venerdì 28 novembre 2014

Papa Francesco testimonial della lingua italiana

In italiano. Papa Francesco ha pronunciato martedì 25 novembre i suoi due discorsi, prima al Parlamento europeo, poi al Consiglio d'Europa, non ricorrendo alla lingua internazionale principe, l'inglese, né a quella più amata negli ambienti diplomatici, il francese. E non si è neppure affidato alla sua lingua madre, lo spagnolo. Ha scelto la 'lingua di Dante', l'italiano.

Non è una novità. Nei suoi viaggi internazionali, l'italiano resta sistematicamente la lingua preferita. In Brasile, Israele persino in Corea dove la lontananza oltre che geografica ma anche linguistica è più forte. A Seul, Francesco ha candidamente riconosciuto: "Il mio inglese è povero", prima di passare all'italiano. Ma non è solo una questione di confidenza linguistica.

Come ha spiegato Luigi Accattoli (Corriere della Sera del 27 maggio 2014), Bergoglio non è un poliglotta  e, a differenza dei suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger, "preferisce evitare la fatica di esprimersi in lingue che non padroneggia". E poi, "ama presentarsi come vescovo di Roma" e nella Santa Sede la lingua d'uso è l'italiano.

Lo scegliere l'italiano come 'lingua franca' emerge con forza anche nei messaggi ‘Urbi et Orbi’ che a Natale e a Pasqua il Papa rivolge ai romani e al mondo intero. Wojtyla e Ratzinger erano arrivati a fare gli auguri in ben 65 lingue. Francesco li fa solo in italiano.

La lingua italiana torna quindi a esercitare un ruolo di primo piano nel contesto internazionale. Lo fa grazie a Papa Francesco e alla Santa Sede. Non più solo una "bella lingua" per gli amanti del nostro Paese, della cultura, storia e tradizione che l'Italia ancora oggi rappresenta nel mondo. Ma una 'lingua di comunicazione' che i cristiani di tutto il mondo riconoscono quando Bergoglio a loro si rivolge.

Una straordinaria opportunità per un nuovo futuro dell'italiano? Certamente una occasione di rilancio della nostra lingua e della nostra immagine che istituzioni e autorità hanno l'obbligo di non sprecare.


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martedì 25 novembre 2014

Svapare, parola dell'anno. Successo 'svaporato'?

Svapare è la parola dell'anno nella lingua inglese, ma i linguisti storcono la bocca mentre gli osservatori parlano di 'successo svaporato'. Eppure, poco più di un anno fa la sigaretta elettronica, e-cig secondo la formula anglosassone, segnava un boom senza precedenti. L'Espresso il 17 gennaio 2013 scriveva di 700 negozi aperti in tutta Italia, un 40% in più di vendite registrato in poche settimane. E il termine 'svapare' si affermava come simbolo linguistico della moda del momento.

Un successo mondiale, tanto che l'Oxford English Dictionary ha deciso di eleggere 'vape', in italiano svapare, parola del 2014. Il verbo, abbreviazione di vapore o vaporizzare, indica l’inspirazione e l’emissione di vapore dalle sigarette elettroniche.

Secondo il prestigioso dizionario anglosassone, quest'anno l'uso di questa parola  è raddoppiato rispetto al 2013, raggiungendo un picco massimo nel mese di aprile, proprio quando a Londra, nel quartiere modaiolo di Shoreditch, è stato aperto il primo 'Vape Cafè', e negli Stati Uniti si accendeva il dibattito sulle e-cigs.

Un dibattito che in Italia ha investito i fanatici della nicotina orfani della 'bionda': prima l'efficacia o meno ("fanno male come le sigarette", "Non è vero, è vapore acqueo"), poi i divieti nei locali pubblici, quindi la scure del fisco. Sta di fatto che la 'svapata' è evaporata: molte meno sigarette elettroniche in giro quando prima si esibivano ovunque con orgoglio e mercato crollato. Negozi che prima sorgevano come funghi ora spariscono con altrettanta velocità e i 2500 esercenti e aziende ancora presenti rischiano di chiudere nel giro di pochi mesi se le condizioni non cambieranno, denuncia l'Anafe, l'associazione di categoria.

Non bastassero le lamentele degli operatori, anche i linguisti accolgono freddamente l'annuncio della Oxford Dictionaries. Per la Zanichelli, la 'parola dell'anno' è un "rito in cui gli editori allungano bocconcini lessicografici prelibati ai giornalisti affamati di novità" finendo col diventare "quasi una trovata pubblicitaria (legata anche al bisogno di riempire spazi sui giornali e sui teleschermi) e poco ha a che fare col lavoro quotidiano legato alla lessicografia".

Intanto lo Zingarelli 2015 lo ha accolto come una delle nuove parole più usate e in grado di resistere alla moda, mentre Treccani ha inserito il termine nella sezione 'neologismi'. 

Ma in realtà, svapare ha già un'età linguistica ragguardevole: la prima sigaretta senza fumo sembrerebbe risalire agli anni Settanta, l'attività prese da subito il nome di vaping e la prima attestazione scientifica della parola si ritrova sulla rivista New Society, siamo nel 1983 e si legge: "la nuova abitudine, se prendesse piede, sarebbe conosciuta come svapare".

Per saperne di più:
Accademia della Crusca


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