martedì 12 agosto 2014

Vu cumprà dopo 'Optì Pobà' , il razzismo a parole delle nostre istituzioni


Forse ha ragione chi su Twitter ha scritto: "Vu cumprà? Non si sentiva dai tempi di Jerry Calà". Un semplice tweet che fissa nel tempo, alla fine degli anni Ottanta (GRADIT 1986), l'affermazione di questo epiteto spregiativo usato per indicare i venditori ambulanti, specialmente se nordafricani o di colore, che gioca sulla pronuncia distorta, per la loro scarsa padronanza dell'italiano, della frase 'Vuoi comprare?'.

Ha sorpreso tutti, quindi, che il Ministro dell'Interno, Angelino Alfano, abbia riesumato tale espressione per illustrare la campagna 'Spiaggie sicure' per la prevenzione e il contrasto dell'abusivismo commerciale e della contraffazione. "I turisti, i nostri cittadini - ha detto Alfano, così come riportato sul sito del Ministero - potranno tranquillamente trascorrere le loro giornate in spiaggia, senza la processione dei 'vu' cumprà', prevalentemente extracomunitari, dediti al commercio abusivo di prodotti di provenienza illegale". 


Ha sorpreso sia per i tempi che per i modi. La coincidenza, poi, con il più fresco neologismo, 'Optì Pobà' del neo presidente della Figc, Carlo Tavecchio, ha spinto molti commentatori a tracciare un 'fil-rouge' di decadimento delle istituzioni a colpi di 'razzismo democratico'. Un razzismo a parole "ma non per questo meno nocivo, meno condannabile, meno degradante", affermava tempo fa Federico Faloppa, docente di linguistica italiana nelle università inglesi, e autore di un saggio sul tema.

Si tratta di uno "scadimento del tono pubblico", scrive Luigi La Spina sulla Stampa, che punta ad "allinearsi a quella imperante volgarità che si ritiene fonte di complici consensi" ma che "sta diventando troppo generalizzato per considerarlo accettabile". Quello di Alfano, scrive Francesco Merlo su Repubblica, è un "razzismo ruspante" che si cela dietro la lotta alla contraffazione: "l'espressione vu cumprà lo svela. Non perchè è politicamente scorretta ma perchè al contrario è pavida; non per ciò che esprime ma per ciò che nasconde".

E proprio contro i talebani del linguaggio politically correct si scaglia, in controtendenza, Corrado Giustiniani che dal suo blog su Espresso.it lancia la provocazione delle "traiettorie semantiche" di certi termini che "mutano dal positivo al negativo con il passare del tempo". O viceversa. Zingaro, badante, extracomunitario, tanto per citarne alcuni. E vu cumprà: che agli albori identificava "una presenza curiosa e ben vista sulle spiagge della metà degli anni '70" tanto che "quel termine traduceva sinteticamente, e in dialetto napoletano, questa simpatia". Ora però che sono "tanti, insistenti e indesiderati" chi "continua a chiamarli come prima viene automaticamente iscritto al club degli intolleranti".

Come direbbe Enrico Pugliese, sociologo e accademico italiano, "non esistono parole sbagliate, esiste un uso sbagliato delle parole". Ma è indubbio che ci sono termini ed espressioni che, per dirla con l'ex Ministro dell'Integrazione Cécile Kyenge, "nel senso comune sembrano acqua da bere ma racchiudono tutte le accezioni negative verso una fascia di persone deboli". 


Anche Fabrizio Cicchitto, Presidente della Commissione Esteri della Camera, se la prende con la "ossessione del politicamente non corretto" a causa della quale "finiremo con il parlare in perfetto burocratese", e avverte su quel "razzismo alla rovescia" che alimenta "l'islamismo radicale fino al terrorismo (...) fondato sulla discriminante religiosa".

Ma, precisa su Facebook la Presidente della Camera Laura Boldrini, "le parole non sono mai neutre" e "in politica come nell'informazione la forma è sostanza". Quindi, "usare un termine anziché un altro non è un dettaglio". E il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, intervistato a 'Millennium' (Rai Tre) liquida così il ricorso di Alfano al termine incriminato: "Io non l'avrei utilizzato".

domenica 10 agosto 2014

Il "branco" nel calcio, metafora da evitare?

Il bestiario miete altre vittime. Se lo squalo (Nibali) ci aveva fatto sorridere e il canguro (del Senato) sollevato molte perplessità, ora entrano in scena i lupi. O meglio, un branco.

Tutto nasce dalla campagna abbonamenti della A.S. Roma che dallo scorso anno ha assunto una forza d'immagine e iconografica ben più aggressiva e d'impatto. Un lupo affamato e lo slogan "Hungry for Glory",  nella versione inglese. Quella italiana si arricchisce di una comunicazione ancor più esplicita: "La Caccia Continua. Unisciti al Branco".

Quest'anno alla luce dei drammatici fatti avvenuti in occasione della finale di Coppa Italia, con gli scontri fuori lo stadio Olimpico di Roma e la morte di Ciro Esposito, l'uso delle parole (caccia, branco) a molti è sembrato inappropriato.

Ai napoletani in primo luogo. Lo spiega bene Vittorio Zambardino, su Napolista.it: "Non c'è bisogno di Freud per capire che si sta evocando l'agguato, lo sbranamento del nemico. C'è un piccolo problema di due parole: Ciro Esposito... il pozzo del 'branco' pubblicitario è lo stesso del branco di strada. Sono le emozioni, che rispondono alla miccia delle immagini e delle parole. Perché la comunicazione è come la pioggia, cade sui giusti e sugli iniqui. E piovono parole sugli psicolabili e sui delinquenti. E a quelli la differenza fra il branco che tifa, canta e incoraggia i suoi e il branco che fa l'agguato e uccide, sfugge, e magari vuole proprio sfuggire".

Qualche giorno fa ha rincarato la dose Luca Giansanti, consigliere della Lista Civica Marino, che su Facebook aveva scritto: "E' opportuno che l'azienda pubblica di trasporto di Roma ospiti sui suoi mezzi la pubblicità della campagna abbonamenti della AS Roma che nello slogan incita alla caccia e al branco? Siamo sicuri che il messaggio sia educativo e appropriato?".

Il sindaco Marino, interpellato da una tifosa, ha spiegato: "La campagna pubblicitaria è stata criticata perché c’era un riferimento al branco che poteva far pensare ad episodi di violenza. Molti di noi hanno ritenuto che forse non era il vocabolo più adatto. Non credo ci fosse nulla contro la Roma o la Lupa".

Il batti-e-ribatti politico (in campo da Athos De Luca, storico ambientalista, all'ex sindaco Gianni Alemanno) ha finito col degenerare tra chi imputa a Giansanti l'intento di accattivarsi le simpatie laziali (generando un pericoloso duello tra lupo e aquila) e chi rimprovera a maggioranza e 'primo cittadino' di perder tempo piuttosto che occuparsi dei problemi della città e dello stato di salute dell'Atac, a cui semmai, l'incasso della pubblicità della Roma non può che far bene.

Questione banale? Non proprio, perché la metafora del linguaggio è argomento delicato soprattutto in un mondo come quello del calcio animato e alimentato da passioni ed emozioni che spesso sono inquinate da crimine e violenza.

Evocando i lupi e paragonando il campionato a una caccia, la società giallorossa ha sì realizzato una campagna di comunicazione e marketing di grande efficacia ma il cui confine con l'opportunità se non con l'etica apre, e aprirà, infinite discussioni.

Non c'è dubbio, il termine branco traslato dal mondo animale, ha una accezione negativa. Basta leggere la Treccani: "Anche, gruppo di persone, per lo più in tono spregiativo (un branco di ragazzacci; sono un branco di ladri). Con uso più recente, e connotazione fortemente spregiativa, per indicare un gruppo di giovani che compie violenze sessuali e atti delinquenziali: la complicità del branco; uno stupro commesso dal branco".


E, d'altro canto, il nuovo decreto sulla sicurezza degli stadi introduce per la prima volta il cosidetto 'Daspo di branco', ovvero - come ha spiega il Ministro dell'Interno, Alfano - la possibilità di applicare "un Daspo aggravato, non solo per il singolo ma anche per quelli che agiscono in branco". 

Esagerazioni? Forse, in fondo è 'solo' una campagna pubblicitaria. E d'altro canto, il calcio è ricco di un lessico che esperti linguisti arrivano a definire in taluni casi bellico: tiro esplosivo, andare o tornare alla carica, assediare l'area, stringere d'assedio gli avversari, sfondare sulla fascia. Formiche.net propone provocatoriamente "la sostituzione del simbolo della squadra e, prima ancora, della città" visto che la lupa "rimane pur sempre un animale feroce e carnivoro".

In casi come questi, la soluzione è dettata più dalla ragionevolezza che da valutazioni 'di pancia'. Con sensibilità e accortezza, la Roma avrebbe potuto cambiare grafica e parole, trovando slogan e metafore altrettanto efficaci, e - perché no - facendo di questa scelta una 'campagna di comunicazione' in positivo, che avrebbe ottenuto consensi e grande spazio in termini di visibilità. Qualcuno avrebbe potuto storcere il naso per l'ennesima noiosa trovata 'politicamente corretta'. Ma visti i tempi e certe dichiarazioni di dirigenti del mondo del calcio, una volta tanto sarebbe stata più che apprezzata.

Al momento, però, in tanto frastuono di parole, l'unica voce a non essersi levata è proprio quella di chi è chiamato direttamente in causa, la società giallorossa. Attendiamo che i 'lupi' ululino.



Questo articolo è stato pubblicato anche su Il Quotidiano del Lazio

sabato 2 agosto 2014

Nel bestiario italiano, lo squalo batte in simpatia il canguro

Quando sugli Champs-Elysées è passato lo squalo gli italiani che amano il ciclismo hanno avuto un momento di autentica commozione; quando nell'aula del Senato è stato evocato il canguro, gli italiani hanno subìto l'ennesimo disorientamento dal mondo della politica.

Destino crudele quello degli animali. Devono difendersi dall'uomo non solo per la loro sopravvivenza, ma anche per il 'buon nome' che portano.

Andiamo con ordine. Lo squalo nell'immaginario collettivo ha sempre rappresentato incubo e terrore. Chi dimentica il film di Steven Spielberg, che proprio nel 2015 compirà 40 anni, capace di turbare intere generazioni di amanti del mare. Eppure, la nuova stagione dello squalo andata in onda nel mese di luglio ha regalato a tutti noi emozioni sì forti, ma straordinariamente positive. E già, perchè 'squalo' è il nome con cui è stato ribattezzato Vincenzo Nibali, trionfatore al Tour de France 16 anni dopo Marco Pantani.

L'elegante Nibali ricorda a Gianni Mura più un cirneco, un cane spuntato più di duemila anni fa intorno all'Etna. Ma per Nibali, nato in quel di Messina, il tuffo nel bestiario ha portato in dote lo 'squalo', feroce divoratore di strade e avversari, la prima volta di un pesce in uno zoo delle due ruote che annovera già aironi, falchi, condor. E anche un gorilla, così è soprannominato il tedesco André Greipel, vincitore di una tappa al Tour.

Dallo sport alla politica, il quadro muta radicalmente. Quando alle 19.50 del 29 luglio, l'Ansa batteva questa notizia: "Riforme: scatta 'canguro', via 1.400 emendamenti", abbiamo capito che lo sbarco dei marsupiali a Roma avrebbe generato non poche reazioni. Così la minaccia, il giorno dopo, del Movimento 5 Stelle ("Stiamo cercando di azzoppare il 'canguro'") non ha che generato autentico sgomento tra animalisti e non.

Nessuna paura. Il canguro è l'animale 'regolamentare' che ha monopolizzato il dibattito sulle riforme, in scena da giorni al Senato. Il canguro infatti è la curiosa regola che consente, una volta respinto un emendamento, di saltare a piè pari quelli dal contenuto simile o equivalente. Così, quando il 29 luglio, l'Aula di Palazzo Madama ha bocciato l'emendamento sul Senato elettivo, l'assemblea si è ritrovata all'improvviso con 1400 emendamenti in meno sugli oltre 7000 complessivamente presentati. Un bel risparmio in termini di tempo per la maggioranza, un colpo alla democrazia secondo le opposizioni.

Ma l'ingresso al Senato del canguro si è portato dietro anche ardite formule lessicali affini. Racconta Alessandro Trocino sul Corriere della Sera: "Loredana De Petris usa disinvoltamente i termini 'cangurare' e 'emendamenti cangurati'".

Destino vuole che uno dei campioni dell'emendamento, Augusto Minzolini, capofila di coloro che tra i berlusconiani vogliono proprio quel Senato elettivo bocciato e cangurato, nella sua vita precedente - ricorda Robin su Europa - era chiamato lo Squalo. Ora se lo mangia perfino un canguro. Meglio dunque lasciare quel titolo al buon Vincenzo Nibali.