martedì 25 giugno 2013

A pettinar le pecore

da Corriere della Sera-La Lettura del 23 giugno 2013

Due parole in croce
di Luigi Accattoli


"Non siamo mica qui a pettinar le bambole" intimava ai suoi tempi il Bersani mirando a un cambiamento della politica. "Siamo pastori e non pettinatori di pecore" ha sentenziato lunedì 17 giugno il Papa argentino spronando a un mutamento della Chiesa: "Nell'ovile abbiamo soltanto una pecora e voi dovete andare fuori a trovare le altre novantanove". Chissà se la stessa metafora potrà avere un effetto migliore.

venerdì 21 giugno 2013

Disoccupati, inattivi o scoraggiati?

Cambiano le formule ma non la sostanza. Ora, è di moda l'acronimo "Neet", abbreviazione dell'espressione anglosassone "Not in education, employment, or training". In pratica, chi non lavora né studia. Un tempo, il fenomeno aveva un solo nome: disoccupazione. Oggi, la galassia è più articolata, analisti e uffici studi e statistiche ricorrono a formule ormai entrate anche nell'uso comune ma il cui significato spesso sfugge.

Il disoccupato oggi non è chi non ha un posto di lavoro. Non basta. Vuoi chiamarti disoccupato? Allora, devi anche aver cercato attivamente un impiego e mostrarti disponibile a lavorare. Altrimenti, vai a finire nella categoria degeli 'inattivi', cioè le persone che non fanno parte delle forze di lavoro, vale a dire né occupati né disoccupati. Ci sono anche le sottocategorie: inattivi disponibili a lavorare ma che non cercano lavoro e gli inattivi che cercano lavoro ma non disponibili a lavorare. Un girone infernale dove troviamo anche gli 'scoraggiati', le persone che vorrebbero lavorare ma non cercano più lavoro, e i 'sottoccupati', chi ha un lavoro ma a a tempo parziale pur volendo o potendo lavorare di più. Senza dimenticare gli esodati, i non più giovani ma neppure troppo vecchi per meritare la pensione.

I 'Neet' pare siano però il fenomeno più preoccupante. Perchè si riferisce ad un universo giovanile (tra i 19 e i 25 anni) appena uscito dalla formazione ma che non riesce ad entrare nel mercato del lavoro. Nei giorni scorsi, il Ministero del Lavoro ha quantificato in 2milioni i 'Neet' italiani con una incidenza pari all'1,5% del prodotto interno lordo e un costo sulla collettività di 24 miliardi di euro. Insomma, non hanno un lavoro e rappresentano anche un fardello. E' la beffa che si aggiunge al danno. Un 'déjà vù' per i giovani e la loro condizione, basti pensare alle parole-etichetta a cui si è fatto ricorso in questi ultimi anni: bamboccioni, sfigati, choosy. Per dirla come vuole la tradizione popolare, 'cornuti e mazziati'.



Questo articolo è stato pubblicato sul blog 'Briciole di pane' su ilquotidianodelazio.it
http://www.ilquotidianodellazio.it/articoli/1936/disoccupati-inattivi-o-scoraggiati

mercoledì 19 giugno 2013

Tweet entra nell'Oxford English Dictionary

Il sostantivo tweet, il messaggio di 140 caratteri, e il relativo verbo to tweet, sono  termini  ufficialmente riconosciuti dalla lingua inglese. Lo ha stabilito l'autorevole Oxford English Dictionary. Il suo direttore, John Simpson, è stato chiaro: "Con questa decisione abbiamo violato una nostra regola storica, cioè aspettare almeno 10 anni dalla sua prima apparizione, prima di introdurre un neologismo nel nostro dizionario".

Sì perché Twitter è nato appena cinque anni fa. Era il 15 marzo 2007 quando sul sito di microblogging spuntò il primo messaggio o tweet. Da allora, il 'cinguettìo' più celebre si è spostato dai boschi al web. Diventando così popolare e d'uso nel linguaggio comune da indurre gli esperti linguisti del dizionario anglosassone a fare una eccezione e arruolarlo anticipatamente tra le voci della nuova edizione.

E il verbo to tweet assume formalmente il significato - ben noto a tutti - di "inserire una frase sul social network Twitter". Ma il successo di Twitter va oltre. Perché tra le new entry dell'Oxford English Dictionary annotiamo anche follow e follower, intesi come seguaci di un determinato profilo presente sulla piattaforma. Ma sono molte le parole o espressioni entrate nel dizionario provenienti dall'universo web e digitale (geekery, live-blogging, e-reader), a riprova di quanto ormai influenzi non solo la nostra attività quotidiana, ma generi anche un proprio linguaggio che da tecnico si trasforma sempre più in comune e quotidiano.

venerdì 14 giugno 2013

Il congiuntivo (mancato) di Renata Polverini

Lancia il nuovo sito ma commette un grave errore grammaticale. E' Renata Polverini che inciampa nell'uso (mancato) del congiuntivo. Un errore che non passa inosservato, soprattutto perché commesso su Twitter.

Il 7 giugno scorso, sul profilo Twitter dell'ex Presidente della Regione Lazio compare il seguente tweet: "E' in linea il nuovo sito renatapolverini.it con una veste grafica completamente rinnovata. Spero che vi piace :)".

Spero che vi piace ... di chi è la gaffe? di Renata Polverini o di qualcuno del suo staff? Non è chiaro se l'alimentazione del suo profilo social sia gestito da lei direttamente o da qualche suo collaboratore. Sta di fatto che la frase incriminata chiude un suo tweet e, volente o nolente, Polverini ne è responsabile.

Twitter non perdona e sebbene il messaggio verrà poi cancellato, ormai la traccia è lasciata e i commenti sul popolare social impazzano.

Frandiben scrive "Dite alla Polverini che il suo sito non mi piaccia", mentre Federica (alias @kikka75f) rilancia: "Se io abiterei nel Lazie ti avrebbe votato!!!". Stefano Bandini ironizza: "Poraccia. Congiuntivo di 'pora'.." e Letizia Sannino amaramente commenta: "Gente,non laureatevi chè Renatona nostra dimostra che si diventa importante senza congiuntivi". 

L'invito finale è di Martina Avallone: "Il congiuntivo non è un optional! A te più che un sito nuovo servirebbe un insegnante di italiano". Commenta il quotidiano Libero: "Difficile darle torto. Troppo spesso i nostri politici scivolano nelle trappole della nostra lingua".

giovedì 13 giugno 2013

Primavera turca? Meglio chapulling

L'occupazione del Gezi Park di Istanbul, nata come protesta contro un progetto di costruzioni al posto del parco, è ormai in corso da due settimane ed è rapidamente mutata in rivolta e opposizione nei confronti del governo di Recep Tayyip Erdogan. La presa di Piazza Taksim, a Istambul, ha fatalmente portato la memoria ai fatti di Piazza Tahrir a Il Cairo, storico epicentro delle manifestazioni di protesta in Egitto contro l'allora presidente Mubarak. Era il 2011 e nasceva allora quella che fu definita la 'primavera araba', espressione giornalistica che i media occidentali usarono per indicare una serie di proteste e manifestazioni che toccarono molti Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

E guarda caso, da Tahrir a Taksim, ecco che la 'primavera araba' si tramuta per molti media in 'primavera turca' o 'primavera del Bosforo'. Quanto di più sbagliato, ha precisato il Ministro degli Affari Esteri Emma Bonino. "I turchi non sono arabi - ha spiegato - queste manifestazioni ricordano maggiormente quelle che abbiamo visto nelle nostre capitali, ricordano Occupy Wall Street".

Marta Dassù, viceministro agli Affari Esteri, ha meglio chiarito il pensiero di Emma Bonino: "Lì si lottava contro regimi autoritari, qui la Turchia è un paese democratico, anche se in modo alquanto immaturo, e le proteste avvengono per difendere il diritto a manifestare, rispetto ad alcune scelte del governo Erdogan, che secondo una parte della popolazione vanno in contrasto con questo diritto e contro i propri stili di vita, le proprie scelte, preferenze. Pertanto i casi sono effettivamente abbastanza diversi".

Per non sbagliare, dunque, il neologismo che meglio può rappresentare gli eventi di questi giorni in Turchia è chapulling. Deriva dal termine turco 'çapulcu' (vandalo, saccheggiatore) usato dal primo ministro Erdogan per etichettare coloro che protestavano in strada. Un attacco che il movimento ha saputo rivoltare con le armi dell'ironia e del paradosso: il termine trascritto in inglese è diventato chapulling, quale sinonimo di combattente per i diritti e la giustizia, trasformandosi in una delle parole più usate (e più cercate) sul web.

lunedì 3 giugno 2013

In Germania, sparisce la parola più lunga: 63 lettere

La lingua tedesca perde la sua parola più lunga, 63 lettere, come dire tre alfabeti italiani in fila. Si tratta di 'Rindfleischetikettierungsuberwachungsaufgabenubertragungsgesetz', ovvero il nome di una normativa locale che si potrebbe tradurre all'incirca 'Legge per il trasferimento di compiti di vigilanza nell'etichettatura delle carni bovine'.

Conosciuta anche con la sigla 'RkReUAUG' la legge era vigente dal 1999 nello Stato del Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Il parlamento regionale ha deciso di sostituirla, cancellando così un vero e proprio unicum lingustico. Nonostante il suo titolo di parola più lunga in lingua tedesca, la legge 'RkReUAUG' non è mai stata inclusa nel dizionario tedesco perché il suo uso non era sufficientemente diffuso. Il record tra le parole del dizionario resta quello di 'Kraftfahrzeug-Haftpflichtversicherung', 36 lettere per indicare l'assicurazione di responsabilità civile per l'auto.