domenica 21 aprile 2013

Torna 'inciucio', Napolitano lo bandisce

"Alla fine faranno come vogliono loro con un inciucio di palazzo, ma il mondo li cambierà", gridava sabato un ragazzo piemontese in piazza Montecitorio, anche lui a manifestare contro 'l'accordo di palazzo', il patto tra Pd-Pdl-Scelta Civica che ha portato alla rielezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica e porterà nei prossimi giorni ad un governo di larghe intese, del presidente, istituzionale ... chiamatelo come volete, per Beppe Grillo una sola parola può rappresentarlo: "Il MoVimento 5 Stelle ha aperto gli occhi ormai anche ai ciechi sull'inciucio ventennale dei partiti". Ecco perché una definizione corre veloce sui social ed è quella che rilancia Giorgia Meloni, capogruppo alla Camera di Fratelli d'Italia, in un suo tweet: "governo di inciucio".

Dato che le parole hanno un peso, il presidente Napolitano avrebbe chiesto ai partiti - scrive Francesco Verderami sul Corriere della Sera - un «aggiornamento del vocabolario» di Palazzo. Bandire il termine inviso, sarebbe stata una delle raccomandazioni. «Non parlate più di inciucio ma di convergenza politica tra partiti», l'esortazione del Presidente della Repubblica. Che si sarebbe posto l'enigma di sempre: «Non capisco perché, quello che in Germania viene definito "governo di grande coalizione", in Italia debba passare per "governicchio" o "inciucio"».

La riforma lessicale avanzata dal Presidente della Repubblica è più complessa di quel che sembra perchè si scontra con una tradizione politico-culturale di casa nostra ambigua, dove l'ipotesi di una Große Koalition alla tedesca applicata in Italia viene puntualmente sopraffatta nel gergo giornalistico e politico da espressioni come 'accordo sottobanco, di compromesso che punta a logiche di spartizione di potere'. In sintesi, inciucio.

Perfido destino di una parola. Come spiegò qualche tempo fa Gianfranco Rotondi, "la parola 'inciucio' riceve da anni una traduzione impropria che indigna i napoletani. A Napoli 'inciucio' non significa accordo sottobanco ma pettegolezzo: è una onomatopea dal 'ciu ciu' delle comari al mercato".

Troppo tardi. Da quando, raccontano le cronache dei giornali, il termine fece irruzione nel lessico politico per mano del giornalista Mino Fuccillo in un’intervista a Massimo D’Alema, era l'ottobre 1995, per 'inciucio' non c'è stato più scampo.

E oggi più che mai torna protagonista. Non solo. I parlamentari 5 Stelle hanno coniato una variante che farebbe sobbalzare il presidente Napolitano: 'inciucio della casta'.

Pubblicato anche su: Il Quotidiano del Lazio

giovedì 18 aprile 2013

Un Franco al Quirinale: Marini o Tiratore?


E' la parola di queste ore e rischia di condizionare l'elezione del Presidente della Repubblica fin dalla sua prima votazione, in corso proprio in questi minuti. 

Scrive oggi il Corriere della Sera che franco tiratore si usa per "definire un individuo che non segue i modi d'azione generalmente utilizzati dai componenti della schiera in cui milita e, invece, adotta un comportamento imprevedibile. La locuzione ha origine militare, deriva dal francese franc-tireur e fu usata nei resoconti giornalistici della guerra franco-prussiana per indicare i cecchini. E' stata poi ripresa negli anni Cinquanta del secolo scorso, utilizzandola per la prima volta secondo la definizione attuale". 

E' quindi, come si suol dire, un prestito dal lessico militare a quello politico-giornalistico dove ha conservato la sua natura. Il franco tiratore è un cecchino che nella segretezza dell'urna riesce a condizionare e a rendere imprevedibili accordi o esiti anche a danno della propria parte politica.

In questi giorni, i quotidiani hanno ricordato quante volte nella storia repubblicana i franchi tiratori abbiano condizionato le votazioni per il Quirinale o di componenti della Corte costituzionale o del Consiglio superiore della magistratura. Un tempo erano il flagello dei governi, ma l'avvento del voto palese ogni volta che ci si deve esprimere sulla fiducia al governo li ha privati del loro divertimento più importante. Resistono e si sfogano una volta ogni sette anni. E allora son dolori. Ne sanno qualcosa tutti i candidati alla Presidenza che sono entrati papi a Montecitorio per uscirne cardinali. Andreotti e Forlani nel 1992, poi Spadolini, Leone una volta. La vittima più illustre è Amintore Fanfani: partì favoritissimo nel dicembre 1971 e venne scavalcato persino dal candidato delle sinistre De Martino.

Franco Marini è autorizzato a ricorrere a ogni forma di scongiuro, ma l'espressione in queste ore più in voga sulla rete è "i franchi di Franco", cioè coloro che cercheranno di far saltare l'accordo tra Bersani e Berlusconi proprio sul nome di Marini come successore di Giorgio Napolitano al Quirinale.

Peraltro, parlar di franchi tiratori sembra oggi quasi una forzatura visto che in tanti - all'interno del Partito democratico e non solo - hanno già manifestato o chiaramente espresso il proprio no a Marini. Tant'è che lo stesso sindaco di Firenze, Matteo Renzi, ha dichiarato che "non bisogna chiamarli franchi tiratori perché devono avere il coraggio di alzarsi e dire che non voteranno Marini". E in effetti, in queste ore diversi esponenti politici hanno raccolto questo invito. Riporta Il Fatto Quotidiano che Ivan Scalfarotto, vicepresidente del Pd, abbia annunciato: "In Aula diremo tanti no, e li diremo ad alta voce. Io voterò Bonino". Manifestando, scrive Antonello Caporale, una "conversione antropologica del franco tiratore, omino nascosto dietro la segretezza del voto, potente velato, tiratore per scelta cinica non per amor di patria".

Franco o non franco, tiratore, a questo punto il problema non è tanto come definirlo, ma capire o meglio attendere quale Franco vincerà: Marini o Tiratore?

pubblicato anche su: Blog Salvalingua di Radio Radio

mercoledì 10 aprile 2013

Boia, la parola che racconta la verità


Le parole quando sono usate correttamente, dizionario alla mano, resistono anche alle sentenze dei tribunali. Il termine boia indica tecnicamente "colui che ha l'ufficio di eseguire le sentenze di morte" e usarlo nei confronti di chi l'ufficio lo ha realmente esercitato non può essere considerato un atto diffamatorio. 

Così, dare del 'boia' a Erick Priebke non vale come offesa perché la parola riproduce "esattamente" l'attività svolta dall'ex SS "nel corso della seconda guerra mondiale". Priebke, infatti, "eseguì sentenza di morte" che portarono all'eccidio delle Fosse Ardearine in cui morirono 335 persone. E la storia non si può cancellare a colpi di parole.

Per questo motivo, la Corte di Cassazione ha bocciato il ricorso presentato dalla difesa di Priebke che chiedeva la condanna con risarcimento danni (oltre cento milioni di euro) per la diffamazione - a suo dire - subìta in seguito ad un articolo pubblicato su 'La Repubblica' in cui Priebke veniva definito boia.

La sentenza arriva dopo che già il Tribunale nonché la Corte d'appello di Roma, nel marzo 2007, erano arrivate alla stessa conclusione. La Cassazione ha confermato il giudizio dei colleghi di merito e, bocciando il ricorso di Priebke, ha osservato che "nessuno dei motivi di doglianza risultano minimamente idonei a scalfire la stringata quanto lapidaria ed incensurabile motivazione adottata dalla corte d'appello che, con il semplice quanto efficace richiamo al significato lessicale del termine così come rinvenuto in un noto vocabolario della lingua italiana, ha condivisibilmente escluso ogni valenza ed ogni contenuto diffamatorio nell'espressione". 

mercoledì 3 aprile 2013

"Uno di noi" archivia "Lei non sa chi sono io"

"Questa è la storia di uno di noi", cantava nel 1966 Adriano Celentano nella celebre "Il ragazzo della via Gluck". Quell'"uno di noi" nella politica è rimasto sepolto per decenni sacrificato sull'altare dei professionisti della politica, i signori del potere e delle prebende, la casta, I rappresentanti del "lei non sa chi sono io".

Proprio questa espressione, diventata simbolo della Prima e della Seconda Repubblica, rappresenta la perfetta parabola della politica italiana. Se Totò la usò per apostrofare l'onorevole Trombetta suscitando divertimento e ilarità nel celebre "Totò a colori", sentimenti ben diversi hanno provocato a chi a turno l'ha evocata per pretendere qualcosa o una diversa considerazione: personaggi televisivi come Aida Yespica, parlamentari come Vittorio Sgarbi, Gabriella Carlucci, Renato Schifani, e persino la moglie di Pierluigi Bersani.

La Cassazione un anno fa stabilì che l'espressione può ben rappresentare un reato in quanto equivale ad una minaccia, anticipandone anche l'uscita di scena dai palazzi del potere.

E così è stato. Con l'avvento in Parlamento del Movimento Cinque Stelle di Grillo e - perdonateci l'accostamento - di Papa Francesco in Vaticano, siamo pienamente entrati nell'epoca dell'"uno di noi".

Buona Pasqua a tutti e buon pranzo, così il Pontefice saluta i fedeli di Piazza San Pietro al termine del Regina Coeli. Proprio come fosse "uno di noi". I grillini alla mensa della Camera: proprio come dei normali dipendenti.

Sobrietà, attenzione alle spese. Ben vengano. Ma, come avverte Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera (Sette, n. 12 del 22 marzo 2013), tutto questo "non può bastare". Il Papa è certamente sobrio ma è anche "uomo dallo straordinario carisma, che non sarà sempre così amabile come apparso dalla loggia di San Pietro, anzi ci metterà alla prova con parole anche durissime".

Ed è certamente fatto positivo che "in Parlamento entrino persone normali, che assomigliano a quelle che incontriamo per strada". Ma siamo proprio certi che in Parlamento noi vogliamo persone normali? O magari vorremmo "persone migliori di noi, che sappiano più cose, che conoscano meglio l´economia, che siano in grado di rimettere in moto il Paese".

Insomma, ci può bastare la "grande rivolta contro le élites", autentico ma non esclusivo "propellente dei grillini" semmai "spirito del nostro tempo"? O piuttosto aspiriamo di avere nelle aule dove si decide il futuro del nostro Paese, il suo benessere e quello auspicabile di tutti noi, le eccellenze (e non certo le caste), i meritevoli (e non certo i nomenklati), chi ce l'ha fatta da sé (e non certo i figli di papà)?

Che "lei non sai chi sono io" scompaia, ne siamo tutti lieti. Che l'"uno di noi" sia la nuova regola a prescindere, solleviamo qualche perplessità.