venerdì 17 gennaio 2014

Magnate, un sostantivo quasi-verbo

L'ingresso della figura del magnate nel calcio ha rivoluzionato il panorama continentale, spostando gli equilibri economici, ma ovviamente anche competitivi, dei grandi club. In Italia, però, si fa fatica a capire se il termine può essere inteso come un sostantivo o, semmai, un più ruspante verbo.

Usmanov, Ahmetov, Al Mansour. Molto spesso vengono da paesi lontani, se non esotici, con scarsa tradizione calcistica, ma hanno grandi risorse finanziarie e capacità organizzative. Ecco perchè sono diventati, o potrebbero rapidamente diventare i padroni del pallone.

L'apripista fu Roman Abramovich che proprio nel 2013 ha spento la sua decima candelina di guida del Chelsea. In dieci anni ha vinto una Champions League, una Europa League, tre Premier League, 4 FA Cup e 2 League Cup; un discreto bottino per il club londinese che non vinceva il titolo nazionale dal 1955 e non contava certo su un particolare pedigree europeo. Per ottenere questi risultati, Abramovov ha aperto il portafoglio pesantemente: 683,75 milioni di sterline spesi.

Dopo Abramovich, il diluvio. Imprenditori, finanzieri, sceicchi, re dell'acciaio o del gas, petrodollari e rubli ... per ricchi (o arricchiti) del pianeta, il calcio, soprattutto europeo, è diventato vetrina straordinaria e giocattolo (carissimo) per investire denaro e acquisire potere. 

I 'fat cats' (i ricconi) o i magnati overseas (oltremare, straniero) come li definiscono in Inghilterra hanno innaffiatto e (per certi versi) adulterato la Premier League. E poi, pian piano, hanno esteso anche ad altri paesi le loro mire. Sta accadendo qualcosa di simile in Francia, dove il mega-imprenditore russo Dmitri Rybolovlev (Monaco) e il magnate Nasser Al-Khelaifi (PSG) hanno sbancato investendo solo la scorsa estate 146 milioni di euro (il primo) e 110 milioni (il secondo), collocandosi al primo e terzo posto dei più spendaccioni in Europa nella sessione di mercato del 2013.

E in Italia? L'abbinamento di 'magnate' al calcio ha più provocato ilarità che risultati. Dal presunto sceicco giordano al Qaddumi, per la Roma, al finanziere texano Tim Barton (una quasi ononimia con il regista Tim Burton), per il Bari, sono molti gli esempi di 'bufale' che hanno messo a dura prova le coronarie dei tifosi dei club italiani.

E anche quando un vero magnate è arrivato, l'imprenditore indonesiano Erick Thohir, c'è chi ha sollevato qualche dubbio. Così, gli interisti che si attendevano subito 'effetti speciali' hanno dovuto frenare i loro entusiasmi di fronte alle lapidarie parole del neo-presidente: "Abbiamo bisogno di vendere per creare le adeguate condizioni economiche per comprare". 

Ecco perchè comincia a trapelare la sensazione che in Italia alla parola magnate corrisponda ben poco il senso di - come scrive la Treccani - persona "ragguardevole per autorità e potenza". Così, c'è chi ormai ritiene che il 'magnate' da noi più che un sostantivo, sia piuttosto da intendere come voce verbale del più romanesco e pittoresco 'magnare'!

 

martedì 7 gennaio 2014

Il 2013 in due parole, selfie e crisi. In attesa della rinascita

In inglese è selfie e si guarda alle nuove frontiere, in Italia domina crisi dopo gli anni dello spread e il retrogusto è sempre amaro. Le parole dell'anno in fondo sono anche una rappresentazione delle nostre società. 

Con il 2013 ormai alle spalle, è possibile tracciare un bilancio attraverso proprio le parole. Per la lingua inglese, il prestigioso Oxford English Dictionary ha individuato in selfie il neologismo dell'anno. Secondo i lessicografi d'oltremanica, selfie, l'autoscatto fatto usando uno smartphone o una webcam e poi pubblicato sul web, non ha avuto praticamente concorrenti. 

La frequenza di questa parola nella lingua anglosassone è cresciuta del 17.000% rispetto al 2012. Statistiche, è vero. Ma il fotografarsi da soli e poi condividere lo scatto sui social è realmente la moda degli ultimi mesi. Dal presidente Obama all'astronauta Mike Hopkins, i fedeli con Papa Bergoglio e poi i vip del mondo dello spettacolo: tutti pazzi per il selfie, una abbreviazione 2.0 di 'self-portait' che con l'evoluzione delle tecnologie digitali e il boom di piattaforme come Instagram, Snapchat per non parlare di Facebook e Twitter, è finito col diventare una vera e propria forma di comunicazione. 

Per le star è un modo "per dare agli altri un senso di chi siamo, un modo per dire 'Salve, questo sono io'", ha scritto sul New York Times l'attore-regista James Franco. Anche nel chiacchiericcio politico nostrano, il termine ormai trova spazio. Matteo Renzi chiede che le riforme vengano fatte con tutti i partiti perchè "le regole si scrivono insieme, la riforma selfie non esiste". 

In Italia, invece, in assenza di una prestigiosa istituzione che certifichi le novità lessicali dell'anno, sono soprattutto i quotidiani online a proporre una tendenza coinvolgendo i propri lettori. Dal sondaggio del sito repubblica.it è emersa crisi come parola più rappresentativa del 2013. Nulla di nuovo, insomma. Da cinque anni a questa parte, da quando cioè siamo entrati nella fase recessiva più drammatica dal secondo dopoguerra, le parole-simbolo hanno sempre fotografato il momento storico che stiamo vivendo e interpretato gli umori e la condizione sociale degli italiani. Ed è stato un continuo rincorrersi tra termini come spread, decadenza e crisi. 

"La crisi, da epidemica, punta a diventare endemica - spiega su repubblica.it il linguista Massimo Arcangeli - continua a rubare il futuro alla speranza, alla fiducia, alla ripresa; a tenerle sotto scacco; a renderle quasi impronunciabili". 

Conferma anche Valeria Della Valle, docente di lingua italiana all'Università di Roma La Sapienza, che intervistata al Salvalingua del 31 dicembre scorso esprime un auspicio per il 2014: "Un mio desiderio? Veder retrocedere la parola 'crisi' e vederla sostituita dalla parola 'rinascita' che può essere interpretata in tanti modi. Può essere una rinascita politica, sociale, economica ma anche religiosa. Si può rinascere in tanti modi e speriamo che tante parti del mondo possano rinascere e da tanti punti di vista, non solo quello economico". 

Questo articolo è stato pubblicato anche su radioradio.it