martedì 30 dicembre 2014

Quando l'assessora viene bocciata anche dalle donne

Assessore o assessora? Nell'ormai frequente discussione sulla discriminazione di genere applicata al linguaggio, proprio i ruoli istituzionali sono quelli che subiscono più facilmente l'uso delle forme maschile applicate anche alle donne. Pur rischiando di andare in contrasto con le più banali regole della nostra grammatica che normalmente richiede il genere femminile per "tutto ciò che ha un referente umano femminile".

Sorprende quindi che a Sesto San Giovanni, nel milanese, nella giunta con prevalenza femminile (4 assessori/e su sette) non prevalga invece un comune sentire al femminile. Ma anzi, vi siano due fazioni, come riporta il sito NordMilano24.it.

Da una parte le "assessore" Rita Innocenti ed Elena Iannizzi che declinano al femminile dicendo "assessora", dall'altra gli "assessori" Roberta Perego e Virginia Montrasio, che al contrario prediligono l'uso al maschile di "assessore" anche per le donne.

Per le prime declinare il termine al femminile equivale a un chiaro riconoscimento di quanto fatto dalle donne altrimenti sminuito nell'uso di un termine maschile; non si tratta di usare un termine maschile, replicano le seconde, ma un genere neutro in quanto la parola assessore indica una carica attribuita a una persona per le proprie capacità e competenze indipendentemente dal genere. Il sindaco Monica Chittò avrebbe sposato la tesi al maschile (o al neutro, come sostengono Perego e Montrasio), lasciando però a ogni assessore/a la libertà di scegliere con che termine definirsi.

Storcerebbe la bocca Cecilia Robustelli, docente di Linguistica italiana presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, autrice del recente "Donne, grammatica e media", una piccola ma agile guida su un uso corretto dell'italiano, che proprio sulla resistenza alla declinazione al femminile di molti ruoli istituzionale dedica particolare attenzione. E proprio assessore, accanto a giudice, deputato, consigliere, ministro, sindaco sono tra i titoli che incontrano maggiori ostacoli.

Scrive Robustelli che una "qualsiasi ricerca sui siti dell'Amministrazione pubblica, compresi quelli dei ministeri, fallisce, con un'unica felice eccezione: la presidente della Camera Boldrini". Altrove, o si usano formule più sfumate (la signora Ministro, la Ministro) oppure si mantiene il maschile. "Ministro, preferisco ministro", sottolineò Maria Elena Boschi a Irene Bignardi durante una intervista di qualche tempo fa.

Sorprende, quindi, ma fino a un certo punto, la divisione delle assessore/i di Sesto San Giovanni. E d'altro canto, la Giunta capitolina non è da meno. Pur ricca nella presenza al femminile (sei donne), non pare uniforme nella difesa del genere nel linguaggio, passando dalle assessore Estella Marino e Alessandra Cattoi, all'assessore Giovanna Marinelli, tanto per citare tre esempi dal sito del Comune di Roma.



Questo articolo è pubblicato sul Quotidiano del Lazio

venerdì 28 novembre 2014

Papa Francesco testimonial della lingua italiana

In italiano. Papa Francesco ha pronunciato martedì 25 novembre i suoi due discorsi, prima al Parlamento europeo, poi al Consiglio d'Europa, non ricorrendo alla lingua internazionale principe, l'inglese, né a quella più amata negli ambienti diplomatici, il francese. E non si è neppure affidato alla sua lingua madre, lo spagnolo. Ha scelto la 'lingua di Dante', l'italiano.

Non è una novità. Nei suoi viaggi internazionali, l'italiano resta sistematicamente la lingua preferita. In Brasile, Israele persino in Corea dove la lontananza oltre che geografica ma anche linguistica è più forte. A Seul, Francesco ha candidamente riconosciuto: "Il mio inglese è povero", prima di passare all'italiano. Ma non è solo una questione di confidenza linguistica.

Come ha spiegato Luigi Accattoli (Corriere della Sera del 27 maggio 2014), Bergoglio non è un poliglotta  e, a differenza dei suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger, "preferisce evitare la fatica di esprimersi in lingue che non padroneggia". E poi, "ama presentarsi come vescovo di Roma" e nella Santa Sede la lingua d'uso è l'italiano.

Lo scegliere l'italiano come 'lingua franca' emerge con forza anche nei messaggi ‘Urbi et Orbi’ che a Natale e a Pasqua il Papa rivolge ai romani e al mondo intero. Wojtyla e Ratzinger erano arrivati a fare gli auguri in ben 65 lingue. Francesco li fa solo in italiano.

La lingua italiana torna quindi a esercitare un ruolo di primo piano nel contesto internazionale. Lo fa grazie a Papa Francesco e alla Santa Sede. Non più solo una "bella lingua" per gli amanti del nostro Paese, della cultura, storia e tradizione che l'Italia ancora oggi rappresenta nel mondo. Ma una 'lingua di comunicazione' che i cristiani di tutto il mondo riconoscono quando Bergoglio a loro si rivolge.

Una straordinaria opportunità per un nuovo futuro dell'italiano? Certamente una occasione di rilancio della nostra lingua e della nostra immagine che istituzioni e autorità hanno l'obbligo di non sprecare.


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martedì 25 novembre 2014

Svapare, parola dell'anno. Successo 'svaporato'?

Svapare è la parola dell'anno nella lingua inglese, ma i linguisti storcono la bocca mentre gli osservatori parlano di 'successo svaporato'. Eppure, poco più di un anno fa la sigaretta elettronica, e-cig secondo la formula anglosassone, segnava un boom senza precedenti. L'Espresso il 17 gennaio 2013 scriveva di 700 negozi aperti in tutta Italia, un 40% in più di vendite registrato in poche settimane. E il termine 'svapare' si affermava come simbolo linguistico della moda del momento.

Un successo mondiale, tanto che l'Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere 'vape', in italiano svapare, parola del 2014. Il verbo, abbreviazione di vapore o vaporizzare, indica l’inspirazione e l’emissione di vapore dalle sigarette elettroniche.

Secondo il prestigioso dizionario anglosassone, quest'anno l'uso di questa parola  è raddoppiato rispetto al 2013, raggiungendo un picco massimo nel mese di aprile, proprio quando a Londra, nel quartiere modaiolo di Shoreditch, è stato aperto il primo 'Vape Cafè', e negli Stati Uniti si accendeva il dibattito sulle e-cigs.

Un dibattito che in Italia ha investito i fanatici della nicotina orfani della 'bionda': prima l'efficacia o meno ("fanno male come le sigarette", "Non è vero, è vapore acqueo"), poi i divieti nei locali pubblici, quindi la scure del fisco. Sta di fatto che la 'svapata' è evaporata: molte meno sigarette elettroniche in giro quando prima si esibivano ovunque con orgoglio e mercato crollato. Negozi che prima sorgevano come funghi ora spariscono con altrettanta velocità e i 2500 esercenti e aziende ancora presenti rischiano di chiudere nel giro di pochi mesi se le condizioni non cambieranno, denuncia l'Anafe, l'associazione di categoria.

Non bastassero le lamentele degli operatori, anche i linguisti accolgono freddamente l'annuncio della Oxford Dictionaries. Per la Zanichelli, la 'parola dell'anno' è un "rito in cui gli editori allungano bocconcini lessicografici prelibati ai giornalisti affamati di novità" finendo col diventare "quasi una trovata pubblicitaria (legata anche al bisogno di riempire spazi sui giornali e sui teleschermi) e poco ha a che fare col lavoro quotidiano legato alla lessicografia".

Intanto lo Zingarelli 2015 lo ha accolto come una delle nuove parole più usate e in grado di resistere alla moda, mentre Treccani ha inserito il termine nella sezione 'neologismi'. 

Ma in realtà, svapare ha già un'età linguistica ragguardevole: la prima sigaretta senza fumo sembrerebbe risalire agli anni Settanta, l'attività prese da subito il nome di vaping e la prima attestazione scientifica della parola si ritrova sulla rivista New Society, siamo nel 1983 e si legge: "la nuova abitudine, se prendesse piede, sarebbe conosciuta come svapare".

Per saperne di più:
Accademia della Crusca


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venerdì 10 ottobre 2014

Il calcio è ormai moviolato

La sfida del 5 ottobre scorso tra Juventus e Roma potrebbe restare nella storia. Non solo, come possono pensare i tifosi giallorossi, per gli episodi contestati, quanto perchè potrebbe aver definitivamente aperto la strada alla ‘moviola in campo’. E allora, in un tempo non più troppo lontano, l’uso di un termine come moviolato potrà diventare – chissà – molto comune e non un ricorso quasi casuale come accaduto a Mario Sconcerti domenica scorsa durante il programma ‘Terzo Tempo’ su Sky Sport: "...tre minuti dopo si è arrivati a un altro rigore non moviolato".

Non a caso, Sconcerti appena pronunciato il termine è sembrato quasi pentirsene, a tal punto da dover precisare: "una bruttissima parola". Ma Valeria Della Valle, linguista, ospite del Salvalingua l'8 ottobre è indulgente. Non solo assolve il celebre giornalista ma va oltre: "Si tratta di una parola che gira in ambito sportivo sebbene non ancora registrata nei dizionari. Ma dalla parola moviola se si vuole usare un verbo, non sarebbe sbagliato creare moviolare e da qui il suo participio passato moviolato".

Strano destino quello della moviola. Termine che nasce nel 1924 con la creazione di Iwan Serrurier dell'apparecchio per il montaggio di un film. Spiega Della Valle che la sua attestazione in Italia risale al 1930, in pieno fascismo, e "già allora si diceva che era una brutta parola".

In realtà, moviola ha avuto una seconda vita perchè dall'apparecchio è finita con l'identificare la visione rallentata di immagini. La sua diffusione è stata immediata in ambito sportivo, si è cominciato a parlare di 'effetto moviola', cioè il "procedere rallentato, con la possibilità di far scorrere lentamente o addirittura di fermare" (Treccani) e il suo uso (e abuso) nei programmi tv per lo più calcistici ha favorito la nascita del 'moviolista' che nel linguaggio televisivo è "chi lavora o è addetto alla moviola".

Moviola, moviolista, moviolato. In realtà, già prima di Sconcerti, si trova una testimonianza di 'moviolato' nel titolo di un articolo di Carlo Bonini su Repubblica, era il 10 novembre 2009, "Marrazzo moviolato per due minuti e trentotto secondi". Erano i tempi dell'inchiesta giudiziaria che colpì l'allora Presidente della Regione Lazio e si parla del celebre video girato dai Carabinieri che poi divenne arma di ricatto.

Dal calcio ora il termine può trovare affermazione e diffusione se, come sembra, la moviola passerà dagli studi televisivi alle 'camere arbitrali'. Solo il tempo, conclude Della Valle, "ci dirà se moviolare e moviolato si imporranno o no".


Ascolta l'intervista di Valeria Della Valle

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mercoledì 1 ottobre 2014

Metodo Boffo nel Pd? Per Renzi, solo "metodo buffo"

Bersani riesuma contro Renzi l'espressione di sapore berlusconiano 'Metodo Boffo', uscita infelice o perfetta sintesi del clima da resa dei conti all'interno del Pd?

L'ex segretario democratico è stato chiaro: "Noi sull'orlo del baratro non ci andiamo per l'articolo 18 ma per il metodo Boffo, perché se uno dice la sua, deve poterlo fare senza perdere la dignità". Accuse dure lanciate durante la direzione del partito, lunedì 29 settembre.

Tradotto dal bersanese, si accusa Renzi di marchiare i dissidenti con epiteti ormai entrati nel lessico politico che caratterizza il presidente del Consiglio: i gufi, i sabotatori.

Quindi, al di là del tema al centro dello scontro, è il modo con cui si tratta chi ha un pensiero diverso a scatenare la reazione di Bersani. Da qui, il preciso uso del 'Metodo Boffo'.

Che si ricordi, è la prima volta che tale espressione sconfina dall'area di centro-destra per approdare nel confronto dialettico del centro-sinistra.

Vale la pena ricordare come nasce questa espressione.

Era l'estate del 2009, cominciarono a circolare racconti e testimonianze su frequentazioni dell’allora Presidente del Consiglio Berlusconi con alcune prostitute. Il quotidiano Avvenire fu uno dei critici al riguardo. L'allora direttore, Dino Boffo, si rese autore di alcuni editoriali molto forti contro Berlusconi. Il 28 agosto 2009 Vittorio Feltri sul Giornale accusò Boffo di essere “incoerente” pubblicando un documento, presentato come una informativa della polizia, dove si leggeva che Boffo era stato "querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione”.

Nacque un caso, Boffo si disse estraneo alla vicenda, ma fu travolto e ad inizio settembre fu costetto a dimettersi, Feltri successivamente ritrattò e fu sospeso dall'Ordine dei Giornalisti per tre mesi.

Da lì, l'espressione 'Metodo Boffo' diventa sinonimo di "campagna di stampa basata su bugie allo scopo di screditare qualcuno".

Ma va anche oltre, finendo con il ricomprendere tutte quelle operazioni mediatiche volte a denigrare un personaggio pubblico usando verità, mezze verità, ma anche falsità.

Metodo Boffo ha mandato in soffitta altre espressioni celebri come killeraggio mediatico o macchina del fango. E nel tempo l'evocazione del Metodo Boffo ha colpito l'allora Presidente della Camera Fini, il giudice Mesiano, la pm Ilde Bocassini, Veronica Lario, Nichi Vendola. Fino ai ministri Pdl che giusto un anno fa diffusero un comunicato rivolto al direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, dicendogli che con loro "non funzionerà il metodo Boffo". In un editorale, Sallusti aveva avvertito che chi volta le spalle al Cavaliere, avrebbe fatto la fine di Gianfranco Fini. Erano i giorni che avrebbero preceduto la scissione nel Pdl, con Alfano e gli altri protagonisti della successiva fuoriuscita definiti "diversamente berlusconiani".

Un anno dopo, torna il Metodo Boffo e trova casa nel Pd. Forse solo una fugace apparizione, stando alla replica di Matteo Renzi: "Tutta la mia solidarietà a Pier Luigi per il metodo Boffo, ma io al massimo uso il metodo buffo".



Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Lazio


giovedì 25 settembre 2014

I gufi in politica

dal Corriere della Sera
I gufi migratori
di
Paolo Beltramin


Strani uccelli migratori, i gufi in politica. Da quando è presidente del Consiglio, hanno preso di mira Matteo Renzi. «C'è un esercito di gufi che spera che l'Italia vada male», ha denunciato il 28 marzo. «I gufi sono i peggiori direttori commerciali dell'Italia», ha spiegato il 20 maggio. «I gufi, le riforme, i conti non mi preoccupano», ha rassicurato via Twitter il 20 luglio. «Gufi o non gufi, arriveremo a destinazione», ha ribadito il primo settembre in conferenza stampa. 


Non c'è da stupirsi se sulla scrivania del sottosegretario Lotti ci sono due scaramantiche statuette di gufo, e se la fidatissima Manzione a casa ne ha addirittura una collezione di trecento. 

Del resto, contro questi uccellacci del malaugurio se la prendeva spesso anche chi ci governava nella scorsa legislatura. «I gufi dicevano che la crisi avrebbe spazzato via l'Italia, invece il sistema ha tenuto meglio degli altri», assicurò Tremonti a gennaio 2010. Brunetta una volta liquidò «i soliti gufi» con un pollice verso davanti alle telecamere. 

Berlusconi invece si sfogò a Porta a Porta: «Tutti questi signori, D'Alema in testa, sono dei veterocomunisti che usano metodi stalinisti. E sono dei vecchi gufi!» 

Avanti così, non ci si potrà più lamentare neanche del maltempo. O bisognerà aggiornare il detto: piove, l'opposizione gufa,

domenica 14 settembre 2014

Guerra, parola tabù per gli Usa

dal Corriere della Sera
Ma l'America adesso adopera la parola tabù
di Massimo Gaggi

«Questioni semantiche». Così il portavoce di Barack Obama, Josh Earnest, ha liquidato l'altra sera le domande dei corrispondenti della Casa Bianca, stupiti per averlo appena sentito dire che «l'America è in guerra con l'Isis nello stesso modo in cui è in guerra con Al Qaeda». Sarà anche una questione terminologica, ma poche vicende come i ripensamenti dei giorni scorsi sull'uso della parola «guerra» rendono bene i dubbi del presidente nell'affrontare questo nuovo impegno militare in Medio Oriente. Per anni Obama ha fatto di tutto per tirare fuori i soldati Usa prima dall'Iraq, poi dall'Afghanistan, anche a costo di lasciarsi dietro pericolosi vuoti.

Ma, soprattutto, il presidente democratico voleva tirare fuori l'America dal clima di guerra permanente nel quale era sprofondata da dieci anni. Nel tunnel della «war on terror», aveva spiegato più volte nei suoi discorsi alla nazione, rischiava di logorarsi lo stesso tessuto democratico degli Stati Uniti. Dunque, sconfitta Al Qaeda, si doveva continuare a combattere il terrorismo ma senza retoriche emergenziali. E per questo che, pur costretto a indossare di nuovo i panni di comandante supremo delle forze armate davanti alla minaccia dell'Isis, Obama anche nei giorni scorsi ha evitato di parlare di «America in guerra» e altrettanto hanno fatto il capo del suo Consiglio per la sicurezza nazionale, Susan Rice («se non vengono messe in campo truppe combattenti non si può parlare di guerra») e, soprattutto il segretario di Stato John Kerry: «Non siamo in guerra: questa è una campagna antiterrorismo più ampia». Una gaffe, quella di Earnest? No: poco prima il portavoce del Pentagono aveva usato esattamente le stesse parole per descrivere la campagna militare Usa.

Forse un tentativo di diradare le diffidenze degli alleati arabi degli Usa che, irritati per il disimpegno di Obama dal Medio Oriente, stentano a credere che quello annunciato tre giorni fa dalla Casa Bianca sia un cambio di rotta davvero radicale.

mercoledì 3 settembre 2014

Annuncite, il neologismo che vale un governo

Matteo Renzi, non c'è dubbio, conosce bene il valore delle parole. E lunedì 1 settembre, nella conferenza stampa di presentazione del nuovo sito passodopopasso.italia.it ne ha dato una ulteriore dimostrazione.

"Nel momento in cui sei accusato di 'annuncite', malattia tipica di parte del ceto politico, rispondiamo con l'elenco di date a cui siamo auto-costretti". E via, giù l'elenco delle cose fatte, delle cose da fare, minuziosamente documentate sul nuovo portale.

"C'è un'annuncite che per fortuna guarisce subito dopo con i risultati", ha poi rilanciato in serata il ministro per le riforme, Maria Elena Boschi, rispondendo a una domanda alla Festa dell'Unità di Bologna.

Ecco, quindi, la nuova parola d'ordine: annuncite. Un neologismo da combattere, ovviamente, perchè il Presidente del Consiglio vuole proprio evitare di passar per colui che va avanti a colpi di annunci, come i suoi detrattori gli rimproverano. Gli stessi che Renzi aveva additato più e più volte nelle scorse settimane come 'gufi' e trasformati su Twitter in una serie di hastag al fulmicotone: #amicigufi, #allafacciadeigufi, #gufierosiconi.

L'annuncite diventa quindi una sorta di malattia da curare, come rivela Sebastiano Messina (Bonsai/La Malattia, Repubblica, 3 settembre): "me l'hanno diagnosticata, ha detto, ma io sono immune, e faccio un sito per dimostrarlo". 


"Una nuova e logorante malattia che gira dalle parti di Palazzo Chigi", la definisce Claudio Cerasa (Superare il governo Watsapp, Il Foglio, 4 settembre).

Ma pensare che sia un nuovo male si è fuori strada. Almeno così la pensa amliziosamente Massimo D'Alema che osserva "non è un neologismo" e poi affonda: "L'Italia ne ha sofferto moltissimo: nel corso dei governi di Berlusconi era un'attività costante". 

Il rischio di cadere nell'annuncite, d'altra parte, è dietro l'angolo. Quale il sintomo più chiaro? Lo spiega Massimo Cacciari, in una intervista da Repubblica (Annuncite? Mattia non sia generico ..., 3 settembre): "Quando non esprimo coerenza. E faccio fuochi d'artificio. Se un giorno parlo di Jobs Act, quello dopo di riforma del Senato, l'altro ancora di riforma della scuola, senza un programma di sistema...".


L'annuncite e Twitter

Dopo essersi fatto largo a colpi di 'rottamare' e 'asfaltare' che ha mandato in soffitta la vecchia politica, il leader del Pd proprio su Twitter ha trovato la sua dimensione migliore con parole d'ordine che sono entrate a far parte del nuovo linguaggio della politica italiana: #cambiaverso, #italiariparte, #lavoltabuona, #80euro, #centogiorni fino ad arrivare a #passodopopasso appena coniato. Hastag-slogan-tormentoni che hanno segnato questi primi mesi di governo Renzi, un vero spartiacque rispetto a un pur recente passato.

Scrivono Valentina Avoledo e Diego Pretini sul Fatto Quotidiano, "il confronto con il vezzo di chiamare i decreti 'Salva Italia' o 'Cresci Italia' o 'qualcosa Italia', come fece comunque sforzandosi il quasi 70enne Mario Monti, è impietoso: sono passati due anni e sembra l’epoca dei Fenici".

Le parole, gli slogan, segnano una filosofia, un pensiero e quindi anche una diversità politica che ben colse tempo addietro un attento studioso dei fenomeni della comunicazione politica come Edoardo Novelli. Che di fronte al sintetico 'Adesso!' scelto da Renzi per la campagna elettorale alle elezioni primarie del centro-sinistra, ne misurò la profonda distanza da una "tradizione propria di una certa sinistra, legata ad una visione storicista dell’azione politica" che veniva rappresentata come "un lungo e progressivo cammino al quale si connaturavano tenacia e pazienza, azione ed attesa", ben riassunta da un famoso slogan del Partito comunista italiano: Veniamo da lontano e andiamo lontano.

Altri tempi: da 'Adesso!' in poi le parole d'ordine di Renzi sono state pensate all'insegna della velocità e della sintesi, conservando quei tratti che Novelli aveva già ben individuato, "una certa indeterminatezza nei contenuti e, al contempo, una perentorietà nella forma, al limite del decisionismo".

Il neologismo 'annuncite' sembra però un punto di svolta. Perchè in esso, Renzi sintetizza il bene e il (potenziale) male della sua politica: il ricorso a formule linguistiche efficaci e immediate ma anche il più pericoloso limite del suo agire, cioè il timore di veder soccombere la sua azione di governo di fronte all'onda impetuosa di promesse e annunci che non si concretizzano. Un pericolo letale perchè partendo dalla rottamazione e dalla necessità di smarcarsi da un passato sinonimo di vecchio e negativo, Renzi aveva caratterizzato la sua proposta politica quale ricetta per combattere i mali incancreniti dell'Italia: inefficienze, ritardi, burocrazia, corruzione.

Annuncite è quindi il neologismo più importante perchè la sua fortuna potrebbe segnare, al contrario, la disgrazia di chi lo ha coniato. (ultimo aggiornamento: 4 settembre 2014)


Un estratto dell'articolo anche sul sito di Radio Radio

martedì 12 agosto 2014

Vu cumprà dopo 'Optì Pobà' , il razzismo a parole delle nostre istituzioni


Forse ha ragione chi su Twitter ha scritto: "Vu cumprà? Non si sentiva dai tempi di Jerry Calà". Un semplice tweet che fissa nel tempo, alla fine degli anni Ottanta (GRADIT 1986), l'affermazione di questo epiteto spregiativo usato per indicare i venditori ambulanti, specialmente se nordafricani o di colore, che gioca sulla pronuncia distorta, per la loro scarsa padronanza dell'italiano, della frase 'Vuoi comprare?'.

Ha sorpreso tutti, quindi, che il Ministro dell'Interno, Angelino Alfano, abbia riesumato tale espressione per illustrare la campagna 'Spiaggie sicure' per la prevenzione e il contrasto dell'abusivismo commerciale e della contraffazione. "I turisti, i nostri cittadini - ha detto Alfano, così come riportato sul sito del Ministero - potranno tranquillamente trascorrere le loro giornate in spiaggia, senza la processione dei 'vu' cumprà', prevalentemente extracomunitari, dediti al commercio abusivo di prodotti di provenienza illegale". 


Ha sorpreso sia per i tempi che per i modi. La coincidenza, poi, con il più fresco neologismo, 'Optì Pobà' del neo presidente della Figc, Carlo Tavecchio, ha spinto molti commentatori a tracciare un 'fil-rouge' di decadimento delle istituzioni a colpi di 'razzismo democratico'. Un razzismo a parole "ma non per questo meno nocivo, meno condannabile, meno degradante", affermava tempo fa Federico Faloppa, docente di linguistica italiana nelle università inglesi, e autore di un saggio sul tema.

Si tratta di uno "scadimento del tono pubblico", scrive Luigi La Spina sulla Stampa, che punta ad "allinearsi a quella imperante volgarità che si ritiene fonte di complici consensi" ma che "sta diventando troppo generalizzato per considerarlo accettabile". Quello di Alfano, scrive Francesco Merlo su Repubblica, è un "razzismo ruspante" che si cela dietro la lotta alla contraffazione: "l'espressione vu cumprà lo svela. Non perchè è politicamente scorretta ma perchè al contrario è pavida; non per ciò che esprime ma per ciò che nasconde".

E proprio contro i talebani del linguaggio politically correct si scaglia, in controtendenza, Corrado Giustiniani che dal suo blog su Espresso.it lancia la provocazione delle "traiettorie semantiche" di certi termini che "mutano dal positivo al negativo con il passare del tempo". O viceversa. Zingaro, badante, extracomunitario, tanto per citarne alcuni. E vu cumprà: che agli albori identificava "una presenza curiosa e ben vista sulle spiagge della metà degli anni '70" tanto che "quel termine traduceva sinteticamente, e in dialetto napoletano, questa simpatia". Ora però che sono "tanti, insistenti e indesiderati" chi "continua a chiamarli come prima viene automaticamente iscritto al club degli intolleranti".

Come direbbe Enrico Pugliese, sociologo e accademico italiano, "non esistono parole sbagliate, esiste un uso sbagliato delle parole". Ma è indubbio che ci sono termini ed espressioni che, per dirla con l'ex Ministro dell'Integrazione Cécile Kyenge, "nel senso comune sembrano acqua da bere ma racchiudono tutte le accezioni negative verso una fascia di persone deboli". 


Anche Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Esteri della Camera, se la prende con la "ossessione del politicamente non corretto" a causa della quale "finiremo con il parlare in perfetto burocratese", e avverte su quel "razzismo alla rovescia" che alimenta "l'islamismo radicale fino al terrorismo (...) fondato sulla discriminante religiosa".

Ma, precisa su Facebook la Presidente della Camera Laura Boldrini, "le parole non sono mai neutre" e "in politica come nell'informazione la forma è sostanza". Quindi, "usare un termine anziché un altro non è un dettaglio". E il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, intervistato a 'Millennium' (Rai Tre) liquida così il ricorso di Alfano al termine incriminato: "Io non l'avrei utilizzato".

domenica 10 agosto 2014

Il "branco" nel calcio, metafora da evitare?

Il bestiario miete altre vittime. Se lo squalo (Nibali) ci aveva fatto sorridere e il canguro (del Senato) sollevato molte perplessità, ora entrano in scena i lupi. O meglio, un branco.

Tutto nasce dalla campagna abbonamenti della A.S. Roma che dallo scorso anno ha assunto una forza d'immagine e iconografica ben più aggressiva e d'impatto. Un lupo affamato e lo slogan "Hungry for Glory",  nella versione inglese. Quella italiana si arricchisce di una comunicazione ancor più esplicita: "La Caccia Continua. Unisciti al Branco".

Quest'anno alla luce dei drammatici fatti avvenuti in occasione della finale di Coppa Italia, con gli scontri fuori lo stadio Olimpico di Roma e la morte di Ciro Esposito, l'uso delle parole (caccia, branco) a molti è sembrato inappropriato.

Ai napoletani in primo luogo. Lo spiega bene Vittorio Zambardino, su Napolista.it: "Non c'è bisogno di Freud per capire che si sta evocando l'agguato, lo sbranamento del nemico. C'è un piccolo problema di due parole: Ciro Esposito... il pozzo del 'branco' pubblicitario è lo stesso del branco di strada. Sono le emozioni, che rispondono alla miccia delle immagini e delle parole. Perché la comunicazione è come la pioggia, cade sui giusti e sugli iniqui. E piovono parole sugli psicolabili e sui delinquenti. E a quelli la differenza fra il branco che tifa, canta e incoraggia i suoi e il branco che fa l'agguato e uccide, sfugge, e magari vuole proprio sfuggire".

Qualche giorno fa ha rincarato la dose Luca Giansanti, consigliere della Lista Civica Marino, che su Facebook aveva scritto: "E' opportuno che l'azienda pubblica di trasporto di Roma ospiti sui suoi mezzi la pubblicità della campagna abbonamenti della AS Roma che nello slogan incita alla caccia e al branco? Siamo sicuri che il messaggio sia educativo e appropriato?".

Il sindaco Marino, interpellato da una tifosa, ha spiegato: "La campagna pubblicitaria è stata criticata perché c’era un riferimento al branco che poteva far pensare ad episodi di violenza. Molti di noi hanno ritenuto che forse non era il vocabolo più adatto. Non credo ci fosse nulla contro la Roma o la Lupa".

Il batti-e-ribatti politico (in campo da Athos De Luca, storico ambientalista, all'ex sindaco Gianni Alemanno) ha finito col degenerare tra chi imputa a Giansanti l'intento di accattivarsi le simpatie laziali (generando un pericoloso duello tra lupo e aquila) e chi rimprovera a maggioranza e 'primo cittadino' di perder tempo piuttosto che occuparsi dei problemi della città e dello stato di salute dell'Atac, a cui semmai, l'incasso della pubblicità della Roma non può che far bene.

Questione banale? Non proprio, perché la metafora del linguaggio è argomento delicato soprattutto in un mondo come quello del calcio animato e alimentato da passioni ed emozioni che spesso sono inquinate da crimine e violenza.

Evocando i lupi e paragonando il campionato a una caccia, la società giallorossa ha sì realizzato una campagna di comunicazione e marketing di grande efficacia ma il cui confine con l'opportunità se non con l'etica apre, e aprirà, infinite discussioni.

Non c'è dubbio, il termine branco traslato dal mondo animale, ha una accezione negativa. Basta leggere la Treccani: "Anche, gruppo di persone, per lo più in tono spregiativo (un branco di ragazzacci; sono un branco di ladri). Con uso più recente, e connotazione fortemente spregiativa, per indicare un gruppo di giovani che compie violenze sessuali e atti delinquenziali: la complicità del branco; uno stupro commesso dal branco".


E, d'altro canto, il nuovo decreto sulla sicurezza degli stadi introduce per la prima volta il cosidetto 'Daspo di branco', ovvero - come ha spiega il Ministro dell'Interno, Alfano - la possibilità di applicare "un Daspo aggravato, non solo per il singolo ma anche per quelli che agiscono in branco". 

Esagerazioni? Forse, in fondo è 'solo' una campagna pubblicitaria. E d'altro canto, il calcio è ricco di un lessico che esperti linguisti arrivano a definire in taluni casi bellico: tiro esplosivo, andare o tornare alla carica, assediare l'area, stringere d'assedio gli avversari, sfondare sulla fascia. Formiche.net propone provocatoriamente "la sostituzione del simbolo della squadra e, prima ancora, della città" visto che la lupa "rimane pur sempre un animale feroce e carnivoro".

In casi come questi, la soluzione è dettata più dalla ragionevolezza che da valutazioni 'di pancia'. Con sensibilità e accortezza, la Roma avrebbe potuto cambiare grafica e parole, trovando slogan e metafore altrettanto efficaci, e - perché no - facendo di questa scelta una 'campagna di comunicazione' in positivo, che avrebbe ottenuto consensi e grande spazio in termini di visibilità. Qualcuno avrebbe potuto storcere il naso per l'ennesima noiosa trovata 'politicamente corretta'. Ma visti i tempi e certe dichiarazioni di dirigenti del mondo del calcio, una volta tanto sarebbe stata più che apprezzata.

Al momento, però, in tanto frastuono di parole, l'unica voce a non essersi levata è proprio quella di chi è chiamato direttamente in causa, la società giallorossa. Attendiamo che i 'lupi' ululino.



Questo articolo è stato pubblicato anche su Il Quotidiano del Lazio

sabato 2 agosto 2014

Nel bestiario italiano, lo squalo batte in simpatia il canguro

Quando sugli Champs-Elysées è passato lo squalo gli italiani che amano il ciclismo hanno avuto un momento di autentica commozione; quando nell'aula del Senato è stato evocato il canguro, gli italiani hanno subìto l'ennesimo disorientamento dal mondo della politica.

Destino crudele quello degli animali. Devono difendersi dall'uomo non solo per la loro sopravvivenza, ma anche per il 'buon nome' che portano.

Andiamo con ordine. Lo squalo nell'immaginario collettivo ha sempre rappresentato incubo e terrore. Chi dimentica il film di Steven Spielberg, che proprio nel 2015 compirà 40 anni, capace di turbare intere generazioni di amanti del mare. Eppure, la nuova stagione dello squalo andata in onda nel mese di luglio ha regalato a tutti noi emozioni sì forti, ma straordinariamente positive. E già, perchè 'squalo' è il nome con cui è stato ribattezzato Vincenzo Nibali, trionfatore al Tour de France 16 anni dopo Marco Pantani.

L'elegante Nibali ricorda a Gianni Mura più un cirneco, un cane spuntato più di duemila anni fa intorno all'Etna. Ma per Nibali, nato in quel di Messina, il tuffo nel bestiario ha portato in dote lo 'squalo', feroce divoratore di strade e avversari, la prima volta di un pesce in uno zoo delle due ruote che annovera già aironi, falchi, condor. E anche un gorilla, così è soprannominato il tedesco André Greipel, vincitore di una tappa al Tour.

Dallo sport alla politica, il quadro muta radicalmente. Quando alle 19.50 del 29 luglio, l'Ansa batteva questa notizia: "Riforme: scatta 'canguro', via 1.400 emendamenti", abbiamo capito che lo sbarco dei marsupiali a Roma avrebbe generato non poche reazioni. Così la minaccia, il giorno dopo, del Movimento 5 Stelle ("Stiamo cercando di azzoppare il 'canguro'") non ha che generato autentico sgomento tra animalisti e non.

Nessuna paura. Il canguro è l'animale 'regolamentare' che ha monopolizzato il dibattito sulle riforme, in scena da giorni al Senato. Il canguro infatti è la curiosa regola che consente, una volta respinto un emendamento, di saltare a piè pari quelli dal contenuto simile o equivalente. Così, quando il 29 luglio, l'Aula di Palazzo Madama ha bocciato l'emendamento sul Senato elettivo, l'assemblea si è ritrovata all'improvviso con 1400 emendamenti in meno sugli oltre 7000 complessivamente presentati. Un bel risparmio in termini di tempo per la maggioranza, un colpo alla democrazia secondo le opposizioni.

Ma l'ingresso al Senato del canguro si è portato dietro anche ardite formule lessicali affini. Racconta Alessandro Trocino sul Corriere della Sera: "Loredana De Petris usa disinvoltamente i termini 'cangurare' e 'emendamenti cangurati'".

Destino vuole che uno dei campioni dell'emendamento, Augusto Minzolini, capofila di coloro che tra i berlusconiani vogliono proprio quel Senato elettivo bocciato e cangurato, nella sua vita precedente - ricorda Robin su Europa - era chiamato lo Squalo. Ora se lo mangia perfino un canguro. Meglio dunque lasciare quel titolo al buon Vincenzo Nibali.

lunedì 21 luglio 2014

Filibustering, ghigliottina, franchi tiratori. Le oscure parole della politica

Filibustering, ghigliottina, franchi tiratori. Come ombre minacciose, si addensano sul percorso delle riforme istituzionali queste tre (più o meno) oscure parole.

Il governo teme il filibustering delle opposizioni ed è pronto a usare (dicono gli addetti ai lavori) la ghigliottina. Ma tutto potrebbe complicarsi se saltassero fuori inattesi franchi tiratori. Cosa succede? Gli italiani, già particolarmente provati dal complesso dibattito sulla riforma del Senato, devono ora farsi largo tra i tecnicismi della politica.

Perché da oggi si fa sul serio, partono le prime votazioni sul disegno di legge costituzionale che trasformerà Palazzo Madama, i tempi sono stretti e i rischi molteplici. Quasi 8mila emendamenti presentati, gran parte dei quali a firma di Sinistra e Libertà. Metteteci anche i senatori 5 Stelle pronti a dar battaglia, ed ecco che il nostro vocabolario si apre alla voce filibustering che sta per ostruzionismo, l'arma delle opposizioni per ritardare o impedire l'approvazione di una legge.

Tutto regolare, ci mancherebbe altro, stiamo parlando di procedure che hanno fatto la storia parlamentare italiana e di cui i radicali sono stati autentici maestri. Negli annali del filibustering, Marco Boato detiene il record di oratoria con oltre 18 ore di intervento durante la discussione sul decreto sul fermo di polizia (era il 1981). Altri tempi, immaginare oggi una tal prestazione è assai difficile, ma l'arma del filibustering è in agguato. E allora, c'è chi giura che in caso di necessità, verrà rispolverata la ghigliottina. Nessun timore, la pena di morte in Italia è ormai storia del passato, ma il ricorso a un termine così infausto vale in politica proprio per scongiurare l'ostruzionismo ad oltranza.

Di ghigliottina le cronache politiche si son nutrite a inizio anno, quando la Presidente della Camera Laura Boldrini la invocò per contrastare l'ostruzionismo del Movimento 5 Stelle e far approvare il decreto Imu-Bankitalia prima della sua scadenza. Lapidari alcuni flash d'agenzia: Imu-Bankitalia, ok Camera a dl, Boldrini ha usato ghigliottina (La Presse), Imu-Bankitalia:Camera,Boldrini decide "ghigliottina" (Ansa). Era il 29 gennaio e per la prima volta alla Camera dei Deputati veniva usato un istituto non regolamentato ma applicato per analogia a quanto previsto al Senato. Il fatto destò clamore e in quei giorni gli italiani conobbero una ghigliottina meno cruenta di quella che decapitò la testa di Maria Antonietta.

La ghigliottina a Palazzo Madama, dove è in votazione la riforma del Senato, è regolarmente disciplinata, è già stata applicata in passato (ad esempio, lo scorso 10 aprile sul disegno di legge per il voto di scambio), prevede il passaggio diretto al voto finale di un provvedimento e comporta l'automatica decadenza di tutti gli emendamenti non esaminati. Sarà applicata nei prossimi giorni? Difficile dirlo ora, anche perché, in questo momento, c'è da far i conti con i franchi tiratori, ovverosia coloro che nel segreto dell'urna sono pronti a far carta straccia delle indicazioni del proprio partito. Un pericolo ancor più pesante e i cui contraccolpi potrebbero rivelarsi ben più devastanti. I retroscenisti assicurano che se dovesse esserci voto segreto, una fronda interna al Pd o a Forza Italia potrebbe raccogliere numeri assai più significativi dei 25-30 parlamentari che finora, allo scoperto, hanno criticato il provvedimento.

Il 'franco tiratore' è un regalo del linguaggio militare e ricalca il francese franc-tireur, da cui riprende il significato storico: «Guerrigliero che opera, per lo più isolato o in piccoli gruppi, contro forze regolari, soprattutto nei centri abitati che il nemico cerca di occupare o sta evacuando» (Vocabolario della lingua italiana Treccani). Scrive Barbara Borghi sul sito della Treccani, come a partire dagli anni Cinquanta del Novecento, il franco tiratore ha assunto nel linguaggio politico e giornalistico italiano un senso figurato per definire chi «in votazioni segrete di organi collegiali, vota in modo diverso da quello concordato o ufficialmente deciso dal proprio partito o schieramento» (Vocabolario della lingua italiana Treccani).

Il parallelismo con l'ambiente militare è ben rappresentato da Gino Pallotta (Dizionario politico e parlamentare, Newton Compton Editori, 1977), che vede riflesso nel franco tiratore parlamentare «l'immagine del 'cecchino': che, nascosto, tira all'improvviso». E soprattutto dai cecchini sotto false spoglie, Renzi e il suo governo devono ben guardarsi.


L'articolo è stato pubblicato su Il Quotidiano del Lazio

venerdì 4 luglio 2014

Merkenzi, la crasi che annuncia la 'nuova Europa'

Renzi e Merkel, mai come in questo momento Italia e Germania sembrano così vicine. E sono i loro leader, il Presidente del Consiglio e la Cancelliera, a rinnovare giorno dopo giorno un rapporto divenuto improvvisamente stretto, tanto da creare un canale preferenziale tra i due Paesi che può mutare gli equilibri politici europei.

Se ne accorgono i media internazionali e sul Financial Times Kalypso Nicolaïdis, professore di relazioni internazionali all'Università di Oxford e direttore del Center for International Studies and the Department of Politics and International Relations, corona questo nuovo clima con un neologismo: Merkenzi.

Crasi tra Merkel e Renzi, Merkenzi è il sigillo linguistico di - scrive Nicolaïdis - una "alleanza che può costituire una buona notizia sia per l'UE che per il Regno Unito".

Renzi, spiega Nicolaïdis, "rappresenta per molti aspetti - ideologici, geografici, politici - il perfetto contrappeso alla 'morbida egemonia' di Angela Merkel. La loro intesa ha buone probabilità di dar forma alla nuova Europa". 


-Una versione più ampia è su Il Quotidiano del Lazio

Il Premier tifa Merkenzi per vincere in Europa

giovedì 3 luglio 2014

Cooling break, il neologismo di Brasile 2014

Messi, Neymar, Rodruguez … macchè! questi Mondiali di calcio resteranno nella storia per un momento di non-gioco, una interruzione. In altri sport è il time-out, i dirigenti del pallone l’hanno battezzato cooling break. 

E’ il 31 minuto del primo tempo di Olanda-Messico, siamo all’Estadio Castelao di Fortaleza, si gioca l’ottavo di finale più bollente di Brasile 2014. Siamo sopra i 30 gradi, ora locale le 13. 

Le nuove norme Fifa, introdotte il 15 febbraio scorso parlano chiaro: con queste temperature, con tassi di umidità così alti, il problema per i calciatori non è più l’avversario o l’arbitro, ma il caldo opprimente. Un problema medico. Quindi, stop per tre minuti, per dissetarsi e rinfrescarsi. Il cooling break, appunto. E il 29 giugno, giorno di Olanda-Messico, sarà ricordato anche, e per molti, soprattutto, per la ‘prima volta’ del cooling break. 

Il ‘cooling break’ è un vero e proprio neologismo che si affianca alle tante parole ed espressioni ‘tecniche’ che caratterizzano la lingua del calcio. Ovviamente, inglese come tanti altri esempi del già ricco vocabolario del pallone. Ma la novità non è tanto linguistica, quanto tecnica perchè avvicina il calcio a molti altri sport dove i time-out sono parte delle regole base: pensiamo al basket o a il volley, ma anche il calcio a cinque, l’hockey su ghiaccio, la pallamano. Solo che in questi sport, l’interruzione è chiamata dagli allenatori per dare istruzioni tattiche, introdurre modifiche alla squadra. Nel calcio, invece, la pausa è stabilita prima della gara in base alle questioni climatiche. Da qui anche la scelta linguistica: cooling break che concettualmente è differente dal più classico e noto time-out. 

L’esperimento probabilmente finirà qui, almeno per Brasile 2014. Ma il dado è tratto, l’innovazione lanciata. E l’espressione può diventare di diritto come il neologismo dei Mondiali brasiliani. 

Questo articolo è stato pubblicato anche sul sito di Radio Radio

martedì 24 giugno 2014

Immunità, basta una consonante perché diventi impunità

La riforma del Senato l'ha riportata alla luce, è la parola-icona del conflittuale rapporto tra politica e magistratura, tra giustizialisti e garantisti, simbolo del distacco tra politici e cittadini. Immunità, nel sentimento comune fa rima con impunità e a separare le due parole non è solo un cambio di consonante degno di un gioco enigmistico.

Immunità è una parola che scotta, gli stessi politici ne prendono le distanze ogni volta che vengono interpellati quasi che fosse un corpo estraneo, un virus pericolosamente contagioso. Strana parabola per un termine che in origine rifletteva una funzione ben diversa e nobile, rappresentando un principio di garanzia a difesa della democrazia e della libertà.

Quando i padri della Costituzione la introdussero, si era all'indomani del fascismo e l'immunità (sancita all'art. 68 della nostra Carta) intendeva stabilire un preciso confine tra attività politica e attività dei giudici, sancendo il principio per cui ogni misura di restrizione della libertà personale di un parlamentare (l'arresto, ma anche la perquisizione dell'ufficio o del suo domicilio, fino all'intercettazione delle sue telefonate) dovesse trovare un limite nell'autorizzazione del Parlamento. A quel tempo, il timore che l'agibilità politica di un parlamentare, le sue idee, le sue azioni, potesse incontrare una ritorsione o repressione da parte di una magistratura di opposto pensiero era assai concreto.

Ma nel corso degli anni, da Tangentopoli in poi, il concetto di immunità ha subìto una profonda trasformazione finendo col diventare nel lessico ma anche nel dibattito espressione di un fenomeno ben diverso da quello che ne aveva determinato la sua origine.

Il dilagare del malaffare, delle tangenti, di commesse e appalti inquinati, della corruzione ha fatto dell'immunità da strumento a tutela del principio di libertà e di autonomia della politica, a espediente per farla franca da vicende giudiziarie, a indebita protezione per politici disonesti.

Ecco allora che l'immunità ha assunto il carattere di privilegio e ogni sua rievocazione produce l'ormai scontato effetto di far salire l'indignazione pubblica, la rabbia dell'antipolitica.

Non sapremo come finirà l'ennesima puntata della storia di questa tormentata parola. Ma è ormai fuor di dubbio che l'onda emotiva di segno negativo che si trascina dietro difficilmente linguisti, costituzionalisti, politici o persino affabulatori riusciranno a contrastarla. Almeno finché scandali e vicende giudiziarie (come i recenti casi di Expò e Mose) continueranno a dare della politica una tale immagine. E a remar contro non c'è solo la storia recente della politica italiana, ma persino le beffarde casualità dell'enigmistica: un cambio di consonante e come per magia immunità diventa impunità.


Articolo pubblicato anche su Il Quotidiano del Lazio

domenica 4 maggio 2014

Tambasiare

Il suo è, come lui stesso lo ha definito, un "siciliano fasullo". Ma il 'vigatese' del Commissario Montalbano è parte integrante del successo del personaggio di Andrea Camilleri.

Da 'Conversazione con Andrea Camilleri sul compleanno del commissario' di Antonio D'Orrico (Sette, Corriere della Sera - 1 maggio 2014)

Rileggendo i primi Montalbano, mi sono ricordato che 'tambasiare' è una delle più belle attività del mondo.
"Condivido pienamente, Perchè 'tambasiare' è quando ti sei appena alzato dal letto e giri per casa ... e il massimo di impegno che puoi chiedere a te stesso è quello di raddrizzare un quadro che è un po' storto. Quello è il massimo dell'attività fisica e mentale che ti puoi permettere in quel momento".

sabato 3 maggio 2014

Dronie, l'evoluzione del Selfie

Se selfie ha mandato in soffitta il vecchio concetto dell'autoscatto ed è diventato parola simbolo di un'epoca, tanto da guadagnarsi il titolo di 'parola dell'anno 2013', sappiate che siamo già oltre.

Ora, la moda ha un nuovo nome, ed è dronie, crasi di drone e selfie. Dronie descrive un video di se stessi fatto telecomandando un drone (“a video selfie taken with a drone”, scrive Word Spy, la guida ai neologismi anglosassoni).

La moda in tecnologia è rapida e anche il linguaggio si adegua velocemente. Selfie ha realmente rappresentato (e continua a rappresentare) non solo una mania tra l'egocentrismo e la voglia di esserci, con le foto postate sui social, ma anche un nuovo modo di comunicare a cui non si sono sottratti i vip dello spettacolo e del cinema, fino ai più potenti della Terra (da Obama al Papa).

Da selfie poi sono derivate una sequenza di altri neologismi come belfie (l'autoscatto del lato B del proprio corpo), helfie (foto dei capelli), legsie (foto di una gamba), welfie (autoscatto al lavoro), ussie (un selfie con più persone), drelfie (il selfie mentre si è ubriachi) e lo shelfie o bookshelf (l'autoscatto della propria libreria).

Anche dronie rientra nella categoria delle parole-figlioccie di selfie ma punta a diventare nuovo termine-guida dei tempi. Come spesso capita, vocabolo e moda arrivano direttamente dagli Stati Uniti. Dove la videocamera del cellulare pare stia perdendo il confronto con l'elicotterino con telecamera integrata (un drone, appunto) in grado di riprendere dall'alto qualsiasi cosa, quindi anche se stessi, con un effetto panoramico e suggestivo al cui confronto il selfie è roba da da antiquariato.

L'apripista di questa nuova evoluzione della vanità pare sia Amit Gupta, un ragazzo di San Francisco che ha postato su Vimeo il video di se stesso ripreso da un drone a distanza ravvicinata. Il primo 'dronie' della storia sarebbe proprio il suo, ma l'effetto emulazione è già partito.

domenica 13 aprile 2014

Nomade, basta cambiar parola?

Nomade è una parola discriminatoria? Secondo il sindaco di Roma Marino sì, tanto da averne deciso la sua abolizione negli atti dell'amministrazione comunale. Secondo l'Opera Nomadi no, che semmai punta il dito sul termine 'zingari'. 

Il dibattito è sorto all'indomani della recente circolare di Ignazio Marino che stabilisce come «nelle espressioni della comunicazione istituzionale e nella redazione degli atti amministrativi - in luogo del riferimento al termine 'nomadi' sia più correttamente utilizzato quello di "Rom, Sinti e Caminanti".» 

Per Marino, «uno dei fattori centrali per superare le discriminazioni» è quello culturale. E proprio «la proprietà terminologica» costituisce un «indice e strumento culturale per esprimere lo spessore di conoscenza e consapevolezza degli ambiti su cui si è chiamati ad intervenire». Nel linguaggio comune, avverte il primo cittadino, «le comunità Rom, Sinti e Caminanti vengano impropriamente indicate con il termine di “nomadi”». Un segnale chiaro di una ghettizzazione che inizia dal vocabolario. Per cui, d'ora in poi, gli uffici capitolini dovranno per primi dare il buon esempio e cancellare da ogni documento che esce dal Campidoglio il termine incriminato. 

Esagerazioni linguistiche? oppure legittima seppure «apparentemente semplice attenzione terminologica» che diventa «atto simbolico per il superamento di ogni forma di discriminazione»? La questione è controversa. E investe aspetti di diversa natura, da quello lessicale a quello più prettamente politico. 

Massimo Converso, presidente dell'Opera Nomadi, sostiene che la parola in sé "non è un insulto, loro non vogliono essere chiamati zingari" e "cancellare il nome è stato un errore storico e antropologico". 

Secondo Amnesty International invece "un cambio di linguaggio è necessario" e si ricorda come "per decenni l'uso della parola 'nomadi' ha giustificato politiche volte alla segregazione dei rom in 'campi', basandosi sul presupposto che - essendo i rom 'nomadi' - i campi fossero adatti a loro". In questo modo, spiega l'organizzazione per i diritti umani, sono stati "dissimulati gli intenti ed effetti discriminatori di politiche indirizate a un gruppo etnico, in violazione del diritto internazionale". 

Luca Mastrantonio, giornalista del Corriere della Sera, ha scritto sul suo blog che "Marino, da medico, sa che una corretta diagnosi è fondamentale per intervenire; ma sa anche che la complicazione terminologica, la confusione, la comprensione poco immediata del problema non aiuta la sua risoluzione. Servono, forse, interventi politici concreti più che astratte circolari da Accademia della Crusca". 

Tutte le opinioni, da chi è favorevole a chi solleva dubbi e perplessità, convergono comunque su un punto. Le parole non bastano, servono atti concreti. Interventi che aiutino a superare quella sensazione di 'eterna emergenza' (o almeno così viene avvertita dall'opinione pubblica) con cui la politica approccia alla integrazione e inclusione di queste comunità. 

E' chiaro che il termine 'nomade' in sè non ha alcuna connotazione negativa, basta leggersi cosa scrive in proposito il sito della Treccani: "Di gruppo etnico che pratica il nomadismo (...) Di persona o gruppo che non ha fissa dimora e muta frequentemente residenza, o che si sposta continuamente da un luogo a un altro (anche per motivi inerenti all’attività svolta)". Ma ogni parola perde la sua neutralità nel momento in cui viene usata. E l'attenzione della comunità internazionale rispetto alle parole usate rispetto a questi gruppi di persone è altissima. 

L'Osce ha già invitato il nostro Paese a mettere da parte il termine 'nomade' e l'Europa da tempo ricorre al generico 'rom' per designare comunità come "Sinti, Travellers, Kalé, Gens de voyage, che siano sedentari o meno". 

C'è infine un aspetto di coerenza linguistica. In Italia, secondo le più recenti stime, i cittadini Rom, Sinti e Caminanti sarebbero circa 170mila, a Roma la presenza più importante con circa 8mila persone. Si tratta, però, di una popolazione che, tranne una bassissima percentuale, ormai non può più definirsi nomade. "Non c'è più la caratteristica del nomadismo ma c'è in realtà la stabilità - ha recentemente spiegato Daniela Pompei, Comunità di Sant'Egidio, in audizione nella commissione Diritti Umani del Senato - una stabilità che caratterizza tutte le comunità dei rom a Roma e nel Lazio, non più soggette a grossi spostamenti, tranne forse gli ultimi arrivati". 

Non solo. I numeri dicono che quasi la metà di queste comunità sono cittadini italiani e un'altra porzione importante è rappresentata da cittadini europei, romeni e bulgari in particolare. Materia, dunque, spinosa. E (mi consentirete la licenza per un iperbolico gioco di parole) fonte di ispirazione per 'Spinoza' e il suo dissacrante e 'no politically correct' forum. Che, sulla scelta del sindaco Marino, ha scatenato una affollatissima bacheca di 'massime'. Qualche esempio (ovviamente, tra quelli che è possibile citare)? «Marino abolisce la parola “nomade”: "ok, problema risolto, adesso passiamo alle buche, o come preferisco chiamarle io 'scavi volti a riportare alla luce l'asfalto originario'"». O ancora: «Marino abolisce la parola “nomade”. Adesso si chiamano "diversamente stanziali"». 


(Questo articolo è pubblicato anche sul sito del Quotidiano del Lazio)

venerdì 4 aprile 2014

Non è più il tempo di dire "per sempre"

(di Aldo Cazzullo, da Corriere della Sera/Sette del 4 aprile 2014)
 
Confesso che Totti non mi è mai stato troppo simpatico. Non lui come persona, che anzi è in gamba, autoironico, divertente. Ma il mito di Totti mi è sempre parso più da paesone di provincia che da grande capitale europea. Detto questo, Francesco Totti è stato oggettivamente il più forte calciatore italiano degli ultimi anni. Ora che è arrivato a 700 presenze nella Roma e a un passo dal ritiro, giustamente la sua società lo celebra. Leggo su Repubblica del 28 marzo che il patron James Pallotta annuncia: «Ritireremo la maglia».

Fin qui, tutto normale. Poi, la precisazione: «Non sarà roba di un'ora. Durerà almeno un mese». Ma come: un mese? Forse è stato un errore di traduzione: Pallotta intendeva "non durerà né un'ora né un mese". Forse è un errore e basta. In ogni caso, questa piccola (per i non romanisti) vicenda conferma una tendenza del nostro tempo, che va molto al di là di Totti e del calcio: la difficoltà, se non l'impossibilità, di dire "per sempre", o comunque "sine die", senza stabilire o sottintendere una fine incorporata.

Matrimoni che si sciolgono dopo poche settimane. Contratti di lavoro solo a tempo determinato. Premier che scadono dopo sei mesi (questa in effetti è una vecchia abitudine; anche se non sarà il caso di Renzi). Storie da una notte e via. Amicizie che durano lo spazio di una gita. Aziende di successo che declinano all'improvviso. Telefonini già da buttare. Il mondo ha accelerato. Non è la prima volta che succede: pensate a com'è cambiata la vita dei nostri nonni o bisnonni, nati in un'Italia che andava a cavallo o a piedi e morti con le autostrade e gli aerei. Ma qui non è solo questione di progresso tecnologico. È questa frenesia di consumare tutto, sesso, amore, affetti, idee, fedi, opinioni, orientamenti politici. Non è una tendenza solo italiana, ma da noi si manifesta con particolare virulenza.

L'Italia è un Paese profondamente conservatore, all'apparenza immutabile, bloccato in interminabili bonacce apparenti. Poi il mutamento arriva all'improvviso, e non è vero che tutto cambia perché nulla cambi: tutto entra nel frullatore della frenesia, dell'ansia, della sovversione nichilista, in cui non ci si muove ma ci si agita, non ci sono gesti ma tic, non si prendono decisioni ma si segue la corrente. Fino a quando si comincia a sentire il rombo sinistro della cascata. Allora ci si vorrebbe fermare. Ma è troppo tardi. 
(...)

domenica 23 marzo 2014

OK compie 175 anni ma non li dimostra

Nasce quasi per scherzo ma è diventata in poco tempo la parola più usata in assoluto al mondo. E oggi compie il suo compleanno. Si tratta dell'acronimo 'OK', che tutti usiamo per dire "sì, va bene", la cui nascita viene fatta risalire al 23 marzo 1839. 

Ne parla oggi Il Messaggero che ricorda come le 175 candeline festeggiano un compleanno un po' artificiale perché OK si diceva già prima del 1839. Ma quel giorno, per la prima volta, questa parolina comparve nero su bianco sulle pagine di un giornale. La usò il direttore del "Boston Morning Post", allora un quotidiano molto popolare, che in tal modo la sdoganò ufficialmente. Non a caso, quello stesso anno OK finì sulle pagine di altri giornali statunitensi sancendo il suo uso ormai comune e diffuso soprattutto nella costa est degli Usa.

Poi, l'anno dopo, vennero le elezioni presidenziali e il presidente Martin Van Buren, in corsa per la rielezione, nato e cresciuto nella cittadina di Kinderhook, venne soprannominato "Old Kinderhook". Ma i suoi simpatizzanti usarono le iniziali (O e K) per creare lo slogan elettorale «OK Van Buren!» fondando anche gli "OK club" che lo sostenevano. Van Buren ín realtà non ce la fece ma la parola OK aveva avuto ormai acquisito una popolarità in tutti gli Stati americani, sebbene non venisse considerata molto elegante. Fu necessario attendere che la usasse il presidente Woodrow Wilson nel 1918 perchè ricevesse anche una nobilitazione.

Sull'origine del termine, Il Messaggero racconta le diverse opinioni nel tempo di esperti e studiosi. A spuntarla, fu la tesi del professor Allen Walker Read, lessicografo, professore alla Columbia University e presidente della società americana di semiotica, che nel 1941 spiegò come OK venne creata per scherzo. Nell'Ottocento, fra i giovani eruditi e alla moda di Boston si era affermata l'abitudine di creare acronimi volutamente errati. O.K. voleva significare All Correct : cioé «tutto giusto», ma ovviamente tutto giusto non era, visto che nelle due parole 'all correct' non compaiono le iniziali O e K. Non fu certo l'unico acronimo inventato con questo spirito e quel 'gioco' di allora si potrebbe oggi accostare, seppur con altro intento, alla moda degli acronimi inventati su web e negli sms. Un esempio? 'lol' che sta per «laughing out loud», in pratica 'gran risata'.

Non sappiamo se 'lol' o qualche altro acronimo della 'scrittura in rete' seguirà lo stesso destino di OK, ma quel che è certo è che OK oggi è realmente l'unico termine globalizzato, capace di essere usato da tutti i popoli del mondo per dire la stessa cosa. Anzi, proprio il web ha contribuito, conclude Il Messaggero, ad una sua seconda giovinezza perchè nell'era della brevità e della velocità, dei cellulari, di twitter e degli smartphone, la concisione e l'immediatezza di questa parolina vecchia 175 anni è ancora assai preziosa.

giovedì 13 marzo 2014

#laSvoltabuona, Renzi in formato shock e spot

Sembrano già preistoria: il Salva Italia, il Decreto del Fare. La politica 'rottamata' lascia al passato l'austerità e la severità di Monti, le lacrime di Fornero, la serietà giovanilistica di Letta. E già il nome alle cose segna il distacco. La svolta buona, lanciato anche come hastag di Twitter #laSvoltabuona, dà forma al cambiamento e lo dipinge come positivo. Rispetto al recente passato una rivoluzione, anche questa una parola pronunciata più volte da Renzi in questi giorni per annunciare le misure del Governo.

Daniele Bellasio, social editor del Sole 24 Ore, percepisce subito la novità e twitta: "Intanto c'è #laSvoltabuona (e notevole) nella comunicazione: titoli, numeri, twitter anche istituzionali, colori, telecomando in mano #Renzi".

La comunicazione è sostanza? No, o quantomeno non sempre. Ed è per questo che, il giorno dopo la prima vera conferenza stampa da Presidente del Consiglio di Matteo Renzi, il popolo degli editorialisti, analisti, critici (Matteo li chiamerebbe 'gufi'?) si divide.

Massimo Giannini (Repubblica) avverte: "Il messaggio del premier oscilla tra lo shock e lo spot". Shock e spot. Federica Cantore, su Europa, conferma l'impressione: "#Lasvoltabuona è stata uno shock". E spiega: "Il tono, il segno dell’hashtag con le dita citando il linguaggio pop di Gazebo, ma soprattutto, dopo il foglio excel, le slide. Non che Matteo Renzi abbia scoperto Powerpoint (o Keynote?), già il governo Monti e soprattutto quello Letta avevano utilizzato il sito di palazzo Chigi per diffondere i materiali sul lavoro del governo, ma lo split screen come Obama non l'avevamo ancora mai visto".

E già. La rivoluzione passa anche per questi dettagli. Silvio Berlusconi aveva voluto per la sala stampa del Governo 'La verità svelata' del Tiepolo, con Monti e Letta si era tornati a un più neutro sfondo azzurro, Renzi invece va oltre e sceglie la tecnologia, traendo ispirazione da Barack Obama. Come il Presidente Usa nell'ultimo discorso sullo Stato dell'Unione, Renzi usa lo 'split screen', un  effetto per cui in tv appare lo schermo diviso a metà: da un lato il presidente, dall'altro le slides sulle misure che sta illustrando.

E schiacciando il telecomando, Renzi fa scorrere le immagini che impreziosiscono le misure del governo. Un pesciolino rosso? "E' un tema fondamentale", scherza lui assecondando i risolini in sala. Il Katana? E' la spada giapponese dei samurai, l'abbiamo vista in Kill Bill di Quentin Tarantino, ricorda oggi Mario Ajello (Messaggero). E se il samurai nel medioevo giapponese era l'avversario del cavaliere europeo, non c'è da stare allegri al prossimo vertice di Bruxelles.

Renzi parla e gioca con le parole e le cifre, usa un linguaggio diretto, fa dell'ironia una chiave per far passare il messaggio. Ma a chi? Ai giornalisti? No, ai cittadini, alle italiane e agli italiani che assistono da casa. A loro si rivolge il Matteo Presidente. "Cara maestra, caro maestro", e poi, "Cari imprenditori", "cari amici italiani".

La zampata dell'imbonitore è apparsa maestosa, riconosce Filippo Ceccarelli (Repubblica), "tanto che se lo è detto da solo, due volte". La prima, quando annuncia l'asta on-line di cento auto blu ("Vendesi auto quasi nuova, colore blu", si legge sulla slide), e si improvvisa banditore: "Venghino, signori, venghino". E poi, ricorda Ceccarelli, "quando ha specificato che il suo argomentare sembrava una 'offerta commerciale'".

Imbonitore, piazzista, televenditore: sui social si è letto di tutto. E l'accostamento a Berlusconi è apparso del tutto naturale. "Ecco il nuovo contratto con gli italiani", titola oggi il suo editoriale sul Sole 24 Ore Stefano Folli. Ma la scrivania di Bruno Vespa dove il Cavaliere firmò - carta e penna - il suo contratto, è ormai roba da antiquariato. Certo, "da Berlusconi - spiega Ceccarelli - Renzi ha mutuato il linguaggio assai comprensibile e la prodigiosa empatia. Ma in versione così evoluta da non aver più bisogno di Vespa e dei suoi sussidi visivi". 


Insomma, l'odiosa crasi giornalistica 'Renzusconi' è terreno per lo più dei detrattori. Magari, proprio quei 'gufi' che s'annidano anche dentro il suo partito. Che mal tollerano, l'iperbolica congiunzione che ben coglie Massimo Gramellini (La Stampa): "Parla direttamente agli elettori. E con un linguaggio smaccatamente di destra diceva cose abbastanza di sinistra. Anzi, le cose più di sinistra che abbia mai detto in Italia un premier di sinistra: più soldi in busta paga ai poveri, più tasse sulle rendite finanziarie".

Shock e spot. Lo shock c'è stato, lo spot pure: da #laSvoltabuona, tutti ora attendono di twittare che sia veramente #laVoltabuona che le cose si facciano!

venerdì 28 febbraio 2014

Salva-Roma? Quel decreto chiamiamolo in altro modo

Il termine Salva-Roma è davvero sbagliato, tuona il Sindaco Marino. Ne fa una questione di contenuto il primo cittadino della capitale, ma siamo certi che anche l'assonanza dei due termini così accostati risulti al Campidoglio estremamente sgradevole.

Eppure, fino a che (come spesso capita) la politica non c'ha messo il becco, il 'salva' oltre alla solennità dell'inno britannico (God save the Queen), veniva facilmente associato (come sua natura) ad effetti benefici per la vita di donne e uomini. 


E' il caso dei 'salvavita', i medicinali indispensabili per determinati stati di emergenza. Ma 'salvavita' è anche il termine più familiare per l'interruttore differenziale negli impianti elettrici delle nostre abitazioni.

Poi c'hanno pensato il legislatore e una certa abitudine dei giornali a semplificare, ed ecco che il panorama cambia profondamente. Difficile ad esempio non associare il varo del decreto 'Salva Italia' firmato da Mario Monti, nel dicembre 2011, alle lacrime del Ministro Fornero per i sacrifici chiesti agli italiani. E il solo pronunciare l'espressione 'salva-banche' genera in tanti un fastidioso mal di pancia.

Ma la lista è ricca di altri eccellenti esempi: Salva Finivest, Salva Ruby, Salva Previti, Salva Lega ... definizioni che certo non si traducono in sentimento di simpatia per la politica. 


Ecco perchè il Sindaco di Roma, al solo veder associato il termine 'salva' alla città per un provvedimento così delicato e controverso, non ha potuto trattenere la rabbia. "Io direi che il decreto non si deve chiamare 'Salva Roma' ma 'Onora Roma'", ha dichiarato, scagliandosi così contro un nome ritenuto "bugiardo". Lo rivendica perchè, sostiene, sono soldi versati dai romani da restituire ai cittadini della capitale. Ma, sotto sotto, crediamo ne faccia anche una questione di parole: il 'salva' in politica è ormai termine sgradevole, meglio evitarlo. Ma è sufficiente un maquillage linguistico per restituire l'onore perduto alla 'città più bella del mondo'?

venerdì 21 febbraio 2014

Da 'rottamazione' a 'staffetta'

Tutto da scoprire il renzese, mi confidava un amico qualche tempo fa. E già, perchè se rottamazione doveva essere la parola-chiave per una svolta nella politica italiana, anche di linguaggio, gli eventi degli ultimi giorni ci riportano alle antiche pratiche ed espressioni della 'vecchia politica'.

Staffetta, ad esempio. Un rito antico, ha scritto Filippo Ceccarelli su Repubblica. E pericoloso. Andreotti consigliava di lasciar fuori questa parola dal confronto politico perchè 'non carica di troppa fortuna'. Lui che di staffette sì che se ne intendeva. Ma effettivamente, ogni qual volta la staffetta è stata evocata, ne son venuti fuori più danni che vantaggi.

Come nel 1983, quando nelle segrete stanze di un convento di suore a Roma, sull’Appia Antica, si consumò il 'patto della staffetta' tra Bettino Craxi, allora segretario del Partito socialista italiano, e Ciriaco De Mita, segretario della Dc. De Mita offriva a Craxi la presidenza del Consiglio, contando di salire a Palazzo Chigi più avanti: una staffetta, appunto. Ma tre anni dopo, Craxi torna sui propri passi e tradisce il presunto patto. A caro prezzo: voto di sfiducia e nuove elezioni. Craxi se la legherà al dito e riuscirà a sgambettare, a sua volta, De Mita ordendo un patto con Forlani e Andreotti. Insomma, cose da Prima Repubblica. Ma di staffette al veleno in Italia se ne sono consumate diverse.

Strano destino per un termine che in ambito sportivo ha ben altro valore. La staffetta, il passaggio del testimone: come dire, insieme uniti per vincere. In politica, invece, staffetta può far rima con sgambetto, diventa metafora della coltellata alla schiena. E rievoca riti antichi, appunto. Da Prima Repubblica. Un paradosso per un leader che ha imposto uno stile nuovo al limite del bullismo: 'rottamazione', 'li asfaltiamo', 'lo rivolto come un calzino'.

Eppure, in queste ultime settimane, Renzi sembra aver perso il piglio del 'renzese' ed esser stato risucchiato dal vortice del 'politichese': 'staffetta' e ancora prima 'rimpasto', ora si parla di 'programmi'.

Contraddizioni, parole boomerang. Gianluigi Paragone su Libero ricorda come "la parola di un leader è struttura politica ed è il link con l'elettorato. Se comincia a dire una cosa e concretizzare l'opposto, come potrà essere preso sul serio quando parlerà di tasse, lavoro e ripresa?"



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venerdì 14 febbraio 2014

Dal curling allo slopestyle. Le 'strane' Olimpiadi

Half Pipe, Slopestyle, Skeleton, Freestyle ... scorrendo il calendario delle Olimpiadi invernali tra una gara di sci e un match di hockey ecco comparire discipline sportive dal nome impronunciabile o incomprensibile. 

Confessiamolo, un certo disorientamento l'abbiamo avuto anche quando la prima volta abbiamo sentito parlare di curling. Vedendo poi qualche gara, abbiamo capito che in fondo è una versione 'al freddo' delle tradizionali bocce, che però qui si chiamano 'stone' e viaggiano su una lastra di ghiaccio.

Sulle altre competizioni, per i più è però buio pesto. Altro che slalom gigante, pattinaggio o bob. Antonio Dipollina, nella rubrica 'Schermaglie' (Repubblica, 10 febbraio 2014) ha scritto: "basta girare i canali e si scoprono cose sempre nuove e bizzarrissime come Skeleton, Slopestyle e Half Pie e prima o poi sbucherà il Karaoke su slittino". Come a dire, non c'è mai limite alla fantasia umana.

E' pur vero che la storia delle Olimpiadi è ricca di non pochi casi di strane discipline sportive, o presunte tali, a tal punto che c'è chi ha persino redatto un decalogo. Ad esempio: nel 1900, edizione di Parigi, le cronache raccontano della gara del Tiro al piccione vivo. Una così cruenta competizione che di fronte allo spargimento di sangue e piume dei circa 300 piccioni immolati alla causa sportiva, il comitato olimpico pensò bene di non riproporla mai più nel calendario degli anni a seguire. E nel 1936, a proposito di termini incomprensibili, venne proposto il Kabbaddi, una sorta di wrestling a squadre sembra molto popolare in Asia.

E allora, di fronte alla gara dal nome arcigno, c'è un'unica soluzione: accendere la tv e godersi lo spettacolo!

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venerdì 17 gennaio 2014

Magnate, un sostantivo quasi-verbo

L'ingresso della figura del magnate nel calcio ha rivoluzionato il panorama continentale, spostando gli equilibri economici, ma ovviamente anche competitivi, dei grandi club. In Italia, però, si fa fatica a capire se il termine può essere inteso come un sostantivo o, semmai, un più ruspante verbo.

Usmanov, Ahmetov, Al Mansour. Molto spesso vengono da paesi lontani, se non esotici, con scarsa tradizione calcistica, ma hanno grandi risorse finanziarie e capacità organizzative. Ecco perchè sono diventati, o potrebbero rapidamente diventare i padroni del pallone.

L'apripista fu Roman Abramovich che proprio nel 2013 ha spento la sua decima candelina di guida del Chelsea. In dieci anni ha vinto una Champions League, una Europa League, tre Premier League, 4 FA Cup e 2 League Cup; un discreto bottino per il club londinese che non vinceva il titolo nazionale dal 1955 e non contava certo su un particolare pedigree europeo. Per ottenere questi risultati, Abramovov ha aperto il portafoglio pesantemente: 683,75 milioni di sterline spesi.

Dopo Abramovich, il diluvio. Imprenditori, finanzieri, sceicchi, re dell'acciaio o del gas, petrodollari e rubli ... per ricchi (o arricchiti) del pianeta, il calcio, soprattutto europeo, è diventato vetrina straordinaria e giocattolo (carissimo) per investire denaro e acquisire potere. 

I 'fat cats' (i ricconi) o i magnati overseas (oltremare, straniero) come li definiscono in Inghilterra hanno innaffiatto e (per certi versi) adulterato la Premier League. E poi, pian piano, hanno esteso anche ad altri paesi le loro mire. Sta accadendo qualcosa di simile in Francia, dove il mega-imprenditore russo Dmitri Rybolovlev (Monaco) e il magnate Nasser Al-Khelaifi (PSG) hanno sbancato investendo solo la scorsa estate 146 milioni di euro (il primo) e 110 milioni (il secondo), collocandosi al primo e terzo posto dei più spendaccioni in Europa nella sessione di mercato del 2013.

E in Italia? L'abbinamento di 'magnate' al calcio ha più provocato ilarità che risultati. Dal presunto sceicco giordano al Qaddumi, per la Roma, al finanziere texano Tim Barton (una quasi ononimia con il regista Tim Burton), per il Bari, sono molti gli esempi di 'bufale' che hanno messo a dura prova le coronarie dei tifosi dei club italiani.

E anche quando un vero magnate è arrivato, l'imprenditore indonesiano Erick Thohir, c'è chi ha sollevato qualche dubbio. Così, gli interisti che si attendevano subito 'effetti speciali' hanno dovuto frenare i loro entusiasmi di fronte alle lapidarie parole del neo-presidente: "Abbiamo bisogno di vendere per creare le adeguate condizioni economiche per comprare". 

Ecco perchè comincia a trapelare la sensazione che in Italia alla parola magnate corrisponda ben poco il senso di - come scrive la Treccani - persona "ragguardevole per autorità e potenza". Così, c'è chi ormai ritiene che il 'magnate' da noi più che un sostantivo, sia piuttosto da intendere come voce verbale del più romanesco e pittoresco 'magnare'!

 

martedì 7 gennaio 2014

Il 2013 in due parole, selfie e crisi. In attesa della rinascita

In inglese è selfie e si guarda alle nuove frontiere, in Italia domina crisi dopo gli anni dello spread e il retrogusto è sempre amaro. Le parole dell'anno in fondo sono anche una rappresentazione delle nostre società. 

Con il 2013 ormai alle spalle, è possibile tracciare un bilancio attraverso proprio le parole. Per la lingua inglese, il prestigioso Oxford English Dictionary ha individuato in selfie il neologismo dell'anno. Secondo i lessicografi d'oltremanica, selfie, l'autoscatto fatto usando uno smartphone o una webcam e poi pubblicato sul web, non ha avuto praticamente concorrenti. 

La frequenza di questa parola nella lingua anglosassone è cresciuta del 17.000% rispetto al 2012. Statistiche, è vero. Ma il fotografarsi da soli e poi condividere lo scatto sui social è realmente la moda degli ultimi mesi. Dal presidente Obama all'astronauta Mike Hopkins, i fedeli con Papa Bergoglio e poi i vip del mondo dello spettacolo: tutti pazzi per il selfie, una abbreviazione 2.0 di 'self-portait' che con l'evoluzione delle tecnologie digitali e il boom di piattaforme come Instagram, Snapchat per non parlare di Facebook e Twitter, è finito col diventare una vera e propria forma di comunicazione. 

Per le star è un modo "per dare agli altri un senso di chi siamo, un modo per dire 'Salve, questo sono io'", ha scritto sul New York Times l'attore-regista James Franco. Anche nel chiacchiericcio politico nostrano, il termine ormai trova spazio. Matteo Renzi chiede che le riforme vengano fatte con tutti i partiti perchè "le regole si scrivono insieme, la riforma selfie non esiste". 

In Italia, invece, in assenza di una prestigiosa istituzione che certifichi le novità lessicali dell'anno, sono soprattutto i quotidiani online a proporre una tendenza coinvolgendo i propri lettori. Dal sondaggio del sito repubblica.it è emersa crisi come parola più rappresentativa del 2013. Nulla di nuovo, insomma. Da cinque anni a questa parte, da quando cioè siamo entrati nella fase recessiva più drammatica dal secondo dopoguerra, le parole-simbolo hanno sempre fotografato il momento storico che stiamo vivendo e interpretato gli umori e la condizione sociale degli italiani. Ed è stato un continuo rincorrersi tra termini come spread, decadenza e crisi. 

"La crisi, da epidemica, punta a diventare endemica - spiega su repubblica.it il linguista Massimo Arcangeli - continua a rubare il futuro alla speranza, alla fiducia, alla ripresa; a tenerle sotto scacco; a renderle quasi impronunciabili". 

Conferma anche Valeria Della Valle, docente di lingua italiana all'Università di Roma La Sapienza, che intervistata al Salvalingua del 31 dicembre scorso esprime un auspicio per il 2014: "Un mio desiderio? Veder retrocedere la parola 'crisi' e vederla sostituita dalla parola 'rinascita' che può essere interpretata in tanti modi. Può essere una rinascita politica, sociale, economica ma anche religiosa. Si può rinascere in tanti modi e speriamo che tante parti del mondo possano rinascere e da tanti punti di vista, non solo quello economico". 

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