martedì 24 giugno 2014

Immunità, basta una consonante perché diventi impunità

La riforma del Senato l'ha riportata alla luce, è la parola-icona del conflittuale rapporto tra politica e magistratura, tra giustizialisti e garantisti, simbolo del distacco tra politici e cittadini. Immunità, nel sentimento comune fa rima con impunità e a separare le due parole non è solo un cambio di consonante degno di un gioco enigmistico.

Immunità è una parola che scotta, gli stessi politici ne prendono le distanze ogni volta che vengono interpellati quasi che fosse un corpo estraneo, un virus pericolosamente contagioso. Strana parabola per un termine che in origine rifletteva una funzione ben diversa e nobile, rappresentando un principio di garanzia a difesa della democrazia e della libertà.

Quando i padri della Costituzione la introdussero, si era all'indomani del fascismo e l'immunità (sancita all'art. 68 della nostra Carta) intendeva stabilire un preciso confine tra attività politica e attività dei giudici, sancendo il principio per cui ogni misura di restrizione della libertà personale di un parlamentare (l'arresto, ma anche la perquisizione dell'ufficio o del suo domicilio, fino all'intercettazione delle sue telefonate) dovesse trovare un limite nell'autorizzazione del Parlamento. A quel tempo, il timore che l'agibilità politica di un parlamentare, le sue idee, le sue azioni, potesse incontrare una ritorsione o repressione da parte di una magistratura di opposto pensiero era assai concreto.

Ma nel corso degli anni, da Tangentopoli in poi, il concetto di immunità ha subìto una profonda trasformazione finendo col diventare nel lessico ma anche nel dibattito espressione di un fenomeno ben diverso da quello che ne aveva determinato la sua origine.

Il dilagare del malaffare, delle tangenti, di commesse e appalti inquinati, della corruzione ha fatto dell'immunità da strumento a tutela del principio di libertà e di autonomia della politica, a espediente per farla franca da vicende giudiziarie, a indebita protezione per politici disonesti.

Ecco allora che l'immunità ha assunto il carattere di privilegio e ogni sua rievocazione produce l'ormai scontato effetto di far salire l'indignazione pubblica, la rabbia dell'antipolitica.

Non sapremo come finirà l'ennesima puntata della storia di questa tormentata parola. Ma è ormai fuor di dubbio che l'onda emotiva di segno negativo che si trascina dietro difficilmente linguisti, costituzionalisti, politici o persino affabulatori riusciranno a contrastarla. Almeno finché scandali e vicende giudiziarie (come i recenti casi di Expò e Mose) continueranno a dare della politica una tale immagine. E a remar contro non c'è solo la storia recente della politica italiana, ma persino le beffarde casualità dell'enigmistica: un cambio di consonante e come per magia immunità diventa impunità.


Articolo pubblicato anche su Il Quotidiano del Lazio