venerdì 27 marzo 2015

Amoklauf e amok pilot, due neologismi per spiegare una strage

Andreas Lubitz, 28 anni, il copilota responsabile di aver deliberatamente distrutto l'aereo Germanwings portandosi via altre 149 persone in volo, in Germania è ormai un Amok-pilot, neologismo forgiato sul solco di quei matti che impugnano le armi nelle scuole e fanno stragi.

Lubitz, a detta di una sua amica, sarebbe vittima di un Amoklauf, termine che in Germania ha cominciato a diffondersi dopo una sparatoria in una scuola di Erfurt, nel 2002: da allora, le autorità scolastiche usano il termine per lanciare l'allarme e avvertire del pericolo di un’aggressione omicida.

Nel 2009, ha raccontato l'amica, Lubitz aveva sofferto di un esaurimento nervoso, era caduto in depressione e aveva dovuto interrompere per un po' l'addestramento da pilota. Ma aveva superato il momento. Unica spiegazione, un Amoklauf, un attacco improvviso di pazzia.

Amoklauf, Amok-pilot. Le due parole hanno una radice comune, Amok, termine di origine malese che indica un'esplosione improvvisa di violenza, una follia irrefrenabile che sfocia in un crimine. Una sindrome del tutto eccezionale che parrebbe proprio tipica delle regioni del Sud-est asiatico.

L'Amok sorgerebbe dopo un'offesa ricevuta e vissuta come intollerabile o, anche, per via dell'accumulo di tensioni che rende impossibile sopportarne altre. L'Amuk ha dei sintomi ben definiti: il soggetto colpito prima si chiude in sè stesso ed evita ogni tipo di relazioni, poi comincia ad aggredire i familiari e successivamente gli estrenei in un crescendo incontrollabile di furia omicida. Una violenza a cui seguirebbero poi fenomeni di amnesia e malinconico esaurimento. Il nome deriva dal grido del feroce cavaliere medioevale malese.

L'etnopsicoanalista George Devereux ha studiato questa sindrome mostrando come essa appartenga ad una serie di comportamenti culturali, cioè riconosciuti dalla cultura dei soggetti che li manifestano. 


Nel racconto omonimo del 1922, lo scrittore austriaco Stefan Zweig definisce l'Amok come un «accesso di monomania omicida» che si impadronisce all'improvviso di un uomo qualunque, spingendolo a colpire chiunque gli si pari dinanzi, ciecamente, in una «folle perseveranza rettilinea» cui soltanto l'estenuazione o la morte potranno infine porre termine.

martedì 24 marzo 2015

La corruzione non puzza, 'spuzza'

"La corruzione spuzza, la società corrotta spuzza e un cristiano che fa entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano, spuzza". Papa Francesco nel suo discorso a Scampia sabato 21 marzo, ricorre ancora una volta a un artificio linguistico perché la sua denuncia non cada inascoltata. Non inventa un vocabolo come capitato in passato, ma attinge al dialetto, perché "spuzza", con quella 's' i più che quasi fa pensare a un errore, possa vibrare le coscienze di chi lo ascolta.

Proprio a uno sbaglio, chissà, avranno pensato i responsabili della comunicazione vaticana che qualche ora più tardi hanno pensato di correggere il testo e tornare all'ordinario "puzza". Ma, siamo convinti, Papa Francesco era perfettamente consapevole della scelta del vocabolo.

"Spuzzare" termine dialettale delle regioni del Nord, è presente anche nel dialetto genovese. E qualche tempo fa, Bergoglio confessò in una intervista come da piccolo gli avessero insegnato "le parolacce in genovese". Il dialetto, le sue origini oriunde, i ricordi: c'è probabilmente molto di questo bagaglio di memorie di Papa Francesco all'origine del suo reinventare un linguaggio.


Articolo pubblicato sul Quotidiano del Lazio (link esterno) 

venerdì 13 marzo 2015

#ritagli - Auditorium: bando per nuovo ad, parlare l’italiano non è essenziale

Articolo di Paolo Fallia, Corriere della Sera Roma

 
C’è qualcosa di più sottile della sudditanza culturale nella smania di usare l’inglese – spesso a sproposito – quando potremmo parlare italiano. Ma adesso questa forma di supponente ignoranza, rivela una sua viralità infettiva nell’attività di governo. Pochi giorni fa il sindaco Ignazio Marino ha annunciato una «call internazionale» per trovare il prossimo amministratore delegato di Musica per Roma, l’azienda che gestisce e promuove le attività dell’Auditorium. Il prescelto, che dovrà sostituire Carlo Fuortes, nominato Sovrintendente all’Opera, avrà tempo fino al 22 aprile per presentare le proprie credenziali.

Una «procedura di selezione»Ma cos’è una «call»? Nient’altro che una «procedura di selezione di una rosa di candidati», come correttamente è scritto proprio sul sito del Comune di Roma. Ricerca estesa a candidati anche non italiani, com’è giusto, siamo o non siamo europei? Avrebbe avuto senso chiamarla «call» nella comunicazione all’estero, come sull’inserzione pubblicitaria che l’amministrazione ha pubblicato ieri sul Financial Times. Ma in Italia? La spiegazione la troviamo nel testo della «call», dove ci sono scritti i requisiti dei candidati, tipo «essere fisicamente idonei allo sviluppo delle funzioni» o «possedere i requisiti di moralità necessari».

Un «ottimo inglese», un italiano qualsiasiIl Comune chiede espressamente al candidato di «possedere un’ottima conoscenza della lingua inglese e una conoscenza dell’italiano». Frase che uno legge due volte per paura di essersi confuso: invece è tutto vero. Il candidato deve vantare un «ottimo» inglese, l’italiano basta che lo conosca. Cioè cerchiamo qualcuno che sia in grado di organizzare una press conference ma che si rivolga ai propri collaboratori chiedendo: «Dove essere Sala Petrassi?». Chiediamo a chi si candida di «essere dotato di una visione prospettica, lungimirante e di un’apertura intellettuale», ma sull’italiano basta che capisca quei barbari che si ostinano a usarlo. D’altronde la «call» è generosa con le promesse.
 

Wonderful RomeCosa offriamo? «Vita a Roma» recita il primo capitoletto «la capitale d’Italia e il principale centro culturale nel territorio nazionale». La città «che attrae turisti e artisti da tutto il mondo», quindi perché non venite per quattro anni a godervi questa pacchia? Il lavoro non è difficile, si tratta di gestire un’azienda che ha un budget di 25 milioni di euro e uno staff «di 70/100 persone». Potete farlo tranquillamente in inglese. Attenzione però, siamo tutti tenuti alla spending review, faremo un meeting su questo con tutti gli stakeholder, in questa wonderful Rome. Wow!

martedì 10 marzo 2015

Graccident sopravanza Grexit


Per la Grecia fuori dall'euro non si prospetterebbe più un 'Grexit', cioè la decisione di Atene di uscire dalla moneta unica. Ma una tale ipotesi potrebbe semmai essere il risultato di un incidente, di un errore. Ecco allora che il neologismo ora in voga è 'Graccident', crasi di Greece e accident.

Il termine circola sui media tedeschi da un paio di giorni e oggi lo riprende in un titolo anche Bild, uno dei maggiori quotidiani della Germania: "Shock-scenario: Graccident". "I greci finiranno fuori dall'euro per sbaglio?", si chiede il tabloid. 

Graccident sopravanza in queste ore il più noto e diffuso Grexit, combinazione delle parole Greece e exit, termine introdotto da Willem H. Buiter e Ebrahim Rahbar, capo analisiti di Citigroup, il 6 febbraio 2012. Grexit fu l'apripista di 'parole sorelle' per descrivere un fenomeno quale quello dell'uscita dalla famiglia europea. Come, ad esempio, Brexit introdotto per descrivere il dibattito intorno alla decisione del Regno Unito di lasciare l'Unione Europea.

Il tempo stringe, "i debiti aumentano, le entrate fiscali diminuiscono, in più un governo radicale dai discorsi altisonanti non ha un piano", è l'analisi. "A Bruxelles la parola che fa paura adesso è 'Graccident', un'uscita dalla moneta unica non intenzionale (...) per un incidente politico, o per sbaglio".

Bild traccia uno scenario in diverse fasi. Supponendo che le trattative con l'Europa falliscono, ecco cosa potrebbe accadere in rapida successione.

I Paesi dell'eurozona non concedono più crediti ai greci, la Bce proibisce le aste a breve e chiude i rubinetti, la Grecia finisce in un caos finanziario e i correntisti ellenici, per paura di un'uscita dall'euro, svuotano i loro conti in banca. Il governo a quel punto non riesce più a pagare pensioni e stipendi e le banche chiudono. Una situazione di fronte alla quale il premier Alexis Tsipras potrebbe annunciare l'uscita dall'euro reintroducendo nel paese la dracma. "Tutto questo è ancora uno scenario - conclude Bild - ma esperti a Bruxelles concordano: un Graccident è vicino".

domenica 1 marzo 2015

#ritagli - "Fratelli d'Italia": l'inno è roba da maschi

Articolo di Caterina Soffici, Il Fatto Quotidiano


In una classifica stilata dagli esperti di Data Journalism del Guardian, Alberto Nardelli e Ami Sedghi, l'inno nazionale italiano è risultato il più sessista di tutti, assieme a quello turco e canadese. Niente di nuovo, quando si parla di sessismo e di Italia. Ma questa volta siamo fuori dallo stereotipo e della chiacchiera, perché il Data Journalism è quel filone del giornalismo, in voga soprattutto nei paesi anglosassoni, che grazie a particolari software permette di analizzare una enorme massa di dati, per compararli e creare delle fonti non ottenibili in altri modi. Ecco quindi che, prese le parole di tutti gli inni nazionali e messe nel cervellone, il responso è stato questo.

La ricerca è partita dopo che in Canada, un gruppo di parlamentari progressisti ha chiesto formalmente la modifica in senso più neutrale dell'inno nazionale 'O Canada', perché ritenuto troppo maschilista. La proposta si è per ora arenata per l'opposizione dei conservatori. E non è comunque il primo tentativo di cambiare gli inni nazionali, vecchi spesso più di un secolo. Tentativi talvolta sono andati a buon fine, come nel caso dell'inno austriaco che è stato modificato nel 2012 dopo proteste analoghe legate ai richiami sessisti. Così i "figli" della prima strofa sono diventati "figli e figlie" e i "cori fraterni" sono ora "cori di giubilo". Altre volte invece le richieste di maggiore neutralità non hanno avuto successo. Come quella promossa nel 2010 da una donna del Costa Rica, che ha provato inutilmente a convincere la Corte Suprema a cambiare l'inno nazionale, ma la sua accusa di sessismo è stata respinta.

Il criterio della "neutralità" delle parole è quello usato dai due giornalisti del Guardian. Quando un inno usa solo "uomo" quando sarebbe possibile usare anche "donna", viene etichettato come "fortemente sessista". I "fratelli d'Italia" sono finiti nel mirino, perché sarebbe possibile sostituirli o aggiungerci le "sorelle". Lo stesso vale per gli inni di Canada e Turchia, anch'essi catalogati come "sessisti", perché si parla di "uomini" e di "figli", omettendo le "donne" e le "figlie". Nella griglia che risulta dalla ricerca del Guardian, l'Italia guida quindi la classifica. Seguono Germania e Russia, che si riferiscono alla patria come vaterland, terra dei padri (quindi maschile). Poi Brasile e Portogallo, Stati Uniti e la Turchia.

La Gran Bretagna è considerata un paese neutro, perché l'inno cambia a seconda del genere del sovrano. 'God save the Queen' o 'the King', a seconda di chi è sul trono. Neutri sono anche Francia, Australia, Serbia, Cina, Polonia e la versione Maori dell'inno neozelandese (perché i pronomi nella lingua maori sono neutri, mentre la stessa versione inglese è considerata maschilista).
 

Possono sembrare questioni di lana caprina, ma le parole hanno un peso e l'uso che se ne fa anche. Modificare il modo in cui si usano le parole significa anche modificare l'approccio a certi temi e alla fine anche la mentalità comune. Un esempio per tutti: da quando il politicamente corretto ha vietato l'uso di "negro", la parola stessa ha assunto un connotato razzista. Chi la usa lo fa con l'intento di offendere, mentre prima che entrassero in vigore le espressioni "nero", "di colore", "afroamericano" etc. (considerate parole neutre) era un parola che si usava per definire una persona nera di pelle. Il discorso sugli inni è simile.

Se il nostro inno diventasse "Fratelli e sorelle d'Italia", saremmo un paese più civile e meno sessista? Difficile dirlo. "Il linguaggio in sé è sempre parziale e discriminatorio", scrivono al Guardian, "non solo in termini di sessismo". E se in Svezia i puristi hanno vinto una battaglia per l'introduzione del pronome neutro "hen", al posto di "hon" (lei) e "han" (lui), rimane aperta la questione se il politicamente corretto abbia veramente una funzione sociale.