mercoledì 25 febbraio 2015

#ritagli - Niente inglese siamo italiani

Articolo di Vera Schiavazzi, Repubblica


Non dite benchmark, buyer o cheap quando invece potreste pronunciare parole come aulico, destrezza, gabbare o voluttà. La petizione lanciata da Anna Maria Testa, "Dillo in italiano" ha già superato su Change 55.000 firme. Chiede all'Accademia della Crusca di farsi portavoce perché dal governo in giù, senza dimenticare i media e le imprese, chiunque pronunci o scriva parole destinate in qualche modo a un uso "ufficiale" usi la lingua nazionale. E arriva proprio mentre le campagne istituzionali dell'Italia culturale, del sito VeryBello!, della città di Roma con Rome&You e perfino della Marina militare attirano critiche in Italia e all'estero. Perfino il Telegraph ha massacrato la pubblicità per chi vuol diventare marinaio, col suo slogan "Be cool and join the navy" ( già oggetto di sguaiate ripetizioni gergali), tacciandola di un uso «sbagliato e provinciale» dell'inglese al posto della lingua più bella del mondo.

Così, l'Accademia della Crusca risponde: «Non siamo insensibili a questo grido di dolore e non lo faremo cadere - spiega il presidente Claudio Marazzini - il problema ha tante facce, dalla lingua scientifica a quella della politica. Ci ha colpito il ragionamento della Testa secondo la quale chi usa parole inglesi pensa di ottenere una ricaduta migliore ma in realtà contribuisce a far disimparare le parole italiane a tanta gente comune: da location invece di sito fino ai ragazzi che imparano a dire buffer per la memoria tampone del computer. E io aggiungo: come si può evitare voluntary disclosure per chi denuncia i propri abusi sulle tasse? Forse non con "autodenuncia fiscale", che fa paura, ma con un'altra espressione italiana...». E Marazzini, che ha appena concluso un convegno sul tema insieme a francesi, spagnoli e catalani, ammette che tra le lingue romanze l'italiano sembra in effetti quella più permeabile alle influenze straniere.

Non tutti pensano che l'autodifesa di un italiano "duro e puro" sia la battaglia principale da fare. Tullio De Mauro comincia dai nomi: «Non si deve dire anglicismo, parola arrivata nel Settecento e ormai di uso comune, derivata dall'inglese, ma semmai anglismo. Altrimenti si parte a combattere con un'arma già spuntata». E chiarito questo punto di principio, il linguista insiste: «Jobs act è uno slogan, non il nome della legge. 'È vero che la presenza degli anglismi continua a crescere, ma bisogna analizzare dove e come: nel giornalismo, e lo si può capire, e anche nella conversazione di molti dirigenti intermedi delle aziende, che poi magari arrivano a dirigerle e a fame un uso inutile e fastidioso. Non appena ci spostiamo dove la scrittura e il linguaggio sono più sorvegliati vediamo che gli anglismi cadono di colpo, restando solo per parole ovvie come bar, sport o film, che sono patrimonio comune». De Mauro ricorda che gli italianismi in un dizionario inglese sono molto più numerosi degli anglismi in quelli italiani: «Le lingue di maggiore successo sono le più aperte, oserei dire scollacciate a tutte le intrusioni, come l'americano che accoglie ispanismi, italianismi, giapponesismi...». E conclude: «Avremo una lingua comune, verosimilmente l'inglese, se e quando l'Europa diventerà una grande democrazia che elegge il suo governo. Ma comune non vuol dire unica, proprio come l'inglese non lo è né in Svezia né in India, dove attraversa insieme all'hindi tutto il paese senza per questo cancellare le altre».

Anche Mario Cannella, curatore del Vocabolario di lingua italiana Zanichelli, spiega come su 130.000 parole inserite nel 2015 solo il 3 per cento arrivi da altre lingue, tra le quali l'angloamericano è certamente prevalente. «Il criterio - dice Cannella - è estremamente empirico. Si fa una valutazione sul tempo, sull'uso e sull'estensione di un vocabolo, com'è sempre stato nella storia da patata, che arriva dallo spagnolo, a sauna, derivato da una lingua urofinnica. Come foulard, carillon o brioche, termini francesi che tutti usiamo senza neanche farci più caso». C'è parola e parola: «Ovviamente anche le parole italiane vengono usate in tutto il mondo in alcuni settori, come la musica o la gastronomia. Sono prestiti, che noi definiamo "di necessità" o "di lusso". Sono necessari quando riguardano un oggetto che ha proprio quel nome, senza un equivalente, come iceberg o guardrail. E possono essere di lusso, come weekend, quando la parola italiana invece c'è, ed è fine settimana, ma ormai non può più sostituire quella inglese». Chi fa i vocabolari cerca di scommettere su parole che resteranno in uso per almeno venti, trent'anni, quasi mai su termini recentissimi. Con qualche eccezione, come selfie, impostosi nel 2013, che è entrato a vele spiegate nello Zanichelli 2015 perché, a ben vedere, non ha lo stesso significato di autoscatto. Cannella chiede che l'italiano sia insegnato e sostenuto con maggiore enfasi, e proprio per questo ha scritto con altri curatori il vocabolario della parole da salvare.

Proprio come il linguista Gianluigi Beccaria, che arriverà tra qualche giorno in libreria con "Lingua madre" (Mulino), scritto con lo storico Andrea Graziosi di opinione opposta. «Sono preoccupato soprattutto per l'adozione dell'inglese come lingua unica in molte università, a cominciare da Politecnici e facoltà di matematica - dice Beccaria - Ormai anche colleghi come Tullio De Mauro ritengono che l'inglese possa in qualche modo diventare una lingua di tutti. Io invece penso che l'italiano si stia rivelando un colabrodo se confrontato a lingue come il francese. Occorre insegnarlo meglio e renderlo nuovamente internazionale». Utilizzare costantemente termini inglesi è per Gianluigi Beccaria «una forma dove convivono snobismo e provincialismo», e sarebbe assai meglio abbandonarla. 

Controprova? Anche la pubblicità usa, per lo più, poche forme straniere al di fuori di quelle ovvie, come yes o ok. «Il nostro problema - spiega Marco Fanfani, amministratore delegato di TBWA, agenzia pubblicitaria con clienti come Eni, Nissan o McDonald's - è quello di farci capire da tutti. Per questo è ben raro che negli slogan degli spot più importanti si trovino termini inglesi complicati». Invece, le parole straniere sono di uso comune nei titoli dei prodotti: «Da noi in Italia molte grandi compagnie telefoniche chiamano con parole non italiane le formule dei loro abbonamenti - dice Fanfani - e lo stesso si fa col nome delle macchine. Altrettanto succede con l'italiano in altre parti del
mondo
». Non è la pubblicità, insomma, almeno per ora, il terreno degli anglismi. «E anche nel linguaggio - sottolinea Fanfani - può nascondere snobismo o una forma di ostentazione. A meno che non sí usino termini ovvi, proprio come ok».

domenica 22 febbraio 2015

#ritagli - La Svezia e i pregiudizi. Cambiano i nomi degli uccelli «razzisti»

Articolo di Luca Mastrantonio, Corriere della Sera

In Svezia i profeti del politicamente corretto stanno alzando il tiro, almeno a livello altimetrico: il nuovo campo in cui vogliono abbattere i pregiudizi linguistici è l'ornitologia.


La Società di appassionati di uccelli svedese (www.sofnet.org) ha stilato la prima guida ufficiale dei nomi dati alle oltre 10mila specie di uccelli, bandendo quelli ritenuti «razzisti»: in cima all'indice i nomi proibiti tutti quelli in cui è ravvisabile il riferimento alla parola «negro» («neger»), come il «Negerfink skrotas», dove va sostituita con «nero» («svart»), sulla scorta di quanto si fa in America. 

Molte parole censurate arrivano dal Sudafrica, dove durante l'Apartheid i neri venivano definiti «color caffè» dai bianchi, in senso dispregiativo; è stato cancellato anche il «Hottentott», che rimanda a un'etnia indigena sudafricana, i Khoikhoi (significa «veri uomini»), espressione risalente all'era coloniale, quando gli olandesi chiamavano così chi balbetta («hottentots»), e che oggi suona offensiva (sotto, l'anatra ottentotta). Un'altra parola sbianchettata è «Zigenartàgel», cioè «Uccello zingaro» (nella foto sopra), che diventa «Iloatzin», nome inglese di uccello tropicale diffuso tra i bacini del Rio delle Amazzoni e del fiume Orinoco in Sud America. Continua così in Svezia la caccia alle parole razziste. 

Nei giorni scorsi, è stata annunciata la riscrittura dei libri di Pippi Calzelunghe, avallata dalla figlia della scrittrice che ha creato la ribelle dai capelli rossi, cioè Astrid Lindgren (1907- 2002): li padre di Pippi, marinaio «Re dei negri» («Negerkónig») diventa «Re dei Mari del Sud». 

Un anno fa finì nel mirino dei consumatori svedesi la confezione «Skipper mix» della tedesca Haribo raffigurante i bottini di un altro marinaio, tra cui delle maschere africane dí liquirizia, che vennero tolte dopo le proteste. Crociate buoniste? Di certo ha sempre meno senso sorprendersi che l'Accademia di Svezia non dia il Nobel a Philip Roth, per cui il politicamente corretto è uno dei mali del nostro tempo.

lunedì 16 febbraio 2015

#ritagli - L'abc della lingua che non c'è

Articolo di Valeria Arnaldi, Il Messaggero

"Mathchomaroon, hash yer dothraechek asshekh?". Nessun errore di battitura, né, come si potrebbe pensare dal suono tutt'altro che delicato, un codice bellico, ma un semplice "Ciao, come stai oggi?". In Dothraki, però. Ossia, una lingua che non esiste, nel senso canonico del termine, ma si parla. Il Dothraki è stata costruita a tavolino - e ad arte - da David J. Peterson, per la serie tv "Game of Thrones". Per dare concretezza alla cultura del popolo Dothraki, i produttori non si sono accontentati di un accostamento di suoni, ma hanno voluto un vero linguaggio. E per idearlo hanno chiamato un professionista del settore. E sì perché, proprio di settore si parla quando si tratta di nuove lingue. Peterson è membro della Language Creanon Society, fondata nel 2007 per riunire i conlanger, costruttori di lingue appunto. Per il Dothraki, fu indetto un concorso, che l'autore vinse, con un lavoro dí 180 pagine, dizionario e audio per la pronuncia. Quanto basta per dire "Athdavrazar!", ossia "Eccellente!".

LE ORIGINI
Se il Dothraki è diventato un fenomeno, con tanto di fan e cultori, rimane però solo una delle tante lingue ideate da letteratura, cinema, televisione e perfino giocattoli, fumetti e videogame. Il conlang ha, infatti, radici antiche. E decisamente colte. A tenere a battesimo il genere sarebbe stata addirittura santa Ildegarda von Bingen, autrice nel XII secolo della Lingua Ignota, sistema alfabetico di 23 lettere, forse concepito come schema musicale, o, invece, come strumento per consentire a tutti gli uomini di comunicare. Tra gli ideatori di lingue artificiali va inserito Dante, che se è considerato il padre della lingua italiana, lo è anche a pieno titolo, di quella infernale, che ha lasciato intuire nella Divina Commedia con un solo, ma significativo, verso, "Pape Satàn, Pape Satàn, aleppe", secondo alcune interpretazioni completamente inventato, secondo altre con chiare radici etimologiche. Comunque, una lingua "nuova" che non esisteva prima che le desse vita la fantasia dell'autore.

LA TERRA DI MEZZO

J.R.R. Tolkien, autore di capolavori come "Il Signore degli anelli" e dei linguaggi della Terra di Mezzo, parlò della passione per il conlang nel saggio "Il vizio segreto". Professore di inglese antico e moderno a Oxford, confessò che l'invenzione di quei mondi era stata solo un modo per dare un contesto reale alle sue "nuove" parole. Howard Phillips Lovecraft rese famosa l'Aklo nel Ciclo di Cthulhu. George Orwell, per il suo "1984", inventò la neolingua, di cui illustrò i principi cardine in un'apposita appendice. Finalità di questo linguaggio era irreggimentare il pensiero, impedendo eresie rispetto alla visione ufficiale. Dall'Utopiano di Tommaso Maro al Babel-17 di Samuel R. Delany, dall'Enochiano utilizzato da Edward Kelley per parlare con gli angeli al Nadsat ideato da Anthony Burgess per "Arancia Meccanica", tra filosofia e romanzo, sono varie le lingue che la letteratura ha sentito bisogno e desiderio di creare per parlare di nuovi concetti o mondi. Non solo romanzi. Inventati sono anche alcuni linguaggi dei fumetti, dal Kryptoniano degli abitanti del pianeta di Superman al Syldaviano di Tintin.

BASIC GALATTICO
E se i fumetti hanno fatto loro il trend, il passaggio dal libro allo schermo è stato decisamente ricco, a partire dalla fantascienza. "Star Wars" usa il Basic Galattico Standard come lingua comune, nata dalla commistione di antichi linguaggi della Terra. "Star Trek" vanta ben quattro lingue artificiali, dal Vulcaniano al Klingon, dal Romulano alla Linguacode, lingua comune della Federazione. Il Cityspeak di "Biade Runner" mescola spagnolo, tedesco, giapponese, ungherese e francese per creare la lingua del futuro. La proiezione era al 2019, come dialetto di strada. Ma già da anni il Cityspeak si usa in giochi di ruolo cyberpunk. Al fascino dell'ideazione non resiste il mondo animato. L'Atlantiano del film Disney "Atlantis, l'impero perduto" è ideazione e idealizzazione di un'ipotetica lingua madre comune a tutti, con una propria grammatica. Porta la firma Disney anche il Flatula, citato nel lungometraggio "Il pianeta del tesoro". Non avrà un suo vocabolario, ma di certo ha metrica e pronuncia originali, il Balenese usato da Dory in "Alla ricerca di Nemo". Impossibile per piccoli fan - e per i loro genitori - dimenticare il linguaggio fatto di suoni del pinguino Pingu.

I MESSAGGI
E se inventare una lingua è un gioco, o quasi, da ragazzi, perché non farne anche dei giocattoli? Il pupazzo interattivo Furby parla il Furbish, insieme di vocaboli di più derivazioni. "Essere" si dice "boh", quanto basta per riflettere sui messaggi insiti nelle diverse sintassi. Il simlish è il linguaggio artificiale del videogame The Sims - compare anche in SimCity 4 - nato dall'incontro di più lingue moderne. L'Albhed è usato dalla popolazione omonima in "Final Fantasy X". Ancora, teatro e musica. Dario Fo sul palco ha portato il Grammelot, che unisce suoni e parole a simulare una lingua straniera. Adriano Celentano l'ha usato in musica per "Prisencolinensinainciusol". In musica pure il Vonlenska, ideato dagli islandesi Sigur Ròs. Storia e politica non sono state da meno per tentativi. Uno per tutti l'esperanto. La prima regola della fantasia è avere mille le vocabolari.  

venerdì 13 febbraio 2015

Troika cancellata, amaro destino di una parola poco amata

"La Troika non esiste più", ha spiegato ieri sera il premier greco Alexis Tsipras confermando il pensiero già chiaramente espresso dopo aver vinto le elezioni politiche: "La Troika è finita".

La cancellazione del termine troika è infatti uno dei punti fermi dell'accordo raggiunto tra il presidente dell'Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, e Alexis Tsipras. Sparisce la parola 'Troika' dai comunicati sulla Grecia e comparirà il più generico 'istituzioni'. 

Una questione di forma più che di sostanza, visto che i tecnici incaricati di lavorare con i greci per il negoziato sul piano di salvataggio provengono proprio da UE, Fmi e Bce, ovvero le tre istituzioni che compongono la Troika.

Solo sfumature linguistiche? Nel laborioso compromesso politico anche le parole giocano un ruolo determinante. Oltre, al termine Troika, sarebbe stato infatti deciso di eliminare dai comunicati ufficiali anche 'estensione' (relativo al piano di salvataggio della Grecia) parola che aveva fatto naufragare una prima bozza di accordo tra lo stesso Dijsselbloem e il ministro Varoufakis. Meglio espressioni più soft come 'valutazione tecnica', 'terreno comune', 'programma di assistenza attuale', 'piani del governo greco'. Insomma, l'eliminazione di troika si porta dietro la cancellazione (quantomeno virtuale) di tutto il prepotente bagaglio linguistico inviso dai cittadini dei Paesi colpiti dalla crisi: austerità, neoliberismo, falchi (soprattutto, tedeschi).

Potrebbe dunque tramontare velocemente il termine troika nel senso più diffuso con cui viene ormai usato, cioè quell'organismo formato da rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale incaricati di verificare il rispetto dei programmi di risanamento dei conti pubblici e di riforme economiche dei Paesi europei che si trovano sotto assistenza. Troika (dal russo trojka, 'terzina' o 'terzetto') si afferma in tal senso dal 2010 e da allora acquista una precisa connotazione nelle vicende economiche europee, odiato dall'opinione pubblica dei Paesi dall'alto debito pubblico, baluardo a difesa del rigore e del rispetto delle regole per classe politica e cittadini dei Paesi nordeuropei.

Alexis Tsipras dovrà ancora molto lavorare per tirar fuori dalla crisi il suo Paese, ma intanto un risultato lo ha già raggiunto: l'eliminazione della parola troika non è solo un fatto linguistico ma rappresenta anche una chiara indicazione politica.

giovedì 12 febbraio 2015

#ritagli - RoMe & You, un'altra violenza alla città eterna

Articolo di Francesco Merlo, la Repubblica


Con RoMe & You il Comune di Roma, anzi il Comune di Rome, va al di là del solito inglese sparlato e violenta la parola italiana più antica e più famosa nel mondo. Il nuovo logo ufficiale non si limita infatti ad assecondare il sempre più struggente americanismo del sindaco. Vale a dire il sordiano "uatzamerican" che è il complesso di inferiorità della provincia. Per dirla con il linguaggio dei creativi che lo hanno inventato, RoMe & You tradisce anche il brand più efficace che esista, l'unico che era rimasto ad un'amministrazione che non riesce a garantire l'ordinaria manutenzione della città, neppure quella - gratis - del nome. E meno male che non dipende da Marino, altrimenti avremmo anche la City del Vaticano.

Come si vede, quel nome in inglese è un dettaglio ridicolo e facilmente ridicolizzabile, ma che ci prende alla gola perché c'è davvero, in Rome, oltre il pacchiano e la caricatura, il diavolo d'Italia. Rome è il punto d'arrivo di un lungo oltraggio che la politica ha commesso contro la città più bella del mondo, rendendola via via corrotta, infetta, ladrona... e da ultimo anche mafiosa. Solo il nome restava da vilipendere, da tradurre per tradire. E non si tratta qui di evocare la retorica della lupa e gli avvocati della romanità di cartapesta, a partire da Giulio Cesare, anche quello di Asterix, disegnato come una statua ma con il prezzemolo in testa al posto dell'alloro, e poi Napoleone e i Papi, Dante e Goethe, Sartre e la famiglia Kennedy, Audrey Hepburn e Arturo Reghini, matematico e studioso della tradizione ermetica, al quale si deve l'anagramma triangolare: roma, orma, amor.

Il punto è che una volta che dici Roma non c'è altro da dire. E dunque era già orribile quell'aggettivo "capitale" che l'allora sindaco Alemanno aggiunse come un gagliardetto di latta alle insegne del Campidoglio, lo mise nella carta intestata, sui manifesti, sulle fiancate degli autobus, nelle locandine dei teatri. Persino la marcia su Roma, che pure gli era cara, divenne la marcia su Roma capitale. Non capiva, povero Alemanno, che Roma è già tutta nel suo nome, un luogo che «solo cambiandogli nome, possiamo smarrire» diceva Benjamin. Immaginate come sarebbe diventato il titolo più famoso della storia del cinema: "Roma capitale città aperta". Insomma qualsiasi aggiunta impoverisce il nome Roma. Ed è una superbia della storia ma anche una dannazione del presente, come ben sapevano il Pasolini di Mamma Roma, il Gadda del Pasticciaccio, il Pirandello del Fu Mattia Pascal, e ovviamente Moravia che la usò come fondale di tutte le sue opere. E infatti la lingua inglese dice Rome ma ama Roma, perché c'è Roma nella grande Hollywood e nelle fiction della tv americana (la serie viene regolarmente rimessa in onda), c'è Roma nell'architettura di tutte le città del mondo, dal Campidoglio di Washington a quello indiano di Chandigarh, c'è Roma nell'aquila bicipite di Mosca (che nasce come terza Roma; la seconda era Istanbul ); c'è Roma in ogni colonna e in ogni cupola del pianeta... E nella musica persino il perfido Wagner si dilettò a raccontare Roma.

Da un lato dunque il sindaco Marino ha fatto molto bene a cancellare la parola "capitale" dicendo lucidamente che «Roma è Roma e non ha bisogno di altri attributi o aggettivi». Ma si è poi perduto consegnandosi, con affidamento diretto e non per concorso, al blasone di Inarea di Antonio Romano, una grande agenzia di grafica, ovviamente anglofona (Identity and Design Network) la stessa che ha curato l'immagine istituzionale di Eni, Rai (la farfallina), Cgil (il quadratino rosso), Acea, Aci, Alenia, Atm, Anci, Finmeccanica, Figc, Generali e persino Equitalia. Insomma Marino ha scelto il re delle committenze pubbliche. E però, questi sapientoni della pubblicità hanno imbrattato una parola che in due sillabe racchiude l'intero mondo e ora si sentono intelligentissimi perché il logo esalta il ME&YOU contenuto in
RoMe & You , che per la verità è un poverissimo gioco di parole, e in un inglese per di più sporco.

E che al Comune nessun abbia capito niente lo si evince ancora una volta dal maltrattamento della lingua, dalla oscurità maccheronica della loro prosa: «Il logo è relazionale», «l'obiettivo è la sottolineatura comunicativa», il senso è «la riscoperta della natura inclusiva e comunitaria della città», «la dimensione è dialogica». Ecco, forse questa volta era meglio imbrattarsi con l'inglese. La mia speranza è che i creativi di Inarea siano stati più realisti del re, eccessivamente zelanti con il sindaco. Sanno infatti che Marino ha una sola grande debolezza ed è il sentirsi uomo di mondo, lo stesso male di cui soffriva Totò. L'uno militare a Cuneo el'altro chirurgo a Pittsburgh.

martedì 3 febbraio 2015

Le parole del Presidente Mattarella

Trenta minuti di parole, 2321 per l'esattezza e una che ricorre più d'ogni altra. E' un verbo: significa, ripetuto per ben 16 volte. E non casualmente.

E' questo il primo dato che emerge da una lettura analitica sulla frequenza delle parole usate dal neo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel suo discorso di insediamento pronunciato oggi davanti a Montecitorio.

Mattarella usa con maggior frequenza significa perché ne fa un 'elemento retorico' in un preciso passaggio del suo intervento. Quando deve spiegare come concretamente si garantisce la Costituzione.


"Garantire la Costituzione significa garantire il diritto allo studio dei nostri ragazzi in una scuola moderna in ambienti sicuri, garantire il loro diritto al futuro.Significa riconoscere e rendere effettivo il diritto al lavoro. Significa amare i nostri tesori ambientali e artistici.Significa ripudiare la guerra e promuovere la pace. Significa garantire i diritti dei malati. (...)"

Per 15 volte Mattarella ripete cosa significa garantire la Costituzione. E' un espediente che usa di nuovo verso la fine del suo discorso per umanizzare uno Stato che molto spesso gli italiani avvertono come lontano. Nella rappresentazione evocativa di Mattarella, acquista un ruolo centrale la parola volto/volti' la seconda parola più usata: 10 volte.


"Per la nostra gente, il volto della Repubblica è quello che si presenta nella vita di tutti i giorni: l' ospedale, il municipio, la scuola, il tribunale, il museo
Mi auguro che negli uffici pubblici e nelle istituzioni possano riflettersi, con fiducia, i volti degli italiani: il volto spensierato dei bambini, quello curioso dei ragazzi. 
i volti preoccupati degli anziani soli e in difficoltà il volto di chi soffre, dei malati, e delle loro famiglie, che portano sulle spalle carichi pesanti.
Il volto dei giovani che cercano lavoro e quello di chi il lavoro lo ha perduto. (...)"

Rispetto ai discorsi dei suoi predecessori, Ciampi e Napolitano, analizzati da Openpolis, sembra emergere una tensione più rivolta a restituire un senso alla Nazione, ai suoi valori e fondamenta.

Se Paese, giovani, crisi sono state parole-chiave dei nove anni di Napolitano, mentre Europa, mondo e pace dei sette di Ciampi, con Mattarella il diritto e i diritti (13 volte complessivamente), Costituzione (9), Paese (8) e poi politica, comunità, libertà e speranza (7) insieme al verbo garantire (anch'esso 7) sono - presi nel suo insieme - elementi coerenti di un preciso stile politico e comunicativo del neo Presidente. 

Ultima annotazione va fatta per il termine giovani (5 volte) a cui Mattarella preferisce in tre casi ragazzi/ragazzi e ragazze. Una frequenza complessivamente rilevante (8) ma l'aver voluto alternare due modalità evitando di ricorrere esclusivamente alla parola-stereotipo giovani, forse fin troppo abusata, coglie probabilmente un altro segno distintivo dell'attenzione di Mattarella verso quei tratti di apparente banalità nell'uso delle parole.

Ancora un elemento di riflessione riguardo lo stile del discorso. Openpolis sottolinea un forte cambiamento di tendenza rispetto ai suoi predecessori: frasi brevi (una media di 18 parole) e alternanza di parole corte e numerose. Anche in questo modo, Mattarella vuole provare a parlare direttamente e con maggiore semplicità ai cittadini.

domenica 1 febbraio 2015

Da Kate a Suzie. Quale sarà il nome della nuova Ferrari di Vettel?

Donne e motori, non è un luogo comune. Almeno per Sebastian Vettel, il quattro volte campione del mondo di Formula 1 approdato quest'anno alla Ferrari. Già perchè, il fuoriclasse tedesco ha la bizzarra abitudine di dare un nome alle sue monoposto. E molto spesso, è un nome femminile. Sarà così anche con la nuova 'Rossa'? "Lo farò presto insieme ai meccanici", ha annunciato. C'è ancora tempo prima della partenza della nuova stagione, chissà che i tanti forum dedicati alla Ferrari non lancino un 'concorso' al nuovo nome!

La prima macchina ad esser battezzata fu la Red Bull del 2009: Kate. Un battesimo sfortunato, subito fuori alla prima gara. Così, Vettel cambiò il nome in Kate’s Dirty Sister, la sorella cattiva di Kate. "Perchè? Era più veloce e aggressiva della sorella", spiegò Vettel. L'anno successivo è stata la volta di Luscious Liz (Liz la focosa). Ma anche allora, Vettel decise in corsa che non andava bene e così la cambiò con Randy Mandy (L'ardente Mandy). Scelta vincente, conquistò il primo dei quattro titoli consecutivi, tutti
contrassegnati da nomi diversi. Nel 2011, Kinky Kylie (Kilye la cattiva), nel 2012 Abbey (pare per rendere omaggio ai Beatles e al loro ultimo album, Abbey Road), nel 2013 Hungry Heidi (Heidi l'affamata).

Quando, qualche anno fa, chiesero a Vettel perchè non chiamarla Hanna, il nome della storica fidanzata, il campione tedesco fu categorico: "Hanna non è una superstizione, ma una faccenda seria, molto seria. E non si cambia".

Lo scorso anno è stata la volta di Suzie. "Non c'è un motivo, semplicemente ci piaceva il nome", spiegò Vettel sul suo sito ufficiale.

I tifosi di Vettel e della Ferrari attendono impazienti il nuovo nome. E intanto Maurizio Arrivabene, team principal della scuderia di Maranello, non ha avuto dubbi sul fascino della nuova monoposto del Cavallino: "La SF15-T è bella, è una Ferrari veramente sexy". Se tali sono le premesse....