giovedì 24 dicembre 2015

Auguri sì, ma non di plastica

Ultime ore prima dell'inizio delle festività e affannosa rincorsa agli ultimi regali. Spesso però si dimentica un particolare importante, gli auguri. Da accompagnare al dono natalizio o semplicemente da fare a una persona che neppure incontreremo nei prossimi giorni. Un gesto importante che merita un'attenzione particolare, un gesto non banale che può far la differenza.

Per questo motivo, ci sono alcuni piccoli consigli da seguire per evitare che i vostri si riducano a diventare 'auguri di plastica'.

Come ricordavano qualche anno fa in un loro libro i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, pur nell'era degli sms e dei social media, spendiamo qualche momento in più del nostro tempo per gli auguri di carta. Un biglietto scritto a mano (evitate i biglietti preconfezionati!), di vostro pugno, che trasmette un augurio ma anche un vostro pensiero, è unico e mantiene sempre un'emozione particolare nello scriverlo e nel riceverlo.

Ma nell'era del web, i messaggini, le app e le Christmas Card, what's app e molto altro ancora imperversano tra giovani e non. Una tempesta di 'auguri digitali' che nel 2010 ha raggiunto quasi la quota dei 500 milioni di sms scambiati. E la tendenza cresce col crescere di applicazioni, piattaforme e funzionalità a disposizione. Chissà cosa ne pensa oggi Neil Papworth che 23 anni fa lavorava alla Vodafone e il 3 dicembre mandò il primo «Merry Christmas» via sms: da quel giorno, fu chiaro che i telefoni non sarebbero più stati utilizzati solo per telefonare.

Carta o digitale, alcune regole valgono comunque in ogni caso perchè riguardano la scrittura e lo stile.

Evitate, ad esempio, i superlativi perchè gli 'auguroni' e gli 'augurissimi' non servono certo a rendere l'augurio più sentito. Controllate anche l'impulsività da emoji: troppe iconcine smielate, cuoricini e faccine possono banalizzare il messaggio augurale.

Non ricorrete alle espressioni inglesi se l'augurio è indirizzato a parenti e amici italiani: ha ben poco senso scrivere "Merry Christmas", "Best Wishes" o "Happy New Year" se non per un vezzo esterofilo poco comprensibile.

E anche se non usiamo la penna per i nostri 'auguri digitali', evitiamo di utilizzare formule stereotipate o già confezionate per mandare il nostro pensiero a qualcuno. Su web si sprecano siti che offrono soluzioni augurali pronte per l'uso. Immaginiamo l'obiezione: con tutti i messaggi che devo mandare a colleghi, amici non stretti, parenti lontani - i destinatari ideali di queste formule prefabbricate - ci manca solo che a ciascuno mando una frase diversa! Obiezione più che legittima. Però se proprio dovete farne ricorso, solo un piccolo suggerimento: prendetene spunto, ma poi lasciatevi guidare dal cuore!

Milleproroghe, un sopravvissuto del politichese

La storia ultraventennale di una parola ricostruita da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera. Un geniale neologismo che per il vocabolario della lingua Treccani trova "radice in un articolo di Pierluigi Franz pubblicato dal quotidiano torinese La Stampa il 7 settembre 1993. Titolo: «Nel governo è entrato il ministro della proroga». Entrato, e mai più uscito. Da sedici governi a questa parte". Entrato per la prima volta con il governo di Giuliano Amato e sopravvissuto a esecutivi di ogni colore e forma, capace di resistere persino alla rottamazione renziana.

Il significato? Lo dice la parola stessa. Milleproroghe, "un provvedimento che rinvia, solitamente di anno in anno, scadenze che lo Stato ha fissato con legge ma che non riesce o non può rispettare".

Nella sostanza, è il decreto legge di fine anno che contiene disposizioni urgenti e proroghe di precedenti decreti su svariate materie. Un retaggio del politichese della Prima Repubblica, "in molti casi una clamorosa certificazione di inefficienza amministrativa, diventato però negli anni un comodo vagone sul quale caricare anche le marchette (e certe carinerie ad personam) per cui non si è trovato posto nella finanziaria o un ottimo strumento per piazzare qualche toppa qui e là". Spesso e volentieri, anche l'incredibile esercizio di burocratese intenzionale: "«Il termine di cui all'articolo 23, comma 5, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, già prorogato ai sensi dell'articolo 29, comma 11-ter, del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 216, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 febbraio 2012, IL 14, e dell'articolo 5-ter del decreto-legge 26 aprile 2013, n. 43, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 giugno 2o13, n. 71, è ulteriormente differito al 30 giugno 2014». Chi ci capisce qualcosa è bravo... Ma non sono i normali cittadini che devono capire: capisca solo chi deve".

Prima di questo, "l'unico altro «milleproroghe» del governo Renzi - conclude Rizzo - è entrato alle Camere con un testo di 27.995 caratteri. Quando ne è uscito erano diventati 72.318".

mercoledì 9 dicembre 2015

Misericordia e i neologismi di Papa Francesco

Canonization 2014- The Canonization of Saint John XXIII and Saint John Paul II (14036966125).jpgSi è appena aperto l'Anno santo straordinario per il Giubileo della misericordia. Proprio 'misericordia' è una parola centrale per Bergoglio. Come ha scritto Rino Fisichella,  Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, "non è improprio sostenere che Papa Francesco ha fatto della misericordia il suo programma di pontificato".

Lo ha ripetuto anche stamane Papa Francesco, all'Udienza generale in piazza San Pietro: "Specialmente in questi nostri tempi il richiamo alla misericordia si fa più urgente". E ha ripetuto più e più volte questa parola sottolineandone la straordinaria capacità di "contribuire realmente all'edificazione di un mondo più umano".

Il peso di questo vocabolo nella retorica bergogliana è evidente anche da un altro punto di vista, più strettamente linguistico. Da 'misericordia' infatti originano almeno tre neologismi di Papa Francesco: misericordiare, misericordiando e misericordina.

Bergoglio ha fatto ricorso già in moltissimi casi a nuovi vocaboli non certo per vezzo linguistico ma solo perchè nel suo parlare chiaro e diretto al popolo cristiano e non, quando non trova le parole adatte, le inventa.

Giocattolizzare, mafiarsi, inequità, spuzzare, primerear, balconear ... l'elenco è lungo e in molti hanno cominciato a classificare e studiare il fenomeno, tanto che ormai si parla di 'bergoglismi' per identificare i neologismi papali.

E se con misericordiare Papa Francesco spiega che "Dio è misericordia" e ricorda la missione del suo pontificato ("sono venuto a misericordiare", cioè a fare misericordia), con misericordiando, uno strano gerundio, attinge proprio alla sua creatività per supplire a una carenza della lingua italiana. Lo ha ben spiegato a padre Antonio Spadaro in una intervista a La Civiltà Cattolica: "Il gerundio latino miserando è intraducibile sia in italiano che in spagnolo. Mi è venuto in mente di tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando". 
Infine, la Misericordina che non è solo un neologismo ma addirittura una "medicina speciale" che "fa bene al cuore, all'anima e a tutta la vita", ha spiegato il Papa al termine di un Angelus di qualche settimana fa, mentre suore e volontari distribuivano lo speciale 'kit' ai pellegrini presenti in Piazza San Pietro. Come ogni medicinale, la Misericordina ha un foglietto d'istruzioni che spiega: "è un medicinale spirituale fa arrivare la misericordia nell'anima. Lo si avverte tramite la tranquillità del cuore, la gioia esterna e il desiderio di diffondere il bene". E suggerisce il dosaggio (applicare, ad esempio, quando "sentiamo il bisogno dell'aiuto nella decisione difficile"), le modalità d'uso (possibilmente, in "un posto tranquillo, una camera o una chiesa") e la profilassi ("almeno una volta al giorno", con "applicazione identica sia nei bambini che negli adulti", non c'è incompatibilità "con altre preghiere").

Bergoglio e la misericordia, "questa parola cambia tutto" aveva detto "rende il mondo meno freddo e più giusto", e - aggiungiamo noi - offre un prezioso contributo all'arricchimento del nostro vocabolario.
Un estratto di questo articolo è pubblicato anche su Il Quotidiano del Lazio   

sabato 7 novembre 2015

Maratona tv? Ora c'è il binge-watch

Le chiamavamo 'maratone televisive'. Treccani, nel suo vocabolario online, ne spiega addirittura il senso come "programma televisivo in diretta, della durata anche di diversi giorni, legato in genere a iniziative di carattere benefico (sostenute dai contributi in denaro offerti dai telespettatori)". Tra le più celebri, le maratone telethon.

Ma abbiamo vissuto anche le maratone elettorali, ore e ore davanti alla tv in attesa dei risultati delle elezioni tra commenti, proiezioni, anticipazioni, colpi di scena ... qui, più che nel primo caso, il prestito del termine dalla celebre corsa lascia quasi intendere la fatica, la stanchezza che accompagna gli spettatori davanti lo schermo, quasi dei cloni del leggendario emerodromo ateniese e com'egli pronti a morire esausti dopo l'annuncio del vincitore.

Resettate tutto. Da oggi in poi dovremo usare una nuova espressione, figlia dei tempi e delle nuove tecnologie. Si tratta di binge-watch ed è la parola dell'anno secondo il celebre Collins English Dictionary, il neologismo più efficace del 2015 pronto all'ambitissimo ingresso nelle pagine 'normali' del dizionario.

'Binge-watch' significa, in sostanza, ingozzarsi (binge) di un prodotto tv, come quando ci si mette davanti al video per guardarsi ininterrottamente tutti gli episodi di una stagione di una serie tv. Confesso, a me è capitato tempo addietro con "24" e le spericolate vicende dell'agente federale Jack Bauer.

Il Collins definisce il binge-watching come "to watch a large number of television programmes (especially all the shows from one series) in succession".

Nulla di nuovo, in verità. Quante volte negli anni passati ci siamo ingozzati di puntate con un cofanetto Dvd. Oggi però l'arrivo, anche in Italia, di piattaforma di streaming come Netflix ma anche Sky On Demand, non solo ha riportato in auge questa possibilità ma ne ha fatto decollare anche la particolare espressione linguistica. 

lunedì 14 settembre 2015

Schiforma, la riforma secondo Maroni

"E' una pessima riforma, anzi una schiforma". Liquida così, con un neologismo,la riforma della Costituzione il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni,  al termine di un seminario sulle riforme svoltosi a Milano.
 
"Per usare un neologismo sentito in uno degli interventi di questa mattina, più che una riforma è una 'schiforma'".

giovedì 27 agosto 2015

Spending (da sola) non fa revisione della spesa

Invasione di anglicismi? E' vero, un tormentone spesso stucchevole. Quindi, la premessa è: non siamo qui per la solita morale sull'eccessivo ricorso a termini ed espressioni provenienti da altre lingue. Ma almeno, se proprio dobbiamo ricorrervi, facciamolo bene. Se revisione della spesa non è troppo sexy e quindi meglio la famigerata spending review, non si cada però nell'errore di una semplificazione che ne snatura il reale significato. 

Così, il titolo del Sole 24 Ore di oggi "Spending triennale per il taglio tasse" lasciando per strada la parola 'review' fa intendere - alla lettera - una strategia di spesa triennale, esattamente l'opposto del piano invece allo studio che, si legge nell'articolo, prevede un taglio delle tasse che marcerà di pari passo con il programma di revisione della spesa, più avanti addirittura marchiato con l'avveniristica formula di "spending review 2.0". 

Qualcuno dirà: colpa dei titoli, compressi in così poche battute...macchè, anche all'interno dell'articolo (all'inizio della seconda colonna, come si può controllare nell'immagine) si cade di nuovo nella scomparsa della 'review': "I 10 miliardi della spending per il 2016 sono già destinati...".

Scomparsa, dimenticanza, chiamatela come volete, peraltro già rilevata dalla collega Tiziana Antonelli qualche giorno fa in una lettera al quotidiano Repubblica, ma che fa ancor più rumore se avviene sul quotidiano economico italiano certamente più autorevole.

sabato 22 agosto 2015

Kokkino e il Pascoli

Kokkino, si chiama così la radio di Syriza, il partito di Alexis Tsipras, l'ex primo ministro greco, fresco di dimissioni che potrebbero aprire a nuove elezioni e starebbero provocando una scissione interna e la nascita di un partito anti-euro.

Su Kokkino ieri sono andati in onda gli sfoghi di militanti e non. Ma quel Kokkino ci ricorda foneticamente il 'cocchino' italiano, il dolce appellativo che spesso appiccichiamo ai nostri bambini. 


Ma è un cocchino agrodolce come ci ricorda il Pascoli: "Il cocchino d’un tempo/Diventò l’appestato, il maledetto". Una profezia per cocchino-Kokkino-Tsipras che Alexis e i suoi vorrebbero fortemente evitare.

domenica 19 luglio 2015

Caldicidio, proteste giuste ma il neologismo fa acqua!

La più nota è ovviamente omicidio e, per certi versi, è la parola-madre da cui discendono tutte le varie possibili declinazioni coniate nel corso dei tempi. Omicidio, l'uccisione di un uomo o, più estensivamente, di un essere umano, ma troviamo anche uxoricidio (uccisione della moglie), femminicidio (della donna), fratricidio (del fratello), parricidio (di un parente, ma più discussa è l'origine del termine), infanticidio (di un neonato), fino a deicidio (di un dio) ... ma l'elenco è lungo e potrebbe continuare. Un sito ne ha raccolte quasi trenta, parole composte contraddistinte tutte da un elemento comune, quel secondo elemento -cidio (dal latino, -cidium) che significa per l'appunto uccisione.

Chissà se nell'elenco vi entrerà anche un neologismo di queste ore: caldicidio. Si legge infatti sulla Repubblica, edizione di Genova, di qualche giorno fa che "sul sito dei pendolari della tratta Genova-Milano è comparso un riquadro rosso: 'Richiesta bonus caldicidio'. Cliccando, si trova un modulo da compilare per ricevere i rimborsi del biglietto". Il termine ha subito incuriosito e sul web si è scatenata la caccia al caldicidio.

Ovviamente il tema è caldo, anzi bollente, e riguarda viaggiatori di un po' tutta Italia, non solo della Genova-Milano, esasperati perché troppo spesso costretti a viaggiare in vagoni senza aria condizionata, magari anche con finestrini bloccati, a temperature già normalmente difficili da tollerare ma ancor di più in questi giorni funestati dall'"occhio infuocato di Caronte" e dal temibile "Hot Storm".

Legittima e più che condivisibile ogni protesta. Ma sul caldicidio, i linguisti storcono il naso. Perché è vero che caldicidio ricalca il più noto omicidio, ma pone un serio problema semantico. Se omicidio è l'uccisione di un uomo e il matricidio della madre, il caldicidio dovrebbe esserlo del caldo! Letta in tal modo, sembrerebbe quasi che i veri assassini della storia siano i poveri viaggiatori, non più vittime bensì artefici di un delitto.

Il neologismo, insomma, linguisticamente fa acqua e per i suoi coniatori questo sarebbe già un gran traguardo viste le temperature. Ma nulla toglie alla protesta e alle giuste rivendicazioni che dietro il famigerato caldicidio si vanno alimentando.

giovedì 16 luglio 2015

Agreekment manda in soffitta Grexit?

Sarà che dopo 17 ore di trattative serrate una concessione alla battuta serve anche per sdrammatizzare l'atmosfera. Sarà che nell'epoca di Twitter e Facebook la ricerca del colpo 'linguistico' a effetto garantisce facile visibilità sul web. Sta di fatto che lunedì mattina, 13 luglio, raggiunto l'accordo sul debito, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk entra in sala stampa per dare l'annuncio e così si rivolge ai giornalisti presenti: "Good morning. Today, we had only one objective: to reach an agreement. After 17 hours of negotiations, we have finally reached it. One can say that we have 'agreekment'" ... "Qualcuno potrebbe dire che abbiamo un agreekment", dice Tusk e un velato sorriso, il massimo che i più si attendono dai grigi frequentatori dei salotti istituzionali di Bruxelles, si accenna sul viso del presidente polacco.

L'hastag #Agreekment in poche ore si diffonde velocemente su Twitter. D'altra parte, pareva illogico pensare che il più lungo vertice della storia dell'Unione Europea non potesse essere suggellato da un neologismo, ultima di una serie di parole macedonia che la crisi di Atene ha ispirato: Grexit, Grimbo, Greferendum, solo per citare le più diffuse. Che sia un segno del destino che tale feconda attività creativa aperta da un economista (E. Rahbari di Citigroup, suo il Grexit nel febbraio 2012) trovi la parola finale per bocca di un politico, Tusk appunto?

Poche illusioni, la crisi greca è tutt'altro che risolta e Agreekment potrebbe essere solo una ulteriore tappa di questa complicata vicenda e dei suoi fantasiosi neologismi.


Articolo pubblicato sul Quotidiano del Lazio

lunedì 13 luglio 2015

#LettureUtili/L'antica Grecia culla della democrazia un falso storico

Le origini della parola democrazia sfatano certi luoghi comuni. Platone e Aristotele furono tra i primi critici di questa forma di potere che era intesa come «dittatura della maggioranza», e non «governo dei migliori». La riflessione del filosofo Umberto Curi dal Corriere della Sera


Il referendum celebrato in Grecia domenica 5 luglio ha rilanciato uno dei più vieti, e insieme infondati, luoghi comuni, accreditando l'idea che la Grecia sia stata la «patria della democrazia», nell'accezione moderna della parola. In nome di questa paternità, un buon numero di uomini politici italiani, indifferentemente di destra e di sinistra, ha indicato in quella consultazione popolare una luminosa conferma della bontà del sistema democratico, l'unico capace di garantire l'obiettivo politico fra tutti, e per tutti, più desiderabile, vale a dire l'autogoverno del popolo. E la Grecia del Sì o del No all'euro avrebbe confermato di essere stata la culla della forma di governo ancor oggi giudicata nettamente preferibile, rispetto ad altre.

Il termine demokratía comincia a circolare verso la fine del VI secolo avanti Cristo, con una accezione prevalentemente dispregiativa. In entrambe le componenti della parola. Da un lato, infatti, kratos non significa affatto genericamente «potere» (come per lo più si ritiene), ma si riferisce piuttosto a quella forma di potere che scaturisce da, e si fonda su, l'uso della forza. Analogamente, il termine démos viene adoperato per denominare non la totalità della popolazione, ma quella parte, ancorché maggioritaria, del popolo, che è in possesso di alcuni requisiti. Le occorrenze di démos nel senso di regime popolare, cioè di democrazia, sono pochissime e si trovano concentrate nel celebre dibattito sulle costituzioni, svoltosi verso la metà del V secolo. Le altre attestazioni di démos si presentano sostanzialmente come valutazioni negative della democrazia, quali potevano essere espresse soprattutto dai suoi avversari, i quali contestavano a questa forma di governo il fatto di privilegiare i (molti) cattivi, rispetto ai pochi (buoni), ovvero di pretendere che a governare fosse una moltitudine indistinta, anziché gli éristoi, i «migliori». Insomma, pur nell'estrema variabilità di significati, da un lato demokratía indica il dominio coercitivo, esercitato con la forza, di quella parte del popolo che è il démos (con la drastica esclusione delle donne), mentre dall'altro lato essa esprime il sopravvento della componente quantitativamente, ma non qualitativamente, più significativa del popolo. 


Soltanto alla luce di queste elementari considerazioni di carattere linguistico, si può capire non solo la durissima requisitoria antidemocratica dell'anonimo autore dell'opuscolo La costituzione degli Ateniesi, ma soprattutto l'atteggiamento assunto dai due maggiori filosofi dell'antichità classica nei confronti della demokratía, vale a dire l'invettiva di Platone, secondo il quale più che una definita forma di governo, essa è un «supermercato delle costituzioni», nel quale convivono senza un preciso principio di organizzazione forme politiche diverse. E la più pacata, ma non meno intransigente, condanna di Aristotele, il quale indica in essa la peggiore fra le forme buone di governo.

Tirando le fila del ragionamento, se ne possono ricavare due principali assunzioni. La prima riguarda l'origine storica della democrazia. Si sarà compreso quanto sia antistorico e culturalmente infondato parlare della Grecia come «culla» dell'autogovemo del popolo nella sua totalità. La seconda è più direttamente pertinente ad una valutazione di merito. Ammesso e tutt'altro che concesso, che la democrazia sia nata in Grecia, non solo essa compare in una accezione del tutto incommensurabile, rispetto all'accezione corrente del termine, ma è accompagnata da argomentati giudizi che ne mettono radicalmente in discussione il primato, rispetto ad altre forme di governo. D'altra parte, come spesso accade, la ricostruzione storico-culturale non corrisponde semplicemente alla pur fondamentale esigenza di fare «pulizia» dal punto di vista concettuale. Essa ci aiuta se non altro a porre un problema, sul quale sarebbe necessario intrattenersi in maniera approfondita. Si potrebbe formularlo nei seguenti termini.

Assumendo come riferimento il referendum recente, siamo proprio sicuri che esso rappresenti - come vorrebbero legioni di apologeti della democrazia diretta - la testimonianza più convincente della «bontà» di questa forma di governo? Davvero si può ritenere che il Sì o il No costituiscano una risposta adeguata alle formidabili questioni oggi in campo? In quali limiti possiamo ritenere che le molte decine di pagine delle proposte intorno alle quali il popolo greco è stato chiamato a pronunciarsi siano state lette e comprese da coloro che hanno votato?
 

Non è vero piuttosto che l'occasione referendaria ha fatto emergere con forza la sproporzione abissale fra le competenze tecniche necessarie per una presa di posizione razionale, e non meramente emotiva, e la «qualità» delle risposte compendiate nell'alternativa Sì-No? Insomma, se davvero si intende assumere come modello di democrazia quanto è accaduto domenica scorsa in Grecia, si può capire perché quel Paese sia stato non la culla della forma democratica, ma il grembo che ha partorito le critiche più serrate e argomentate all'idea stessa dell'autogoverno del popolo.

venerdì 3 luglio 2015

Grexit, oxi o nai?

Fermare o assecondare il Grexit, la risposta al grande quesito del momento che potrà condizionare non solo la permanenza del Paese nell'euro ma anche il futuro della stessa Europa è affidato a due paroline greche: oxi o nai? No o sì.

Un paradosso anche linguistico, in fondo un riscatto dell'identità nazionale molto spesso sacrificata sull'altare di tecnicismi e anglicismi incomprensibili, vittima di credit crunch, spread, default, spending review e austerity.

E la riflessione non è solo terminologica. Perchè, come ha argomentato - qualcuno potrebbe dire sorprendentemente - Antonio Patuelli, presidente dell'Associazione bancaria italiana (Nuova Europa o neonazionalismo, Rubettino editore), l'identità dei diritti passa anche attraverso le parole e se in una lingua prevalgono forestierismi o parole troppo specialistiche capaci di creare distanza tra istituzioni e cittadini, si crea un problema non solo di comprensibilità ma anche di responsabilità.

"Di parole greche avvertiamo particolare bisogno in questi giorni", ha ammonito il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Greche o italiane, di parole che riflettono l'identità di un popolo, di una nazione, se ne avverte la necessità non solo in occasioni così drammatiche.

Così, a futura memoria, non si prendano sottogamba altre analoghe coniazioni che da Grexit discendono. Brexit e Austritt (l'uscita del Regno Unito e dell'Austria dall'UE) o persino l'exItalia, la temuta uscita dall'euro del nostro Paese secondo l'economista Mariana Mazzucato in un'analisi pubblicata su Repubblica (Quando l'errore è nella diagnosi, 1 luglio 2015). Economiche, sociali o culturali, dietro ciascuno di questi particolari neologismi vi sono radici e ragioni diverse. Tutte però alla fine condurranno allo stesso drammatico quesito che i cittadini greci affronteranno tra poche ore: oxi o nai?

martedì 23 giugno 2015

Bastardare, il razzismo a parole non teme limiti

Passi la bastardata, ormai anche nei dizionari, se vogliamo dar maggior peso a una mascalzonata e passi pure il bastardone che pure ha una citazione letteraria nell'Orlando Innamorato (Ond'hai tanta superbia bastardóne) e perfino un presidio alimentare nella tradizione umbra (il Salame bastardone così chiamato perchè utilizza anche tagli di suino non eccelsi!).

Ma il verbo 'bastardare' proprio ci mancava. Per questo motivo, linguisti e appassionati di neologismi avranno apprezzato Leonardo Muraro, presidente della provincia di Treviso, che nel corso di una recente trasmissione televisiva a Rete Veneta ha così sintetizzato il suo pensiero in tema di immigrazione: «Volete portare gli uomini di colore qui per bastardare la nostra razza, a me non va bene».

Quote, riallocazione, reinsediamento, hotspots ... mentre in Europa si cercano soluzioni, anche lessicali, per gestire il fenomeno delle migrazioni, Muraro è ben chiaro nel sostenere la sua contrarietà ad ogni possibile accoglienza e integrazione. Rivendicando, peraltro, nel dialetto veneto una attestazione ben radicata del termine.

«Ho usato il termine "bastardare" - ha spiegato al Gazzettino - che in veneto è comunissimo e lo si usa per esprimere concetti come "mischiare" o "mescolare"». Concetto razzista? Macchè:  «Certo, ho parlato anche di razza. Ma senza alcun riferimento discriminatorio. Ma dobbiamo avere ancora paura delle parole?». Vale la pena rispondere? giudicate voi ...

martedì 9 giugno 2015

Migrante e clandestino, non è solo questione di parole

Per Salvini e i suoi sono sempre e solo 'clandestini'. Altro che migranti. Anzi, "migrante è un gerundio", ha tuonato qualche giorno fa in tv, sfidando non solo forme e buon senso, ma addirittura - per taluni intenzionalmente - la grammatica italiana, consapevole che il suo elettorato è ben più sensibile all'ondata emozionale della 'invasione' di chi "si nasconde di giorno, s'intrufola" (significato etimologico di 'clandestino') piuttosto che ad una regola di nostra madre lingua.

Sì, è vero, clandestino non è un termine giuridico - spiega il glossario del Consiglio italiano per i rifugiati - è usato dai mezzi di comunicazione e da molti politici "per definire, e stigmatizzare, i migranti irregolarmente presenti sul territorio". Non solo. Spesso gli stessi addetti ai lavori faticano a farsi largo in una giungla lessicale dove si incrociano e confliggono termini come profugo, rifugiato, migrante, immigrato, clandestino, richiedente asilo.

Salvini lo ha ribadito anche su Facebook: "Posso chiedere un favore a voi, amici, e ai giornalisti? Non chiamiamoli migranti o profughi. Chiamiamoli, perché tali sono fino a prova contraria, clandestini. Siete d'accordo?". Il 'popolo leghista' non ha certo dubbi. Perchè migrante prevalga invece contro ogni scetticismo, sarebbe buona cosa che l'accordo semmai lo trovino l'Europa e i Paesi membri nel dare una risposta unica ed efficace al continuo esodo di uomini e donne che lasciano le proprie terre in cerca di un futuro migliore.

domenica 31 maggio 2015

#ritagli - L'italico, l'uomo che creò il corsivo

Articolo di Michele Smargiassi - La Repubblica

Era un uomo di carattere, questo è certo. Nel bene e nel male. Disegnò i caratteri tipografici più belli del mondo. Ci deliziano gli occhi ancora oggi, quattro secoli dopo, e in tutto il pianeta si chiamano ancora come noi: italici. Ma il suo personale, di carattere, il suo temperamento umano, lo condusse al patibolo. E lo condannò a un lungo oblio: che sta per terminare.

Francesco Griffo, designer del Rinascimento d'inchiostro, avrà in dono per il suo cinquecentesimo anniversario di morte, nel 2018, quel che gli è dovuto: un posto di prima fila nella storia dell'arte della stampa, al fianco di coloro che ne sfruttarono il lavoro, oscurandolo con la loro fama. A cominciare dal grandissimo Aldo Manuzio veneziano, padre dell'editoria mondiale, al cui identico anniversario New York ha appena dedicato una grande mostra. Lo avrà, un po' per orgoglio civico un po' per doveroso risarcimento, dalla città che gli diede sia la vita che la morte (e gli rubò il nome per secoli): Bologna, dove un mediologo innamorato di lui, Roberto Grandi, gli sta cucendo addosso un'intera "Grande festa delle lettere", affidata a un comitato scientifico presieduto da Umberto Eco. Per il quale Griffo fu molto di più che un eccellente scultore di minuscole letterine di piombo, fu il precursore dell'editoria di massa, l'uomo che rese tecnicamente possibili «quelle che per l'epoca erano le edizioni economiche, permettendo l'accesso ai classici anche a chi non poteva permettersi costosi volumi in folio».

Lo fece inventando una cosa semplice e geniale che però, mezzo secolo dopo l'invenzione di Gutenberg, ancora non esisteva: il corsivo a stampa. Come dire: la calligrafia degli umanisti nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Quelle letterine deliziose, dolcemente inclinate verso destra, sinuose e aggraziate (proprio come queste che state scorrendo), oltre all'eleganza sopraffina avevano infatti un pregio colossale: più compatte, facevano risparmiare tanta costosissima carta. I volumi rimpicciolivano: nacque così il tascabile, libro che scende dagli scaffali e viaggia assieme al lettore nella sua bisaccia. Lo imitarono tutti, il geniale corsivo di Griffo. In tutta Europa, quel font rivoluzionario ebbe nome italique, italic, italico, in onore dell'italico genio tipografo - che però intanto perse il suo, di nome.

Era orafo, figlio dì Cesare orafo bolognese. Nel 1470 circa lo troviamo ventenne a Padova, già convertito all'industria emergente del secolo: la stamperia. Non si sa se sia stato Aldo Manuzio stesso ad avvistarlo: certo il grande imprenditore veneziano era straordinario nell'assoldare per la sua bottega, frequentata da un giovane Erasmo da Rotterdam, le migliori competenze in circolazione. E Venezia era la capitale mondiale del libro: in quegli anni, tra calli e canali si stampava un terzo dei libri pubblicati in Europa. Per le "Aldine", Griffo cominciò a incidere dei "tondi" meravigliosi, nitidi e proporzionati, i migliori in circolazione.

Era in corso una grande battaglia fra la tipografia nordica e quella mediterranea, fra i caratteri gotici e quelli romani, che era poi una sfida fra Medioevo e Rinascimento. «Erano tutti convinti che la tipografia non potesse eguagliare la bellezza del libro manoscritto umanista», spiega lo storico della stampa Giorgio Montecchi, «ma Griffo vinse la sfida». Nel 1495 il De Aetna del Bembo stampato con le sue nitide letterine romane fece sensazione. Quattro anni dopo diede forma a quello che i bibliofili considerano l'incunabolo più bello mai stampato: l'eccentrico HypnerotomachiaPoliphili, adorato da Joyce. Manuzio era entusiasta del suo disegnatore, e ringraziò per iscritto, cosa rarissima, quel Franciscus Bononiensis nella prefazione alle Bucoliche di Virgilio, del 1501, che fu il primo libro al mondo stampato interamente in corsivo.

E qui bisogna spiegare il modernissimo colpo dí genio del nostro. Prendere una cosa antica e farne una novità assoluta. Reinventare tecnologicamente una tradizione. Colpire al cuore, con un prodotto "emozionale" ma avanzatissimo, una clientela in espansione. In questo caso, il target erano i nuovi lettori umanisti, laici, aristocratici e protoborghesi, un po' annoiati dai codici bigotti, dalle Bibbie imponenti, dall'asfissiante letteratura liturgica, i conoscenti e dilettanti voraci di classici antichi e moderni che tante volte avevano manualmente trascritto nei loro quaderni... in corsivo. Ed ecco, questi librini più agili, meno pomposi, stampati sì, ma in un carattere, che quel corsivo imitava, che alludeva ancora al gesto della mano, che ammiccava a una relazione ancora intima, corporea tra il lettore e il "suo" testo... Griffo fece prima qualche esperimento. Prendendo a modello la scrittura cancelleresca della corte pontificia, aveva fuso nel 1500 un primo corsivetto ancora timido per collaudarlo discretamente nel cartiglio di un'illustrazione alle Epistole di santa Caterina: Jesu dolce amore... I primi italici stampati nel mondo recitano una preghierina soave.

Sì, però Manuzio era anche una vecchia volpe, e in quegli anni la concorrenza era ferocissima, il mercato già inflazionato e infestato di falsari. Corse dunque subito negli appositi uffici della Serenissima a farsi assegnare, a suo nome, un privilegio, oggi diremmo un brevetto, sul nuovo carattere, monopolio aziendale. Diciamola tutta: ne aveva un po' il merito, forse era stato lui stesso a suggerire l'idea al suo eccelso grafico. Ma se ha ragione Riccardo Olocco, il ricercatore che da qualche anno come un segugio è sulle tracce dei suoi caratteri, «Griffo forse era un libero professionista che lavorava per diversi editori, aveva uno studio di design, diremmo oggi», e dunque il buon Aldo si appropriò di qualcosa che non era tutto suo. E Griffo alla fine non la mandò giù, che il suo editore fosse, a suo discapito, «in grandissime ricchezze pervenuto e a nome immortale». Dopo dodici anni, ruppe con Manuzio. Fuggì lontano dalla Repubblica, per aggirare il copyright imposto sulla sua stessa creatura. Si rifugiò a Fano, assunto dallo stampatore ebreo Gershom Soncino che, felice di aver strappato una tal perla dal concorrente veneziano, gli riconobbe per iscritto la paternità del corsivo, accusando il Manuzio di essersi «astutamente dell'altrui penne adornato».

Ma anche quella di cambiar padrone non era vera ambizione del «discreto huomo maestro» Griffo. Voleva mettersi in proprio. Nel 1516 tornò nella sua Bologna. Si fece editore. Aveva un suo progetto commerciale: sformare classici italiani e latini in edizioni popolari. Ne produsse una mezza dozzina (conservati alla alla biblioteca dell'Archiginnasio), piccolissimi, economici, compatti, grazie al suo ergonomico corsivo che intanto aveva raffinato. Purtroppo, esagerò. Scelse il minuscolo formato in trentaduesimo, piccolo e stretto, e per giunta si mise a stampare in corpo sei (quello che state leggendo è corpo 8,7). Ci volevano eccellenti diottrie. Non funzionò tanto. Chissà, forse l'amarezza per l'impresa zoppicante pesò sulla rabbia con cui nel 1518 affrontò, per ignoti dissidi familiari, il marito della figlia Caterina, tale Cristoforo, e lo ammazzò rompendogli la testa con un oggetto acuminato che qualche storico in vena romanzesca immagina fosse, cosa altrimenti?, un punzone tipografico. Tutto materiale narrativo eccellente, comunque, per gli allievi della Bottega Finzioni, il laboratorio di scrittura collettiva di Carlo Lucarelli e Michele Cogo che ha intenzione di produrre un ampio storytelling su Griffo (romanzo, graphic novel e sceneggiato televisivo): «Lo immaginiamo come un uomo istintivo, scottato, in cerca di rivalsa, ma anche un geniale artista che volle essere imprenditore di se stesso», scherza Cogo, «un po' come noi...».

Be', per l'omicidio la condanna alla forca era inevitabile. Non abbiamo la prova che sia stata eseguita, ma sappiamo per certo che un documento notarile dell'anno successivo lo qualifica come già defunto. Requiescat dunque, genio collerico: la pena supplementare fu la damnatio nominis. Sì, perché tutti i suoi datori di lavoro o clienti che fossero, lo chiamavano solo "Francesco da Bologna", il cognome si perse, e con quello la biografia. A lungo, chi provò a ricostruirla prese delle cantonate, come il bibliotecario Antonio Panizzi che identificò il bolognese in un pittore, Francesco Raibolini. Solo un secolo fa, finalmente, dalle carte di un archivio di Perugia, lo storico Adamo Rossi riesumò un contratto che nominava un "Griffo", che forse era magari un Grifi o Griffi, come da sua firma autografa, chi lo sa, i cognomi allora erano ancora accessori volubili dell'identità. Ma certo, se il bolognese si perse, l'italico sua creatura ( che gli spagnoli chiamano ancora letra grifa...) invece trionfò, dilagò. Oddio, qualcuno ora sostiene che invece fu un fallimento: perché di libri interamente stampati in corsivo non se ne fecero più. Eleganti quanto volete, ecologici magari, salvaspazio e salvacarta: ma suvvia, un po' faticosi da leggere, alla lunga. Da assortimento autonomo di caratteri qual era, il corsivo diventò una semplice variante (il "colore", dicono i vecchi tipografi) del carattere tondo. Da padrone del testo, il corsivo diventò l'accento particolare calcato su una certa parola della frase, una sottolineatura, un'enfasi del discorso. Ma in questa forma intertestuale, tuttavia, è arrivato fino a noi praticamente nella stessa forma in cui Francesco la intagliò. Sulla scia di un'affermazione del grande Firmin Didot, ammiratore di Griffo, gli storici sono ormai concordi nel riconoscere che il più fortunato set di caratteri della storia della tipografia, che porta il nome di Claude Garamond, non è che una ripresa delle font del nostro. E ancor oggi, dai campionari delle tipografie, dai menù a tendina dei nostri word processor, a volte perfino dagli schermi touch dei nostri smartphone, l'iracondo Francesco ci saluta con la sua italica mano felice, un po' inclinata verso destra.

martedì 19 maggio 2015

Eliminare o distruggere i barconi degli scafisti?


L'Europa è pronta alla missione militare contro i trafficanti di esseri umani che salpano dalle coste della Libia (Eunavfor Med). Definito il costo, i tempi, la guida (italiana) e le modalità. Una prima fase di pattugliamento e attività di intelligence, mentre per le successive fasi che prevedono l'intervento in acque libiche e un'azione contro i barconi degli scafisti occorre una risoluzione delle Nazioni Unite. Proprio il tipo di azione contro i barconi e l'eventuale uso della forza è uno dei temi più delicati che rischia di pregiudicare l'approvazione della risoluzione Onu. 

Per questo motivo, il testo approvato dal Consiglio europeo congiunto Esteri-Difesa ha operato qualche aggiustamento linguistico e il termine "distruggere" i barconi che compariva nelle prime bozze è sparito ieri nella versione finale sostituito dall'espressione "eliminare e rendere inoperativi". Secondo alcuni analisti, una formula più blanda che tiene conto delle diverse sensibilità dei Paesi.

"C'è stata una discussione a questo riguardo – spiega l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherinima il punto fondamentale non è tanto la distruzione dei barconi ma del modello di business dei trafficanti e il fatto di rendere impossibile il riutilizzo di questi strumenti di morte".

Ma tra 'distruggere' ed 'eliminare' la differenza è realmente così rilevante al punto da incidere nella scelta o meno di appoggiare una risoluzione ONU?

Abbiamo provato a fare un test e verificare l'equivalenza o meno dei due termini secondo i dizionari sincronici segnalati dall'Accademia della Crusca e il dizionario dei sinonimi e dei contrari pubblicato da Rizzoli e online sul sito del Corriere della Sera.

Il risultato è il seguente. In tre casi (Corriere, sapere.it e dossier.net) eliminare ha tra i suoi sinonimi anche distruggere; in cinque casi (Treccani, Sabatini Coletti, il grande dizionario di Gabrielli, Hoepli, dizionario online.net) invece eliminare ha come sinonimi, ad esempio, uccidere e sopprimere ma non distruggere.

Sciolto ogni dubbio? Difficile dirlo. Chissà se la sottile frontiera che separa i due termini e il loro impatto evocativo sarà sufficiente a venir incontro alle diverse sensibilità dei Paesi in sede Onu.

giovedì 14 maggio 2015

Hotspots, da parola agognata a parola temuta

Fino a qualche tempo fa, per tutti noi che viviamo di web e connessioni, 'Hotspot' identificava un punto di accesso ad internet dove è possibile collegarsi tramite rete WiFi.

Secondo alcuni dati, in Italia ci sarebbero oltre 10mila hotspots (fonte: CheFuturo, 2014) con la Lombardia capofila (ben un quinto) e Milano in testa tra le città con 370 postazioni a precedere Roma con 176.

Per chi ama il wifi free, la parola Hotspots è una sorta di mantra, ma anche una parola in grado di misurare la modernità e - senza esagerare troppo - la democraticità della nostra società.

Come recita la Garzanti linguistica, 'Hotspot' è però un punto caldo che in geologia ha a che fare con le aree vulcaniche (ve ne sarebbero oltre 50 nel mondo) e, nel significato comune, richiama un luogo pericoloso.

Chissà se i burocrati dell'Unione Europea hanno pensato a questo significato quando hanno deciso di identificare con 'hotspots' i nuovi centri di accoglienza dei migranti e di identificazione dei richiedenti asilo.

Il concetto è ben spiegato a pagina 6 della nuova Agenda europea sulle migrazioni presentata ieri dalla Commissione UE. Si parla, appunto di un nuovo approccio 'hotspot', che consentirà a Agenzia UE per il diritto d'asilo, Frontex e Europol di lavorare a stretto contatto e con più efficacia con gli Stati membri per identificare, registrare e 'schedare' i migranti in arrivo.

Insomma, sarà un nuovo approccio, sarà una nuova agenda, ma la terminologia resta sempre quella all'insegna dell'emergenza e dell'allarmismo: se il luogo dove far confluire i migranti è definito, anche nella lingua inglese, letteralmente, una 'zona calda', immaginiamo con quale ansia e timore sarà vissuta dai cittadini la identificazione di questi nuovi centri.

domenica 10 maggio 2015

#ritagli - Come tradurre Moby Dick nell'alfabeto delle emoji

Articolo di Pietro Minto, Corriere della Sera - La Lettura


Secondo i dati di Instagram, il noto servizio di condivisione di fotografie, il 45% delle immagini pubblicate da utenti italiani sul sito è accompagnato da almeno un'emoji. Ciò significa che quasi la metà delle didascalie compilate nel nostro Paese contengono un cuoricino, una casetta, forse una faccia espressiva o un ombrello nei giorni uggiosi. In genere, emoticon: la serie di faccine composte da caratteri tipografici, come :-D oppure :-/.

Ecco: le emoji sono la loro versione dettagliata ed espansa all'infinito, entrando persino nel dibattito politico. E' successo qualche settimana fa, quando Apple decise di diversificare le sue faccine aggiungendo colori diversi. E il punto è proprio questo: le emoji, ben lungi dall'essere semplici faccine, sono oggi importanti. Divertenti, utili ed espressive, sono già diventate un nuovo alfabeto. O, secondo alcuni, un nuovo tipo di linguaggio.

Anche per questo Fred Benenson e Chris Mulligan hanno fondato The Emoji Translation Project (kickstarter.com/ projects/fred/the-emoji-translationproject), con cui puntano a creare il primo traduttore istantaneo dall'inglese all'emoji, uscita prevista nel febbraio 2016. Al momento i due stanno raccogliendo denaro su Kickstarter - sito che permette di chiedere soldi per un progetto promettendo in cambio una ricompensa legata allo stesso - e sono a un terzo della somma richiesta, 15 mila dollari.

A che cosa servono tanti soldi? E, soprattutto, a che cosa serve un traduttore del genere? Per quanto riguarda la prima domanda, un traduttore attendibile ha bisogno di moltissimi dati: frasi, dati sull'utilizzo di lemmi e simboli e un algoritmo in grado di «capire» il tutto. Benenson lavora proprio in questo settore, è responsabile della raccolta e gestione dati di Kickstarter, mentre Mulligan è un programmatore: entrambi sono uniti dalla stessa missione, dare un senso a un insieme di immagini casuali nate per rappresentare oggetti e stati d'animo.

Così, se la traduzione di «sole» è prevedibile (esiste un simbolo dedicato), in altri casi sintassi e lessico dovranno essere studiati da zero, ed è qui che le emoji diventano lingua: le poche anteprime rese disponibili dai due autori mostrano come la traduzione di concetti complessi o lunghi periodi sia affidata a una combinazione di simboli che vanno oltre l'immagine da loro rappresentata creandone un'altra, complessa, dalla loro unione. Prendiamo la traduzione della frase «siamo qui per parlarvi dell'Emoji Translation Project»: un dito puntato verso il basso per mostrare di avere qualcosa da dire; un fumetto; il simbolo di conversione tra dollari e yen, ovvero la traduzione di un messaggio; una palla di cristallo, il processo di traduzione; e infine simboli sparsi, il messaggio tradotto.

L'impegno dei due non è però bastato a proteggerli dalle critiche (accademiche e non) di chi ritiene che trattare le emoji come una vera lingua sia sbagliato e assurdo. Non sarebbe però il primo linguaggio inventato e nato nella cultura pop a trovare uno sbocco letterario: basti pensare al Klingon, idioma parlato dall'omonima razza aliena di Star Trek ed entrato nel Guinness dei primati come «lingua inventata più parlata al mondo». O la lingua Dothrald creata da David J. Peterson per la serie tv Game of Thrones.

Al «New Yorker», Benenson ha spiegato di essere affascinato dal modo in cui «il nostro linguaggio e la nostra cultura vengono influenzati dalle tecnologie digitali». Un interessamento che ha radici relativamente profonde, visto che già nel 2010 aveva tradotto Moby Dick, il capolavoro di Herman Melville, in questo strano alfabeto. L'opera, Emoji Dick, attualmente in vendita sul sito Lulu.com, ha un sottotitolo rivelatorio, la nota emoji di una balena che spruzza acqua dal dorso, è stata solo il punto di partenza del progetto, che prevede l'accumulo di un'enorme quantità di lemmi e frasi da tradurre usando il Mechanical Turk di Amazon, un servizio che permette a chiunque di ingaggiare personale per sbrigare velocemente compiti che (per ora) i computer non sono in grado di fare. Una volta tradotto il tutto, i due dovranno costruire un algoritmo in grado di «simulare» il modo in cui le persone si esprimono. Perché cominciare da Moby Dick? Benenson ha cercato un libro lungo, complicato e facilmente disponibile: soltanto dopo si è reso conto che l'opera narrava di «un'incredibile sfida molto difficile da vincere, con un linguaggio ricco di metafore e stili»: il punto d'inizio perfetto per una nuova lingua fatta di icone e disegni.

mercoledì 29 aprile 2015

Daspato, Genny 'a carogna e non solo

{}Genny'a carogna, il capo ultras del Napoli, è stato condannato a 2 anni e due mesi di reclusione, per una serie di violenze avvenute il 3 maggio 2014 in occasione della finale di Coppa Italia a Roma. Lo ricordate? L'immagine di lui a cavallo della recinzione della Curva Nord dell'Olimpico per discutere con i giocatori del Napoli e le forze dell'ordine, ha fatto il giro del mondo. 

Lui come gli altri 'professionisti del disordine', come qualcuno li ha definiti, sono ormai notoriamente chiamati i daspati. Pessimo neologismo che, ricorda il sito della Treccani, individua tutti quei "tifosi che abbiano ricevuto la sanzione amministrativa o penale chiamata appunto Daspo, acronimo che sta per divieto di accesso alle manifestazioni sportive". Prima attestazione registrata: Panorama, 30 maggio 2012. 

Una comunità piuttosto affollata, ben 5.069 secondo i più recenti dati del Ministero dell'Interno. Poco meno degli abitanti di Tolfa, ben più dei residenti di Carpineto Romano. Eppure, ha affermato il 28 aprile ai Gr Rai serali il ministro dell'Interno Angelino Alfano, "il nostro calcio è meno violento rispetto a quello, per esempio, di Germania e Inghilterra, secondo uno studio di un'importante università". 

Sarà, ma numeri e percezione generale ci inducono a pensare altro. E la stessa coniazione di nuovi termini per definire nuove 'categorie umane' in fondo è la migliore fotografia della dimensione del fenomeno. Se poi la parola, dall'ambiente linguistico originario, si sposta e viene utilizzata anche in altri contesti, vuol dire che il radicamento è saldo. «Fanno il daspo ai tifosi, va fatto il daspo ai politici che prendono le tangenti: mai più», tuonò il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il 16 maggio scorso: «Non lasceremo l’Expo in mano a chi prende tangenti». 

Daspati nel calcio, daspati in politica. In fondo, nulla di nuovo nel Belpaese.


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Lazio

venerdì 27 marzo 2015

Amoklauf e amok pilot, due neologismi per spiegare una strage

Andreas Lubitz, 28 anni, il copilota responsabile di aver deliberatamente distrutto l'aereo Germanwings portandosi via altre 149 persone in volo, in Germania è ormai un Amok-pilot, neologismo forgiato sul solco di quei matti che impugnano le armi nelle scuole e fanno stragi.

Lubitz, a detta di una sua amica, sarebbe vittima di un Amoklauf, termine che in Germania ha cominciato a diffondersi dopo una sparatoria in una scuola di Erfurt, nel 2002: da allora, le autorità scolastiche usano il termine per lanciare l'allarme e avvertire del pericolo di un’aggressione omicida.

Nel 2009, ha raccontato l'amica, Lubitz aveva sofferto di un esaurimento nervoso, era caduto in depressione e aveva dovuto interrompere per un po' l'addestramento da pilota. Ma aveva superato il momento. Unica spiegazione, un Amoklauf, un attacco improvviso di pazzia.

Amoklauf, Amok-pilot. Le due parole hanno una radice comune, Amok, termine di origine malese che indica un'esplosione improvvisa di violenza, una follia irrefrenabile che sfocia in un crimine. Una sindrome del tutto eccezionale che parrebbe proprio tipica delle regioni del Sud-est asiatico.

L'Amok sorgerebbe dopo un'offesa ricevuta e vissuta come intollerabile o, anche, per via dell'accumulo di tensioni che rende impossibile sopportarne altre. L'Amuk ha dei sintomi ben definiti: il soggetto colpito prima si chiude in sè stesso ed evita ogni tipo di relazioni, poi comincia ad aggredire i familiari e successivamente gli estrenei in un crescendo incontrollabile di furia omicida. Una violenza a cui seguirebbero poi fenomeni di amnesia e malinconico esaurimento. Il nome deriva dal grido del feroce cavaliere medioevale malese.

L'etnopsicoanalista George Devereux ha studiato questa sindrome mostrando come essa appartenga ad una serie di comportamenti culturali, cioè riconosciuti dalla cultura dei soggetti che li manifestano. 


Nel racconto omonimo del 1922, lo scrittore austriaco Stefan Zweig definisce l'Amok come un «accesso di monomania omicida» che si impadronisce all'improvviso di un uomo qualunque, spingendolo a colpire chiunque gli si pari dinanzi, ciecamente, in una «folle perseveranza rettilinea» cui soltanto l'estenuazione o la morte potranno infine porre termine.

martedì 24 marzo 2015

La corruzione non puzza, 'spuzza'

"La corruzione spuzza, la società corrotta spuzza e un cristiano che fa entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano, spuzza". Papa Francesco nel suo discorso a Scampia sabato 21 marzo, ricorre ancora una volta a un artificio linguistico perché la sua denuncia non cada inascoltata. Non inventa un vocabolo come capitato in passato, ma attinge al dialetto, perché "spuzza", con quella 's' i più che quasi fa pensare a un errore, possa vibrare le coscienze di chi lo ascolta.

Proprio a uno sbaglio, chissà, avranno pensato i responsabili della comunicazione vaticana che qualche ora più tardi hanno pensato di correggere il testo e tornare all'ordinario "puzza". Ma, siamo convinti, Papa Francesco era perfettamente consapevole della scelta del vocabolo.

"Spuzzare" termine dialettale delle regioni del Nord, è presente anche nel dialetto genovese. E qualche tempo fa, Bergoglio confessò in una intervista come da piccolo gli avessero insegnato "le parolacce in genovese". Il dialetto, le sue origini oriunde, i ricordi: c'è probabilmente molto di questo bagaglio di memorie di Papa Francesco all'origine del suo reinventare un linguaggio.


Articolo pubblicato sul Quotidiano del Lazio (link esterno) 

venerdì 13 marzo 2015

#ritagli - Auditorium: bando per nuovo ad, parlare l’italiano non è essenziale

Articolo di Paolo Fallia, Corriere della Sera Roma

 
C’è qualcosa di più sottile della sudditanza culturale nella smania di usare l’inglese – spesso a sproposito – quando potremmo parlare italiano. Ma adesso questa forma di supponente ignoranza, rivela una sua viralità infettiva nell’attività di governo. Pochi giorni fa il sindaco Ignazio Marino ha annunciato una «call internazionale» per trovare il prossimo amministratore delegato di Musica per Roma, l’azienda che gestisce e promuove le attività dell’Auditorium. Il prescelto, che dovrà sostituire Carlo Fuortes, nominato Sovrintendente all’Opera, avrà tempo fino al 22 aprile per presentare le proprie credenziali.

Una «procedura di selezione»Ma cos’è una «call»? Nient’altro che una «procedura di selezione di una rosa di candidati», come correttamente è scritto proprio sul sito del Comune di Roma. Ricerca estesa a candidati anche non italiani, com’è giusto, siamo o non siamo europei? Avrebbe avuto senso chiamarla «call» nella comunicazione all’estero, come sull’inserzione pubblicitaria che l’amministrazione ha pubblicato ieri sul Financial Times. Ma in Italia? La spiegazione la troviamo nel testo della «call», dove ci sono scritti i requisiti dei candidati, tipo «essere fisicamente idonei allo sviluppo delle funzioni» o «possedere i requisiti di moralità necessari».

Un «ottimo inglese», un italiano qualsiasiIl Comune chiede espressamente al candidato di «possedere un’ottima conoscenza della lingua inglese e una conoscenza dell’italiano». Frase che uno legge due volte per paura di essersi confuso: invece è tutto vero. Il candidato deve vantare un «ottimo» inglese, l’italiano basta che lo conosca. Cioè cerchiamo qualcuno che sia in grado di organizzare una press conference ma che si rivolga ai propri collaboratori chiedendo: «Dove essere Sala Petrassi?». Chiediamo a chi si candida di «essere dotato di una visione prospettica, lungimirante e di un’apertura intellettuale», ma sull’italiano basta che capisca quei barbari che si ostinano a usarlo. D’altronde la «call» è generosa con le promesse.
 

Wonderful RomeCosa offriamo? «Vita a Roma» recita il primo capitoletto «la capitale d’Italia e il principale centro culturale nel territorio nazionale». La città «che attrae turisti e artisti da tutto il mondo», quindi perché non venite per quattro anni a godervi questa pacchia? Il lavoro non è difficile, si tratta di gestire un’azienda che ha un budget di 25 milioni di euro e uno staff «di 70/100 persone». Potete farlo tranquillamente in inglese. Attenzione però, siamo tutti tenuti alla spending review, faremo un meeting su questo con tutti gli stakeholder, in questa wonderful Rome. Wow!

martedì 10 marzo 2015

Graccident sopravanza Grexit


Per la Grecia fuori dall'euro non si prospetterebbe più un 'Grexit', cioè la decisione di Atene di uscire dalla moneta unica. Ma una tale ipotesi potrebbe semmai essere il risultato di un incidente, di un errore. Ecco allora che il neologismo ora in voga è 'Graccident', crasi di Greece e accident.

Il termine circola sui media tedeschi da un paio di giorni e oggi lo riprende in un titolo anche Bild, uno dei maggiori quotidiani della Germania: "Shock-scenario: Graccident". "I greci finiranno fuori dall'euro per sbaglio?", si chiede il tabloid. 

Graccident sopravanza in queste ore il più noto e diffuso Grexit, combinazione delle parole Greece e exit, termine introdotto da Willem H. Buiter e Ebrahim Rahbar, capo analisiti di Citigroup, il 6 febbraio 2012. Grexit fu l'apripista di 'parole sorelle' per descrivere un fenomeno quale quello dell'uscita dalla famiglia europea. Come, ad esempio, Brexit introdotto per descrivere il dibattito intorno alla decisione del Regno Unito di lasciare l'Unione Europea.

Il tempo stringe, "i debiti aumentano, le entrate fiscali diminuiscono, in più un governo radicale dai discorsi altisonanti non ha un piano", è l'analisi. "A Bruxelles la parola che fa paura adesso è 'Graccident', un'uscita dalla moneta unica non intenzionale (...) per un incidente politico, o per sbaglio".

Bild traccia uno scenario in diverse fasi. Supponendo che le trattative con l'Europa falliscono, ecco cosa potrebbe accadere in rapida successione.

I Paesi dell'eurozona non concedono più crediti ai greci, la Bce proibisce le aste a breve e chiude i rubinetti, la Grecia finisce in un caos finanziario e i correntisti ellenici, per paura di un'uscita dall'euro, svuotano i loro conti in banca. Il governo a quel punto non riesce più a pagare pensioni e stipendi e le banche chiudono. Una situazione di fronte alla quale il premier Alexis Tsipras potrebbe annunciare l'uscita dall'euro reintroducendo nel paese la dracma. "Tutto questo è ancora uno scenario - conclude Bild - ma esperti a Bruxelles concordano: un Graccident è vicino".

domenica 1 marzo 2015

#ritagli - "Fratelli d'Italia": l'inno è roba da maschi

Articolo di Caterina Soffici, Il Fatto Quotidiano


In una classifica stilata dagli esperti di Data Journalism del Guardian, Alberto Nardelli e Ami Sedghi, l'inno nazionale italiano è risultato il più sessista di tutti, assieme a quello turco e canadese. Niente di nuovo, quando si parla di sessismo e di Italia. Ma questa volta siamo fuori dallo stereotipo e della chiacchiera, perché il Data Journalism è quel filone del giornalismo, in voga soprattutto nei paesi anglosassoni, che grazie a particolari software permette di analizzare una enorme massa di dati, per compararli e creare delle fonti non ottenibili in altri modi. Ecco quindi che, prese le parole di tutti gli inni nazionali e messe nel cervellone, il responso è stato questo.

La ricerca è partita dopo che in Canada, un gruppo di parlamentari progressisti ha chiesto formalmente la modifica in senso più neutrale dell'inno nazionale 'O Canada', perché ritenuto troppo maschilista. La proposta si è per ora arenata per l'opposizione dei conservatori. E non è comunque il primo tentativo di cambiare gli inni nazionali, vecchi spesso più di un secolo. Tentativi talvolta sono andati a buon fine, come nel caso dell'inno austriaco che è stato modificato nel 2012 dopo proteste analoghe legate ai richiami sessisti. Così i "figli" della prima strofa sono diventati "figli e figlie" e i "cori fraterni" sono ora "cori di giubilo". Altre volte invece le richieste di maggiore neutralità non hanno avuto successo. Come quella promossa nel 2010 da una donna del Costa Rica, che ha provato inutilmente a convincere la Corte Suprema a cambiare l'inno nazionale, ma la sua accusa di sessismo è stata respinta.

Il criterio della "neutralità" delle parole è quello usato dai due giornalisti del Guardian. Quando un inno usa solo "uomo" quando sarebbe possibile usare anche "donna", viene etichettato come "fortemente sessista". I "fratelli d'Italia" sono finiti nel mirino, perché sarebbe possibile sostituirli o aggiungerci le "sorelle". Lo stesso vale per gli inni di Canada e Turchia, anch'essi catalogati come "sessisti", perché si parla di "uomini" e di "figli", omettendo le "donne" e le "figlie". Nella griglia che risulta dalla ricerca del Guardian, l'Italia guida quindi la classifica. Seguono Germania e Russia, che si riferiscono alla patria come vaterland, terra dei padri (quindi maschile). Poi Brasile e Portogallo, Stati Uniti e la Turchia.

La Gran Bretagna è considerata un paese neutro, perché l'inno cambia a seconda del genere del sovrano. 'God save the Queen' o 'the King', a seconda di chi è sul trono. Neutri sono anche Francia, Australia, Serbia, Cina, Polonia e la versione Maori dell'inno neozelandese (perché i pronomi nella lingua maori sono neutri, mentre la stessa versione inglese è considerata maschilista).
 

Possono sembrare questioni di lana caprina, ma le parole hanno un peso e l'uso che se ne fa anche. Modificare il modo in cui si usano le parole significa anche modificare l'approccio a certi temi e alla fine anche la mentalità comune. Un esempio per tutti: da quando il politicamente corretto ha vietato l'uso di "negro", la parola stessa ha assunto un connotato razzista. Chi la usa lo fa con l'intento di offendere, mentre prima che entrassero in vigore le espressioni "nero", "di colore", "afroamericano" etc. (considerate parole neutre) era un parola che si usava per definire una persona nera di pelle. Il discorso sugli inni è simile.

Se il nostro inno diventasse "Fratelli e sorelle d'Italia", saremmo un paese più civile e meno sessista? Difficile dirlo. "Il linguaggio in sé è sempre parziale e discriminatorio", scrivono al Guardian, "non solo in termini di sessismo". E se in Svezia i puristi hanno vinto una battaglia per l'introduzione del pronome neutro "hen", al posto di "hon" (lei) e "han" (lui), rimane aperta la questione se il politicamente corretto abbia veramente una funzione sociale.

mercoledì 25 febbraio 2015

#ritagli - Niente inglese siamo italiani

Articolo di Vera Schiavazzi, Repubblica


Non dite benchmark, buyer o cheap quando invece potreste pronunciare parole come aulico, destrezza, gabbare o voluttà. La petizione lanciata da Anna Maria Testa, "Dillo in italiano" ha già superato su Change 55.000 firme. Chiede all'Accademia della Crusca di farsi portavoce perché dal governo in giù, senza dimenticare i media e le imprese, chiunque pronunci o scriva parole destinate in qualche modo a un uso "ufficiale" usi la lingua nazionale. E arriva proprio mentre le campagne istituzionali dell'Italia culturale, del sito VeryBello!, della città di Roma con Rome&You e perfino della Marina militare attirano critiche in Italia e all'estero. Perfino il Telegraph ha massacrato la pubblicità per chi vuol diventare marinaio, col suo slogan "Be cool and join the navy" ( già oggetto di sguaiate ripetizioni gergali), tacciandola di un uso «sbagliato e provinciale» dell'inglese al posto della lingua più bella del mondo.

Così, l'Accademia della Crusca risponde: «Non siamo insensibili a questo grido di dolore e non lo faremo cadere - spiega il presidente Claudio Marazzini - il problema ha tante facce, dalla lingua scientifica a quella della politica. Ci ha colpito il ragionamento della Testa secondo la quale chi usa parole inglesi pensa di ottenere una ricaduta migliore ma in realtà contribuisce a far disimparare le parole italiane a tanta gente comune: da location invece di sito fino ai ragazzi che imparano a dire buffer per la memoria tampone del computer. E io aggiungo: come si può evitare voluntary disclosure per chi denuncia i propri abusi sulle tasse? Forse non con "autodenuncia fiscale", che fa paura, ma con un'altra espressione italiana...». E Marazzini, che ha appena concluso un convegno sul tema insieme a francesi, spagnoli e catalani, ammette che tra le lingue romanze l'italiano sembra in effetti quella più permeabile alle influenze straniere.

Non tutti pensano che l'autodifesa di un italiano "duro e puro" sia la battaglia principale da fare. Tullio De Mauro comincia dai nomi: «Non si deve dire anglicismo, parola arrivata nel Settecento e ormai di uso comune, derivata dall'inglese, ma semmai anglismo. Altrimenti si parte a combattere con un'arma già spuntata». E chiarito questo punto di principio, il linguista insiste: «Jobs act è uno slogan, non il nome della legge. 'È vero che la presenza degli anglismi continua a crescere, ma bisogna analizzare dove e come: nel giornalismo, e lo si può capire, e anche nella conversazione di molti dirigenti intermedi delle aziende, che poi magari arrivano a dirigerle e a fame un uso inutile e fastidioso. Non appena ci spostiamo dove la scrittura e il linguaggio sono più sorvegliati vediamo che gli anglismi cadono di colpo, restando solo per parole ovvie come bar, sport o film, che sono patrimonio comune». De Mauro ricorda che gli italianismi in un dizionario inglese sono molto più numerosi degli anglismi in quelli italiani: «Le lingue di maggiore successo sono le più aperte, oserei dire scollacciate a tutte le intrusioni, come l'americano che accoglie ispanismi, italianismi, giapponesismi...». E conclude: «Avremo una lingua comune, verosimilmente l'inglese, se e quando l'Europa diventerà una grande democrazia che elegge il suo governo. Ma comune non vuol dire unica, proprio come l'inglese non lo è né in Svezia né in India, dove attraversa insieme all'hindi tutto il paese senza per questo cancellare le altre».

Anche Mario Cannella, curatore del Vocabolario di lingua italiana Zanichelli, spiega come su 130.000 parole inserite nel 2015 solo il 3 per cento arrivi da altre lingue, tra le quali l'angloamericano è certamente prevalente. «Il criterio - dice Cannella - è estremamente empirico. Si fa una valutazione sul tempo, sull'uso e sull'estensione di un vocabolo, com'è sempre stato nella storia da patata, che arriva dallo spagnolo, a sauna, derivato da una lingua urofinnica. Come foulard, carillon o brioche, termini francesi che tutti usiamo senza neanche farci più caso». C'è parola e parola: «Ovviamente anche le parole italiane vengono usate in tutto il mondo in alcuni settori, come la musica o la gastronomia. Sono prestiti, che noi definiamo "di necessità" o "di lusso". Sono necessari quando riguardano un oggetto che ha proprio quel nome, senza un equivalente, come iceberg o guardrail. E possono essere di lusso, come weekend, quando la parola italiana invece c'è, ed è fine settimana, ma ormai non può più sostituire quella inglese». Chi fa i vocabolari cerca di scommettere su parole che resteranno in uso per almeno venti, trent'anni, quasi mai su termini recentissimi. Con qualche eccezione, come selfie, impostosi nel 2013, che è entrato a vele spiegate nello Zanichelli 2015 perché, a ben vedere, non ha lo stesso significato di autoscatto. Cannella chiede che l'italiano sia insegnato e sostenuto con maggiore enfasi, e proprio per questo ha scritto con altri curatori il vocabolario della parole da salvare.

Proprio come il linguista Gianluigi Beccaria, che arriverà tra qualche giorno in libreria con "Lingua madre" (Mulino), scritto con lo storico Andrea Graziosi di opinione opposta. «Sono preoccupato soprattutto per l'adozione dell'inglese come lingua unica in molte università, a cominciare da Politecnici e facoltà di matematica - dice Beccaria - Ormai anche colleghi come Tullio De Mauro ritengono che l'inglese possa in qualche modo diventare una lingua di tutti. Io invece penso che l'italiano si stia rivelando un colabrodo se confrontato a lingue come il francese. Occorre insegnarlo meglio e renderlo nuovamente internazionale». Utilizzare costantemente termini inglesi è per Gianluigi Beccaria «una forma dove convivono snobismo e provincialismo», e sarebbe assai meglio abbandonarla. 

Controprova? Anche la pubblicità usa, per lo più, poche forme straniere al di fuori di quelle ovvie, come yes o ok. «Il nostro problema - spiega Marco Fanfani, amministratore delegato di TBWA, agenzia pubblicitaria con clienti come Eni, Nissan o McDonald's - è quello di farci capire da tutti. Per questo è ben raro che negli slogan degli spot più importanti si trovino termini inglesi complicati». Invece, le parole straniere sono di uso comune nei titoli dei prodotti: «Da noi in Italia molte grandi compagnie telefoniche chiamano con parole non italiane le formule dei loro abbonamenti - dice Fanfani - e lo stesso si fa col nome delle macchine. Altrettanto succede con l'italiano in altre parti del
mondo
». Non è la pubblicità, insomma, almeno per ora, il terreno degli anglismi. «E anche nel linguaggio - sottolinea Fanfani - può nascondere snobismo o una forma di ostentazione. A meno che non sí usino termini ovvi, proprio come ok».

domenica 22 febbraio 2015

#ritagli - La Svezia e i pregiudizi. Cambiano i nomi degli uccelli «razzisti»

Articolo di Luca Mastrantonio, Corriere della Sera

In Svezia i profeti del politicamente corretto stanno alzando il tiro, almeno a livello altimetrico: il nuovo campo in cui vogliono abbattere i pregiudizi linguistici è l'ornitologia.


La Società di appassionati di uccelli svedese (www.sofnet.org) ha stilato la prima guida ufficiale dei nomi dati alle oltre 10mila specie di uccelli, bandendo quelli ritenuti «razzisti»: in cima all'indice i nomi proibiti tutti quelli in cui è ravvisabile il riferimento alla parola «negro» («neger»), come il «Negerfink skrotas», dove va sostituita con «nero» («svart»), sulla scorta di quanto si fa in America. 

Molte parole censurate arrivano dal Sudafrica, dove durante l'Apartheid i neri venivano definiti «color caffè» dai bianchi, in senso dispregiativo; è stato cancellato anche il «Hottentott», che rimanda a un'etnia indigena sudafricana, i Khoikhoi (significa «veri uomini»), espressione risalente all'era coloniale, quando gli olandesi chiamavano così chi balbetta («hottentots»), e che oggi suona offensiva (sotto, l'anatra ottentotta). Un'altra parola sbianchettata è «Zigenartàgel», cioè «Uccello zingaro» (nella foto sopra), che diventa «Iloatzin», nome inglese di uccello tropicale diffuso tra i bacini del Rio delle Amazzoni e del fiume Orinoco in Sud America. Continua così in Svezia la caccia alle parole razziste. 

Nei giorni scorsi, è stata annunciata la riscrittura dei libri di Pippi Calzelunghe, avallata dalla figlia della scrittrice che ha creato la ribelle dai capelli rossi, cioè Astrid Lindgren (1907- 2002): li padre di Pippi, marinaio «Re dei negri» («Negerkónig») diventa «Re dei Mari del Sud». 

Un anno fa finì nel mirino dei consumatori svedesi la confezione «Skipper mix» della tedesca Haribo raffigurante i bottini di un altro marinaio, tra cui delle maschere africane dí liquirizia, che vennero tolte dopo le proteste. Crociate buoniste? Di certo ha sempre meno senso sorprendersi che l'Accademia di Svezia non dia il Nobel a Philip Roth, per cui il politicamente corretto è uno dei mali del nostro tempo.

lunedì 16 febbraio 2015

#ritagli - L'abc della lingua che non c'è

Articolo di Valeria Arnaldi, Il Messaggero

"Mathchomaroon, hash yer dothraechek asshekh?". Nessun errore di battitura, né, come si potrebbe pensare dal suono tutt'altro che delicato, un codice bellico, ma un semplice "Ciao, come stai oggi?". In Dothraki, però. Ossia, una lingua che non esiste, nel senso canonico del termine, ma si parla. Il Dothraki è stata costruita a tavolino - e ad arte - da David J. Peterson, per la serie tv "Game of Thrones". Per dare concretezza alla cultura del popolo Dothraki, i produttori non si sono accontentati di un accostamento di suoni, ma hanno voluto un vero linguaggio. E per idearlo hanno chiamato un professionista del settore. E sì perché, proprio di settore si parla quando si tratta di nuove lingue. Peterson è membro della Language Creanon Society, fondata nel 2007 per riunire i conlanger, costruttori di lingue appunto. Per il Dothraki, fu indetto un concorso, che l'autore vinse, con un lavoro dí 180 pagine, dizionario e audio per la pronuncia. Quanto basta per dire "Athdavrazar!", ossia "Eccellente!".

LE ORIGINI
Se il Dothraki è diventato un fenomeno, con tanto di fan e cultori, rimane però solo una delle tante lingue ideate da letteratura, cinema, televisione e perfino giocattoli, fumetti e videogame. Il conlang ha, infatti, radici antiche. E decisamente colte. A tenere a battesimo il genere sarebbe stata addirittura santa Ildegarda von Bingen, autrice nel XII secolo della Lingua Ignota, sistema alfabetico di 23 lettere, forse concepito come schema musicale, o, invece, come strumento per consentire a tutti gli uomini di comunicare. Tra gli ideatori di lingue artificiali va inserito Dante, che se è considerato il padre della lingua italiana, lo è anche a pieno titolo, di quella infernale, che ha lasciato intuire nella Divina Commedia con un solo, ma significativo, verso, "Pape Satàn, Pape Satàn, aleppe", secondo alcune interpretazioni completamente inventato, secondo altre con chiare radici etimologiche. Comunque, una lingua "nuova" che non esisteva prima che le desse vita la fantasia dell'autore.

LA TERRA DI MEZZO

J.R.R. Tolkien, autore di capolavori come "Il Signore degli anelli" e dei linguaggi della Terra di Mezzo, parlò della passione per il conlang nel saggio "Il vizio segreto". Professore di inglese antico e moderno a Oxford, confessò che l'invenzione di quei mondi era stata solo un modo per dare un contesto reale alle sue "nuove" parole. Howard Phillips Lovecraft rese famosa l'Aklo nel Ciclo di Cthulhu. George Orwell, per il suo "1984", inventò la neolingua, di cui illustrò i principi cardine in un'apposita appendice. Finalità di questo linguaggio era irreggimentare il pensiero, impedendo eresie rispetto alla visione ufficiale. Dall'Utopiano di Tommaso Maro al Babel-17 di Samuel R. Delany, dall'Enochiano utilizzato da Edward Kelley per parlare con gli angeli al Nadsat ideato da Anthony Burgess per "Arancia Meccanica", tra filosofia e romanzo, sono varie le lingue che la letteratura ha sentito bisogno e desiderio di creare per parlare di nuovi concetti o mondi. Non solo romanzi. Inventati sono anche alcuni linguaggi dei fumetti, dal Kryptoniano degli abitanti del pianeta di Superman al Syldaviano di Tintin.

BASIC GALATTICO
E se i fumetti hanno fatto loro il trend, il passaggio dal libro allo schermo è stato decisamente ricco, a partire dalla fantascienza. "Star Wars" usa il Basic Galattico Standard come lingua comune, nata dalla commistione di antichi linguaggi della Terra. "Star Trek" vanta ben quattro lingue artificiali, dal Vulcaniano al Klingon, dal Romulano alla Linguacode, lingua comune della Federazione. Il Cityspeak di "Biade Runner" mescola spagnolo, tedesco, giapponese, ungherese e francese per creare la lingua del futuro. La proiezione era al 2019, come dialetto di strada. Ma già da anni il Cityspeak si usa in giochi di ruolo cyberpunk. Al fascino dell'ideazione non resiste il mondo animato. L'Atlantiano del film Disney "Atlantis, l'impero perduto" è ideazione e idealizzazione di un'ipotetica lingua madre comune a tutti, con una propria grammatica. Porta la firma Disney anche il Flatula, citato nel lungometraggio "Il pianeta del tesoro". Non avrà un suo vocabolario, ma di certo ha metrica e pronuncia originali, il Balenese usato da Dory in "Alla ricerca di Nemo". Impossibile per piccoli fan - e per i loro genitori - dimenticare il linguaggio fatto di suoni del pinguino Pingu.

I MESSAGGI
E se inventare una lingua è un gioco, o quasi, da ragazzi, perché non farne anche dei giocattoli? Il pupazzo interattivo Furby parla il Furbish, insieme di vocaboli di più derivazioni. "Essere" si dice "boh", quanto basta per riflettere sui messaggi insiti nelle diverse sintassi. Il simlish è il linguaggio artificiale del videogame The Sims - compare anche in SimCity 4 - nato dall'incontro di più lingue moderne. L'Albhed è usato dalla popolazione omonima in "Final Fantasy X". Ancora, teatro e musica. Dario Fo sul palco ha portato il Grammelot, che unisce suoni e parole a simulare una lingua straniera. Adriano Celentano l'ha usato in musica per "Prisencolinensinainciusol". In musica pure il Vonlenska, ideato dagli islandesi Sigur Ròs. Storia e politica non sono state da meno per tentativi. Uno per tutti l'esperanto. La prima regola della fantasia è avere mille le vocabolari.  

venerdì 13 febbraio 2015

Troika cancellata, amaro destino di una parola poco amata

"La Troika non esiste più", ha spiegato ieri sera il premier greco Alexis Tsipras confermando il pensiero già chiaramente espresso dopo aver vinto le elezioni politiche: "La Troika è finita".

La cancellazione del termine troika è infatti uno dei punti fermi dell'accordo raggiunto tra il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, e Alexis Tsipras. Sparisce la parola 'Troika' dai comunicati sulla Grecia e comparirà il più generico 'istituzioni'. 

Una questione di forma più che di sostanza, visto che i tecnici incaricati di lavorare con i greci per il negoziato sul piano di salvataggio provengono proprio da UE, Fmi e Bce, ovvero le tre istituzioni che compongono la Troika.

Solo sfumature linguistiche? Nel laborioso compromesso politico anche le parole giocano un ruolo determinante. Oltre, al termine Troika, sarebbe stato infatti deciso di eliminare dai comunicati ufficiali anche 'estensione' (relativo al piano di salvataggio della Grecia) parola che aveva fatto naufragare una prima bozza di accordo tra lo stesso Dijsselbloem e il ministro Varoufakis. Meglio espressioni più soft come 'valutazione tecnica', 'terreno comune', 'programma di assistenza attuale', 'piani del governo greco'. Insomma, l'eliminazione di troika si porta dietro la cancellazione (quantomeno virtuale) di tutto il prepotente bagaglio linguistico inviso dai cittadini dei Paesi colpiti dalla crisi: austerità, neoliberismo, falchi (soprattutto, tedeschi).

Potrebbe dunque tramontare velocemente il termine troika nel senso più diffuso con cui viene ormai usato, cioè quell'organismo formato da rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale incaricati di verificare il rispetto dei programmi di risanamento dei conti pubblici e di riforme economiche dei Paesi europei che si trovano sotto assistenza. Troika (dal russo trojka, 'terzina' o 'terzetto') si afferma in tal senso dal 2010 e da allora acquista una precisa connotazione nelle vicende economiche europee, odiato dall'opinione pubblica dei Paesi dall'alto debito pubblico, baluardo a difesa del rigore e del rispetto delle regole per classe politica e cittadini dei Paesi nordeuropei.

Alexis Tsipras dovrà ancora molto lavorare per tirar fuori dalla crisi il suo Paese, ma intanto un risultato lo ha già raggiunto: l'eliminazione della parola troika non è solo un fatto linguistico ma rappresenta anche una chiara indicazione politica.

giovedì 12 febbraio 2015

#ritagli - RoMe & You, un'altra violenza alla città eterna

Articolo di Francesco Merlo, la Repubblica


Con RoMe & You il Comune di Roma, anzi il Comune di Rome, va al di là del solito inglese sparlato e violenta la parola italiana più antica e più famosa nel mondo. Il nuovo logo ufficiale non si limita infatti ad assecondare il sempre più struggente americanismo del sindaco. Vale a dire il sordiano "uatzamerican" che è il complesso di inferiorità della provincia. Per dirla con il linguaggio dei creativi che lo hanno inventato, RoMe & You tradisce anche il brand più efficace che esista, l'unico che era rimasto ad un'amministrazione che non riesce a garantire l'ordinaria manutenzione della città, neppure quella - gratis - del nome. E meno male che non dipende da Marino, altrimenti avremmo anche la City del Vaticano.

Come si vede, quel nome in inglese è un dettaglio ridicolo e facilmente ridicolizzabile, ma che ci prende alla gola perché c'è davvero, in Rome, oltre il pacchiano e la caricatura, il diavolo d'Italia. Rome è il punto d'arrivo di un lungo oltraggio che la politica ha commesso contro la città più bella del mondo, rendendola via via corrotta, infetta, ladrona... e da ultimo anche mafiosa. Solo il nome restava da vilipendere, da tradurre per tradire. E non si tratta qui di evocare la retorica della lupa e gli avvocati della romanità di cartapesta, a partire da Giulio Cesare, anche quello di Asterix, disegnato come una statua ma con il prezzemolo in testa al posto dell'alloro, e poi Napoleone e i Papi, Dante e Goethe, Sartre e la famiglia Kennedy, Audrey Hepburn e Arturo Reghini, matematico e studioso della tradizione ermetica, al quale si deve l'anagramma triangolare: roma, orma, amor.

Il punto è che una volta che dici Roma non c'è altro da dire. E dunque era già orribile quell'aggettivo "capitale" che l'allora sindaco Alemanno aggiunse come un gagliardetto di latta alle insegne del Campidoglio, lo mise nella carta intestata, sui manifesti, sulle fiancate degli autobus, nelle locandine dei teatri. Persino la marcia su Roma, che pure gli era cara, divenne la marcia su Roma capitale. Non capiva, povero Alemanno, che Roma è già tutta nel suo nome, un luogo che «solo cambiandogli nome, possiamo smarrire» diceva Benjamin. Immaginate come sarebbe diventato il titolo più famoso della storia del cinema: "Roma capitale città aperta". Insomma qualsiasi aggiunta impoverisce il nome Roma. Ed è una superbia della storia ma anche una dannazione del presente, come ben sapevano il Pasolini di Mamma Roma, il Gadda del Pasticciaccio, il Pirandello del Fu Mattia Pascal, e ovviamente Moravia che la usò come fondale di tutte le sue opere. E infatti la lingua inglese dice Rome ma ama Roma, perché c'è Roma nella grande Hollywood e nelle fiction della tv americana (la serie viene regolarmente rimessa in onda), c'è Roma nell'architettura di tutte le città del mondo, dal Campidoglio di Washington a quello indiano di Chandigarh, c'è Roma nell'aquila bicipite di Mosca (che nasce come terza Roma; la seconda era Istanbul ); c'è Roma in ogni colonna e in ogni cupola del pianeta... E nella musica persino il perfido Wagner si dilettò a raccontare Roma.

Da un lato dunque il sindaco Marino ha fatto molto bene a cancellare la parola "capitale" dicendo lucidamente che «Roma è Roma e non ha bisogno di altri attributi o aggettivi». Ma si è poi perduto consegnandosi, con affidamento diretto e non per concorso, al blasone di Inarea di Antonio Romano, una grande agenzia di grafica, ovviamente anglofona (Identity and Design Network) la stessa che ha curato l'immagine istituzionale di Eni, Rai (la farfallina), Cgil (il quadratino rosso), Acea, Aci, Alenia, Atm, Anci, Finmeccanica, Figc, Generali e persino Equitalia. Insomma Marino ha scelto il re delle committenze pubbliche. E però, questi sapientoni della pubblicità hanno imbrattato una parola che in due sillabe racchiude l'intero mondo e ora si sentono intelligentissimi perché il logo esalta il ME&YOU contenuto in
RoMe & You , che per la verità è un poverissimo gioco di parole, e in un inglese per di più sporco.

E che al Comune nessun abbia capito niente lo si evince ancora una volta dal maltrattamento della lingua, dalla oscurità maccheronica della loro prosa: «Il logo è relazionale», «l'obiettivo è la sottolineatura comunicativa», il senso è «la riscoperta della natura inclusiva e comunitaria della città», «la dimensione è dialogica». Ecco, forse questa volta era meglio imbrattarsi con l'inglese. La mia speranza è che i creativi di Inarea siano stati più realisti del re, eccessivamente zelanti con il sindaco. Sanno infatti che Marino ha una sola grande debolezza ed è il sentirsi uomo di mondo, lo stesso male di cui soffriva Totò. L'uno militare a Cuneo el'altro chirurgo a Pittsburgh.