martedì 27 agosto 2013

Fatal, da Novara a Verona? Meglio 'bestia nera'

«–Ahi! mal tu sali sopra il mare nostro,/Figlio d’Absburgo, la fatal Novara./Teco l’Erinni sale oscura e al vento/Apre la vela» (da Miramar, Giosué Carducci). 

E' curioso come da una erronea attribuzione di un verso di uno più grandi autori italiani, sia nata una espressione che oggi ha acquisito il significato più ampio di sconfitta ed umiliazione.

Ma iniziamo dal principio. Il 23 marzo 1849 a Novara si consuma una drammatica e decisiva battaglia della Prima guerra di indipendenza italiana. L'esercito austriaco guidato dal maresciallo Josef Radetzky sconfigge l'armata piemontese e induce Carlo Alberto alla abdicazione. Per la città piemontese è suo malgrado il principio di una vicenda che intreccia storia e letteratura. Si evoca infatti spesso l'espressione 'fatal Novara' attribuita a Giosuè Carducci come sinonimo di cocente e terribile sconfitta e ogni città accostata al termine 'fatal' assume quel connotato.

Come per 'fatal Verona', spesso richiamata in questi ultimi giorni, in occasione dell'incontro che ha aperto il campionato di serie A 2013-2014, Verona-Milan. Una sorta di leggenda calcistica, nata il 20 maggio 1973 quando, era l'ultima giornata di quel campionato, il Milan di Nereo Rocco inopinatamente perse nella città di Romeo e Giulietta per 5-3 una partita che sembrava scontata e lasciò lo scudetto già in tasca ad una incredula Juventus. 'Fatal Verona' si cominciò a scrivere. E dato che nel calcio, e nello sport in genere, certe leggende sono dure a morire, ecco che 40 anni dopo la 'fatal Verona' torna a colpire e nella prima di campionato, sabato 24 agosto 2013, la neopromossa Verona surclassa di nuovo il Milan per 2-1. Poi, andando a vedere le statistiche, si legge che delle 9 partite giocate al Bentegodi, il Milan di Berlusconi in fondo ne ha vinte 4, pur perdendone 3 e pareggiate 2. Ma le statistiche nulla possono contro il sentimento popolare.

Per consolarsi, i tifosi rossoneri potrebbero una volta per tutte contestare l'espressione tanto odiata. Certamente introdotta da Giosué Carducci, ma con ben diverso significato rispetto a quanto successivamente assunto. La 'fatal Novara' del Carducci infatti è la nave di Massimiliano d'Asburgo, nella poesia Miramar. La Novara teatro delle celebre sconfitta piemontese è invece ricordata dal poeta nella celebre Piemonte (dalle Odi barbare) dove parlando di Carlo Alberto, Carducci scriveva:

«E lo aspettava la brumal Novara/e a' tristi errori meta ultima Oporto./...»

Brumal Novara, così Carducci descrisse la città, e non fatal, termine invece usato per la nave Novara di Massimiliano d'Asburgo. Il contenzioso letterario-calcistico può trovar facile soluzione. Basta ricorrere ad una più incontestabile espressione: bestia nera. Come ben spiega Treccani, bestia nera (dal francese bête noire) è "cosa o persona odiata e temuta, che anche solo con la presenza o il ricordo turba e ossessiona, idea fissa: il capoufficio è la sua bestia nera; Cartagine, la bestia nera di Catone; ...".

L'origine del detto risale al Medioevo quando il diavolo veniva dipinto come un animale di color nero con occhi fiammeggianti. Applicato ai tempi odierni e al calcio, c'è una bestia nera per ogni squadra e per ogni tifoso, ma per noi italiani la bestia nera è in fondo una dolce espressione e forse anche per questo la preferiamo ad altre soluzioni linguistiche. Già, perché, come ricorda sempre Treccani, bestia nera si usa per "cosa o persona che non si è mai riuscita a battere: nei mondiali di calcio l’Italia è la bestia nera della Germania".


Questo articolo è stato pubblicato sul blog 'Il Salvalingua' su radioradio.it
http://www.radioradio.it/blog/massimo-persotti/fatal-da-novara-a-verona-meglio-bestia-nera

sabato 17 agosto 2013

Posta inesitata, che orrore il burocratese

Vado all'ufficio postale per ritirare una raccomandata e vacillo di fronte allo sportello 'posta inesitata': sarà il mio? Così si confida una cara amica, un po' perplessa, un po' affranta, con ancora in mano il biglietto eliminacode: 'Posta inesitata' vi è scritto sopra. Sono ignorante?, chiede lei; no, sei vittima del burocratese?, la rassicuro.

Chissà quante volte ciascuno di noi si è imbattuto in una simil avventura, alle prese con terminologie ed espressioni incomprensibili o semplicemente inutili. E ci si è sempre chiesti: ma perché nel comunicare al cittadino, le pubbliche amministrazioni e le aziende usano una lingua che col cittadino nulla ha a che fare?

Domande senza risposta se è vero che il burocratese continua ad imperare, imponendoci gli 'obliterare', i 'de cuius' e le 'condizioni ostative'. Il linguista Massimo Arcangeli, insieme alla Zanichelli, ha recentemente promosso un dizionario antiburocratese online che si alimenta con l'aiuto dei lettori. Ad esempio, Marco segnala la locuzione 'impianto natatorio' usata su un bando dal comune di Ozieri, in provincia di Sassari, e si chiede perché non sia stata usata la più semplice parola 'piscina'. Giusto, anzi si direbbe ovvio se non fosse che gli amministratori sardi neppure c'hanno pensato.

E così per le Poste Italiane che a 'inesitata' avrebbero potuto preferire il ben più comprensibile 'non consegnata'. Bastava consultare un qualsiasi dizionario. Ad esempio, su Hoepli on line, alla definizione di inesitato troviamo: "BUR Nei servizi postali, di lettera, pacco e sim. che non è stato possibile consegnare al destinatario". Dove quel 'BUR' iniziale sta per 'burocratico': come dire, il termine è tecnicamente corretto ma usatelo nel vostro ambito, non nel rapporto con i cittadini.

E allora se davvero l'ufficio postale è uno 'Sportello amico' come recita uno slogan dell'azienda, si potrebbe cominciare a renderlo più amico usando parole alla portata di tutti e trasformando l'orrido 'inesitata' in 'non consegnata'. Anche da piccoli (apparenti) gesti si misura l'efficientamento, ops, l'efficienza di un servizio.


Questo articolo è stato pubblicato sul blog 'Briciole di pane' su ilquotidianodelazio.it
http://www.ilquotidianodellazio.it/articoli/2471/posta-inesitata-che-orrore-il-burocratese

mercoledì 14 agosto 2013

Femminicidio, una parola per esprimere la violenza sulle donne

Il femminicidio è ormai una vera emergenza. Non passa giorno che le cronache dei giornali non ci descrivono un nuovo caso di violenza sulle donne.

Sono state 103 nel 2012, abbiamo già superato quota 80 quest'anno e siamo appena al mese di agosto. Sono le donne uccise dagli uomini. Ci voleva una parola che descrivesse questo drammatico fenomeno, ci vogliono provvedimenti ma anche un cambio culturale per frenare una tal violenza. Ma qui ci fermiamo alla parola: c'è chi l'ha definita brutta, chi goffa, chi inappropriata. Al di là dei gusti di ciascuno, 'femminicidio' è una parola esatta, fa luce su un crimine che si nascondeva tra le pieghe di altre parole: omicidio, uxoricidio.

Ma se esistono i morti per mafia, le vittime della strada, gli infanticidi, è giusto e corretto che questi crimini trovino un'unica cornice lessicale: donne uccise da mariti, compagni, conviventi, fidanzati, chi abbandonato, chi rifiutato. E il crimine che si compie spesso non si consuma solo - come se non bastasse - con l'uccisione, ma c'è anche un voler infierire, un voler distruggere la donna in quanto tale. La parola 'femminicidio' esprime, come ha ben spiegato l'esperta di lingua italiana Valeria Della Valle ospite di Radio Radio il 12 agosto, "tutta la violenza che c'è in questo tipo particolare di uccisione".

Il termine femminicidio è diventato estremamente popolare, suo malgrado, per denunciare le oltre mille vittime donne, sparite o assassinate, in 30 anni nella città messicana Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti. Ma è un termine che, sottolinea Della Valle, "troviamo già in testi di casa nostra di fine Ottocento. E' quindi una parola pienamente italiana". E la realtà di questi ultimi anni l'ha tremendamente riportata d'attualità.

Questo articolo è stato pubblicato sul blog 'Il Salvalingua' su radioradio.it
http://www.radioradio.it/blog/massimo-persotti/femminicidio-una-parola-per-esprimere-la-violenza-sulle-donne

domenica 11 agosto 2013

Torna Forza Italia, tornano gli slogan calcistici

Da oggi i manifesti 6x3 che annunciano il ritorno di Forza Italia tappezzeranno le principali città italiane. 'Ancora in campo per l'Italia' è lo slogan. Ecco il commento di Marco Belpoliti su La Stampa'


I nuovi manifesti di Forza Italia. Uno schermo. Lui contro tutti


I carattere che i grafici della rinata Forza Italia hanno scelto per scrivere lo slogan del ritorno ("Ancora in campo per l'Italia") è un Bodoni Poster, realizzato da un geniale designer americano, Chauncey H. Griffit, a partire dalla tipografia settecentesca italiana. Non a caso questo carattere è stato creato nel 1929 durante la grande crisi. Si tratta di un carattere usato nei vecchi manifesti e soprattutto nei calendari: rassicurante, elegante, famigliare e materno. Non è quasi mai utilizzato per la comunicazione politica, mentre compare invece nelle testate dei giornali, e persino nei ricettari. Grosso, ma con le grazie di Bodoni, appunto. Disposto su un fondo bianco, una fascia, in nero, con il simbolo di Forza Italia quale brand. L'immagine è di una folla festante, tifosi che sventolano bandiere e circondano il balcone, o meglio il ring, dove si trova lui, il Capo (nome assente dal manifesto). Il binomio "campo" e "Italia" segnano un ritorno agli slogan calcistici degli inizi. Il campo è quello dell'uomo solo al comando, che parla vestito di nero dalla tribuna, o dal pulpito. Non è propriamente un manifesto ma uno schermo della Clear Channel, società di comunicazione e pubblicità. Sul lato, in modo quasi pudico: www.forzasilvio.it. Niente Berlusconi, per il momento.
Marco Belpoliti

mercoledì 7 agosto 2013

Le parole che rivelano le bugie

Usano meno pronomi di prima persona come "io e me" oppure tendono a scrivere mail molto lunghe. Il linguaggio può essere rivelatore di chi dice bugie. Insomma, le parole possono contribuire a smascherare i bugiardi. 

E' quanto emerge da uno studio condotto dai ricercatori della Carnegie Mellon University secondo il quale gli scienziati hanno tutte le armi per dimostrare se una persona nasconde uno scomodo segreto. Altro che macchine della verità! 

E' sufficiente prestare attenzione al linguaggio: più ingannevole, contraddistinto da parole emotive più negative e meno pronomi come "io" e "me". Ma non basta. Anche la posta elettronica può esser d'aiuto per scoprire una menzogna: chi ha un segreto tende a scrivere mail molto lunghe e con maggiore frequenza dopo l'acquisizione dello stesso. 

Per dimostrare le loro tesi, i ricercatori americani hanno fatto alcuni esempi concreti. Come l'ex presidente degli States George W. Bush che prese ad utilizzare molti meno pronomi singolari (come "io" e "me") prima di invadere l'Iraq, esattamente come fece Harry Truman prima che gli Stati Uniti sganciassero la bomba atomica su Hiroshima. Più recentemente, il caso di Dzokhar Tsarnaev, il presunto attentatore della maratona di Boston, che nei suoi messaggi Twitter pare abbia incluso un numero decisamente inferiore di pronomi di prima persona dall'ottobre del 2012 in poi, periodo in cui il fratello Tamerlan tornò dal suo viaggio in Russia e iniziò presumibilmente a caricare materiale estremista su Youtube.