Francesco testimonia la scelta di stare vicino ai poveri. E subito a ridosso delle punte".

Eppure la battuta contiene una verità, una delle chiavi di interpretazione del perchè il neo-papa Jorge Maria Bergoglio abbia scelto proprio il nome Francesco. Una scelta definita per certi versi rivoluzionaria giacché se è vero il detto "nome omen", Francesco incarna alcune virtù del "poverello d'Assisi" che applicate alla Chiesa moderna, colpita in questi ultimi tempi da scandali e altro che ne hanno minato la forza, appaiono per certi versi inverosimili. Come scrive Mario Ajello sul Messaggero, se Bergoglio "si fosse chiamato Leone o Gregorio avrebbe dato il significato di una Chiesa trionfante. Invece in Francesco c'è il simbolo di una Chiesa dolente". Povertà, evangelizzazione, umiltà, pace, fraternità, obbedienza ... le parole-chiave che il nome Francesco evocano nel mondo dei fedeli. E in tanti, cristiani e non, sperano di ritrovare applicate durante il pontificato di Bergoglio.

- Pubblicato su Il Quotidiano del Lazio

venerdì 22 febbraio 2013

Elezioni 2013 tra giaguari e Imu


Ultime ore di campagna elettorale ed è già possibile fare un primo bilancio in termini di "parole chiave", cioè i termini più ripetuti che si sono abbattuti su di noi in queste settimane e quelli che più hanno caratterizzato leaders e partiti. 

Quasi ossessivo il ricorso in questi giorni di due espressioni come "voto utile" e "voto disgiunto" che crea non poca confusione. "Voto utile? Significa governabilità e responsabilità" ha ricordato ieri Casini. Ci va giù duro Ingroia: "Parlare di voto utile è un inganno". Netto Schifani: "Il voto utile è quello per il Pdl". Più ecumenico Bersani: "Tutti i voti sono utili". Insomma, tutti lo richiamano, tutti lo desiderano.  

Più complicato il concetto di "voto disgiunto" che riguarda strettamente la Lombardia dove gli elettori di centrodestra e di centrosinistra potrebbero votare in modo differente tra Regionali e Senato. Guarda caso, chi si è detto fortemente contro il "voto disgiunto" è Monti che teme la ricaduta sul proprio candidato alla presidenza della Regione, Albertini. Il quale riassume in un sol colpo: "Voto disgiunto lo propugna chi lo ritiene utile".

Avete perso il filo? Vi state annoiando? Più che comprensibile. E allora cambiamo registro.

Maroni propone l'adozione di una moneta locale in Lombardia che si affianchi all'euro. Bersani la chiama ironicamente il "marone". E Albertini commenta: "Ci manca solo il Lombard per aumentare il senso del ridicolo rispetto all'alleanza PdL-Lega". Non mancano gli animali nella competizione elettorale. Bersani dichiara di voler battere Berlusconi e annuncia: "Smacchieremo il giaguaro". La replica del Presidente del Pdl non si fa attendere: "Bersani vuole smacchiare il giaguaro che sarei io? Lo avverto: sotto troverà un leone". 

Ma le parole-chiave su cui si gioca la campagna elettorale sono ovviamente altre. Imu, ad esempio, su cui Berlusconi ha costruito una vera e propria campagna di comunicazione. O populismo, termine ormai frequentemente richiamato in senso spregiativo, appiccicato come una etichetta a Beppe Grillo da tutti i suoi rivali.

Sono però i social network ormai il termometro di certe tendenze. Anche linguistiche. Una ricerca elaborata da Tycho e presentata alcuni giorni fa da Gianni Riotta su La Stampa, rivela gli #hastag che più caratterizzano alcuni candidati politici sull'ormai popolare Twitter, contrassegnandone anche il campo di discussione o i temi più sensibili. Ad esempio, scrive Riotta, “#fisco resta una parola chiave per il Pdl, mentre su Bersani militanti e avversari litigano a proposito di #Ilva #tangenti e #Grecia. Grillo domina con l'hastag #tsunamitour e con il sonoro #piazzapulita. Mentre per Monti vengono considerati i temi #scuola #Lega #Sel #Obama e #Grecia: tradotto, come si schiererà dopo il voto e quanto peso ha il suo amplomb internazionale nella campagna?"

La risposta è attesa tra non molte ore!