domenica 31 maggio 2015

#ritagli - L'italico, l'uomo che creò il corsivo

Articolo di Michele Smargiassi - La Repubblica

Era un uomo di carattere, questo è certo. Nel bene e nel male. Disegnò i caratteri tipografici più belli del mondo. Ci deliziano gli occhi ancora oggi, quattro secoli dopo, e in tutto il pianeta si chiamano ancora come noi: italici. Ma il suo personale, di carattere, il suo temperamento umano, lo condusse al patibolo. E lo condannò a un lungo oblio: che sta per terminare.

Francesco Griffo, designer del Rinascimento d'inchiostro, avrà in dono per il suo cinquecentesimo anniversario di morte, nel 2018, quel che gli è dovuto: un posto di prima fila nella storia dell'arte della stampa, al fianco di coloro che ne sfruttarono il lavoro, oscurandolo con la loro fama. A cominciare dal grandissimo Aldo Manuzio veneziano, padre dell'editoria mondiale, al cui identico anniversario New York ha appena dedicato una grande mostra. Lo avrà, un po' per orgoglio civico un po' per doveroso risarcimento, dalla città che gli diede sia la vita che la morte (e gli rubò il nome per secoli): Bologna, dove un mediologo innamorato di lui, Roberto Grandi, gli sta cucendo addosso un'intera "Grande festa delle lettere", affidata a un comitato scientifico presieduto da Umberto Eco. Per il quale Griffo fu molto di più che un eccellente scultore di minuscole letterine di piombo, fu il precursore dell'editoria di massa, l'uomo che rese tecnicamente possibili «quelle che per l'epoca erano le edizioni economiche, permettendo l'accesso ai classici anche a chi non poteva permettersi costosi volumi in folio».

Lo fece inventando una cosa semplice e geniale che però, mezzo secolo dopo l'invenzione di Gutenberg, ancora non esisteva: il corsivo a stampa. Come dire: la calligrafia degli umanisti nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Quelle letterine deliziose, dolcemente inclinate verso destra, sinuose e aggraziate (proprio come queste che state scorrendo), oltre all'eleganza sopraffina avevano infatti un pregio colossale: più compatte, facevano risparmiare tanta costosissima carta. I volumi rimpicciolivano: nacque così il tascabile, libro che scende dagli scaffali e viaggia assieme al lettore nella sua bisaccia. Lo imitarono tutti, il geniale corsivo di Griffo. In tutta Europa, quel font rivoluzionario ebbe nome italique, italic, italico, in onore dell'italico genio tipografo - che però intanto perse il suo, di nome.

Era orafo, figlio dì Cesare orafo bolognese. Nel 1470 circa lo troviamo ventenne a Padova, già convertito all'industria emergente del secolo: la stamperia. Non si sa se sia stato Aldo Manuzio stesso ad avvistarlo: certo il grande imprenditore veneziano era straordinario nell'assoldare per la sua bottega, frequentata da un giovane Erasmo da Rotterdam, le migliori competenze in circolazione. E Venezia era la capitale mondiale del libro: in quegli anni, tra calli e canali si stampava un terzo dei libri pubblicati in Europa. Per le "Aldine", Griffo cominciò a incidere dei "tondi" meravigliosi, nitidi e proporzionati, i migliori in circolazione.

Era in corso una grande battaglia fra la tipografia nordica e quella mediterranea, fra i caratteri gotici e quelli romani, che era poi una sfida fra Medioevo e Rinascimento. «Erano tutti convinti che la tipografia non potesse eguagliare la bellezza del libro manoscritto umanista», spiega lo storico della stampa Giorgio Montecchi, «ma Griffo vinse la sfida». Nel 1495 il De Aetna del Bembo stampato con le sue nitide letterine romane fece sensazione. Quattro anni dopo diede forma a quello che i bibliofili considerano l'incunabolo più bello mai stampato: l'eccentrico HypnerotomachiaPoliphili, adorato da Joyce. Manuzio era entusiasta del suo disegnatore, e ringraziò per iscritto, cosa rarissima, quel Franciscus Bononiensis nella prefazione alle Bucoliche di Virgilio, del 1501, che fu il primo libro al mondo stampato interamente in corsivo.

E qui bisogna spiegare il modernissimo colpo dí genio del nostro. Prendere una cosa antica e farne una novità assoluta. Reinventare tecnologicamente una tradizione. Colpire al cuore, con un prodotto "emozionale" ma avanzatissimo, una clientela in espansione. In questo caso, il target erano i nuovi lettori umanisti, laici, aristocratici e protoborghesi, un po' annoiati dai codici bigotti, dalle Bibbie imponenti, dall'asfissiante letteratura liturgica, i conoscenti e dilettanti voraci di classici antichi e moderni che tante volte avevano manualmente trascritto nei loro quaderni... in corsivo. Ed ecco, questi librini più agili, meno pomposi, stampati sì, ma in un carattere, che quel corsivo imitava, che alludeva ancora al gesto della mano, che ammiccava a una relazione ancora intima, corporea tra il lettore e il "suo" testo... Griffo fece prima qualche esperimento. Prendendo a modello la scrittura cancelleresca della corte pontificia, aveva fuso nel 1500 un primo corsivetto ancora timido per collaudarlo discretamente nel cartiglio di un'illustrazione alle Epistole di santa Caterina: Jesu dolce amore... I primi italici stampati nel mondo recitano una preghierina soave.

Sì, però Manuzio era anche una vecchia volpe, e in quegli anni la concorrenza era ferocissima, il mercato già inflazionato e infestato di falsari. Corse dunque subito negli appositi uffici della Serenissima a farsi assegnare, a suo nome, un privilegio, oggi diremmo un brevetto, sul nuovo carattere, monopolio aziendale. Diciamola tutta: ne aveva un po' il merito, forse era stato lui stesso a suggerire l'idea al suo eccelso grafico. Ma se ha ragione Riccardo Olocco, il ricercatore che da qualche anno come un segugio è sulle tracce dei suoi caratteri, «Griffo forse era un libero professionista che lavorava per diversi editori, aveva uno studio di design, diremmo oggi», e dunque il buon Aldo si appropriò di qualcosa che non era tutto suo. E Griffo alla fine non la mandò giù, che il suo editore fosse, a suo discapito, «in grandissime ricchezze pervenuto e a nome immortale». Dopo dodici anni, ruppe con Manuzio. Fuggì lontano dalla Repubblica, per aggirare il copyright imposto sulla sua stessa creatura. Si rifugiò a Fano, assunto dallo stampatore ebreo Gershom Soncino che, felice di aver strappato una tal perla dal concorrente veneziano, gli riconobbe per iscritto la paternità del corsivo, accusando il Manuzio di essersi «astutamente dell'altrui penne adornato».

Ma anche quella di cambiar padrone non era vera ambizione del «discreto huomo maestro» Griffo. Voleva mettersi in proprio. Nel 1516 tornò nella sua Bologna. Si fece editore. Aveva un suo progetto commerciale: sformare classici italiani e latini in edizioni popolari. Ne produsse una mezza dozzina (conservati alla alla biblioteca dell'Archiginnasio), piccolissimi, economici, compatti, grazie al suo ergonomico corsivo che intanto aveva raffinato. Purtroppo, esagerò. Scelse il minuscolo formato in trentaduesimo, piccolo e stretto, e per giunta si mise a stampare in corpo sei (quello che state leggendo è corpo 8,7). Ci volevano eccellenti diottrie. Non funzionò tanto. Chissà, forse l'amarezza per l'impresa zoppicante pesò sulla rabbia con cui nel 1518 affrontò, per ignoti dissidi familiari, il marito della figlia Caterina, tale Cristoforo, e lo ammazzò rompendogli la testa con un oggetto acuminato che qualche storico in vena romanzesca immagina fosse, cosa altrimenti?, un punzone tipografico. Tutto materiale narrativo eccellente, comunque, per gli allievi della Bottega Finzioni, il laboratorio di scrittura collettiva di Carlo Lucarelli e Michele Cogo che ha intenzione di produrre un ampio storytelling su Griffo (romanzo, graphic novel e sceneggiato televisivo): «Lo immaginiamo come un uomo istintivo, scottato, in cerca di rivalsa, ma anche un geniale artista che volle essere imprenditore di se stesso», scherza Cogo, «un po' come noi...».

Be', per l'omicidio la condanna alla forca era inevitabile. Non abbiamo la prova che sia stata eseguita, ma sappiamo per certo che un documento notarile dell'anno successivo lo qualifica come già defunto. Requiescat dunque, genio collerico: la pena supplementare fu la damnatio nominis. Sì, perché tutti i suoi datori di lavoro o clienti che fossero, lo chiamavano solo "Francesco da Bologna", il cognome si perse, e con quello la biografia. A lungo, chi provò a ricostruirla prese delle cantonate, come il bibliotecario Antonio Panizzi che identificò il bolognese in un pittore, Francesco Raibolini. Solo un secolo fa, finalmente, dalle carte di un archivio di Perugia, lo storico Adamo Rossi riesumò un contratto che nominava un "Griffo", che forse era magari un Grifi o Griffi, come da sua firma autografa, chi lo sa, i cognomi allora erano ancora accessori volubili dell'identità. Ma certo, se il bolognese si perse, l'italico sua creatura ( che gli spagnoli chiamano ancora letra grifa...) invece trionfò, dilagò. Oddio, qualcuno ora sostiene che invece fu un fallimento: perché di libri interamente stampati in corsivo non se ne fecero più. Eleganti quanto volete, ecologici magari, salvaspazio e salvacarta: ma suvvia, un po' faticosi da leggere, alla lunga. Da assortimento autonomo di caratteri qual era, il corsivo diventò una semplice variante (il "colore", dicono i vecchi tipografi) del carattere tondo. Da padrone del testo, il corsivo diventò l'accento particolare calcato su una certa parola della frase, una sottolineatura, un'enfasi del discorso. Ma in questa forma intertestuale, tuttavia, è arrivato fino a noi praticamente nella stessa forma in cui Francesco la intagliò. Sulla scia di un'affermazione del grande Firmin Didot, ammiratore di Griffo, gli storici sono ormai concordi nel riconoscere che il più fortunato set di caratteri della storia della tipografia, che porta il nome di Claude Garamond, non è che una ripresa delle font del nostro. E ancor oggi, dai campionari delle tipografie, dai menù a tendina dei nostri word processor, a volte perfino dagli schermi touch dei nostri smartphone, l'iracondo Francesco ci saluta con la sua italica mano felice, un po' inclinata verso destra.

martedì 19 maggio 2015

Eliminare o distruggere i barconi degli scafisti?


L'Europa è pronta alla missione militare contro i trafficanti di esseri umani che salpano dalle coste della Libia (Eunavfor Med). Definito il costo, i tempi, la guida (italiana) e le modalità. Una prima fase di pattugliamento e attività di intelligence, mentre per le successive fasi che prevedono l'intervento in acque libiche e un'azione contro i barconi degli scafisti occorre una risoluzione delle Nazioni Unite. Proprio il tipo di azione contro i barconi e l'eventuale uso della forza è uno dei temi più delicati che rischia di pregiudicare l'approvazione della risoluzione Onu. 

Per questo motivo, il testo approvato dal Consiglio europeo congiunto Esteri-Difesa ha operato qualche aggiustamento linguistico e il termine "distruggere" i barconi che compariva nelle prime bozze è sparito ieri nella versione finale sostituito dall'espressione "eliminare e rendere inoperativi". Secondo alcuni analisti, una formula più blanda che tiene conto delle diverse sensibilità dei Paesi.

"C'è stata una discussione a questo riguardo – spiega l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, Federica Mogherinima il punto fondamentale non è tanto la distruzione dei barconi ma del modello di business dei trafficanti e il fatto di rendere impossibile il riutilizzo di questi strumenti di morte".

Ma tra 'distruggere' ed 'eliminare' la differenza è realmente così rilevante al punto da incidere nella scelta o meno di appoggiare una risoluzione ONU?

Abbiamo provato a fare un test e verificare l'equivalenza o meno dei due termini secondo i dizionari sincronici segnalati dall'Accademia della Crusca e il dizionario dei sinonimi e dei contrari pubblicato da Rizzoli e online sul sito del Corriere della Sera.

Il risultato è il seguente. In tre casi (Corriere, sapere.it e dossier.net) eliminare ha tra i suoi sinonimi anche distruggere; in cinque casi (Treccani, Sabatini Coletti, il grande dizionario di Gabrielli, Hoepli, dizionario online.net) invece eliminare ha come sinonimi, ad esempio, uccidere e sopprimere ma non distruggere.

Sciolto ogni dubbio? Difficile dirlo. Chissà se la sottile frontiera che separa i due termini e il loro impatto evocativo sarà sufficiente a venir incontro alle diverse sensibilità dei Paesi in sede Onu.

giovedì 14 maggio 2015

Hotspots, da parola agognata a parola temuta

Fino a qualche tempo fa, per tutti noi che viviamo di web e connessioni, 'Hotspot' identificava un punto di accesso ad internet dove è possibile collegarsi tramite rete WiFi.

Secondo alcuni dati, in Italia ci sarebbero oltre 10mila hotspots (fonte: CheFuturo, 2014) con la Lombardia capofila (ben un quinto) e Milano in testa tra le città con 370 postazioni a precedere Roma con 176.

Per chi ama il wifi free, la parola Hotspots è una sorta di mantra, ma anche una parola in grado di misurare la modernità e - senza esagerare troppo - la democraticità della nostra società.

Come recita la Garzanti linguistica, 'Hotspot' è però un punto caldo che in geologia ha a che fare con le aree vulcaniche (ve ne sarebbero oltre 50 nel mondo) e, nel significato comune, richiama un luogo pericoloso.

Chissà se i burocrati dell'Unione Europea hanno pensato a questo significato quando hanno deciso di identificare con 'hotspots' i nuovi centri di accoglienza dei migranti e di identificazione dei richiedenti asilo.

Il concetto è ben spiegato a pagina 6 della nuova Agenda europea sulle migrazioni presentata ieri dalla Commissione UE. Si parla, appunto di un nuovo approccio 'hotspot', che consentirà a Agenzia UE per il diritto d'asilo, Frontex e Europol di lavorare a stretto contatto e con più efficacia con gli Stati membri per identificare, registrare e 'schedare' i migranti in arrivo.

Insomma, sarà un nuovo approccio, sarà una nuova agenda, ma la terminologia resta sempre quella all'insegna dell'emergenza e dell'allarmismo: se il luogo dove far confluire i migranti è definito, anche nella lingua inglese, letteralmente, una 'zona calda', immaginiamo con quale ansia e timore sarà vissuta dai cittadini la identificazione di questi nuovi centri.

domenica 10 maggio 2015

#ritagli - Come tradurre Moby Dick nell'alfabeto delle emoji

Articolo di Pietro Minto, Corriere della Sera - La Lettura


Secondo i dati di Instagram, il noto servizio di condivisione di fotografie, il 45% delle immagini pubblicate da utenti italiani sul sito è accompagnato da almeno un'emoji. Ciò significa che quasi la metà delle didascalie compilate nel nostro Paese contengono un cuoricino, una casetta, forse una faccia espressiva o un ombrello nei giorni uggiosi. In genere, emoticon: la serie di faccine composte da caratteri tipografici, come :-D oppure :-/.

Ecco: le emoji sono la loro versione dettagliata ed espansa all'infinito, entrando persino nel dibattito politico. E' successo qualche settimana fa, quando Apple decise di diversificare le sue faccine aggiungendo colori diversi. E il punto è proprio questo: le emoji, ben lungi dall'essere semplici faccine, sono oggi importanti. Divertenti, utili ed espressive, sono già diventate un nuovo alfabeto. O, secondo alcuni, un nuovo tipo di linguaggio.

Anche per questo Fred Benenson e Chris Mulligan hanno fondato The Emoji Translation Project (kickstarter.com/ projects/fred/the-emoji-translationproject), con cui puntano a creare il primo traduttore istantaneo dall'inglese all'emoji, uscita prevista nel febbraio 2016. Al momento i due stanno raccogliendo denaro su Kickstarter - sito che permette di chiedere soldi per un progetto promettendo in cambio una ricompensa legata allo stesso - e sono a un terzo della somma richiesta, 15 mila dollari.

A che cosa servono tanti soldi? E, soprattutto, a che cosa serve un traduttore del genere? Per quanto riguarda la prima domanda, un traduttore attendibile ha bisogno di moltissimi dati: frasi, dati sull'utilizzo di lemmi e simboli e un algoritmo in grado di «capire» il tutto. Benenson lavora proprio in questo settore, è responsabile della raccolta e gestione dati di Kickstarter, mentre Mulligan è un programmatore: entrambi sono uniti dalla stessa missione, dare un senso a un insieme di immagini casuali nate per rappresentare oggetti e stati d'animo.

Così, se la traduzione di «sole» è prevedibile (esiste un simbolo dedicato), in altri casi sintassi e lessico dovranno essere studiati da zero, ed è qui che le emoji diventano lingua: le poche anteprime rese disponibili dai due autori mostrano come la traduzione di concetti complessi o lunghi periodi sia affidata a una combinazione di simboli che vanno oltre l'immagine da loro rappresentata creandone un'altra, complessa, dalla loro unione. Prendiamo la traduzione della frase «siamo qui per parlarvi dell'Emoji Translation Project»: un dito puntato verso il basso per mostrare di avere qualcosa da dire; un fumetto; il simbolo di conversione tra dollari e yen, ovvero la traduzione di un messaggio; una palla di cristallo, il processo di traduzione; e infine simboli sparsi, il messaggio tradotto.

L'impegno dei due non è però bastato a proteggerli dalle critiche (accademiche e non) di chi ritiene che trattare le emoji come una vera lingua sia sbagliato e assurdo. Non sarebbe però il primo linguaggio inventato e nato nella cultura pop a trovare uno sbocco letterario: basti pensare al Klingon, idioma parlato dall'omonima razza aliena di Star Trek ed entrato nel Guinness dei primati come «lingua inventata più parlata al mondo». O la lingua Dothrald creata da David J. Peterson per la serie tv Game of Thrones.

Al «New Yorker», Benenson ha spiegato di essere affascinato dal modo in cui «il nostro linguaggio e la nostra cultura vengono influenzati dalle tecnologie digitali». Un interessamento che ha radici relativamente profonde, visto che già nel 2010 aveva tradotto Moby Dick, il capolavoro di Herman Melville, in questo strano alfabeto. L'opera, Emoji Dick, attualmente in vendita sul sito Lulu.com, ha un sottotitolo rivelatorio, la nota emoji di una balena che spruzza acqua dal dorso, è stata solo il punto di partenza del progetto, che prevede l'accumulo di un'enorme quantità di lemmi e frasi da tradurre usando il Mechanical Turk di Amazon, un servizio che permette a chiunque di ingaggiare personale per sbrigare velocemente compiti che (per ora) i computer non sono in grado di fare. Una volta tradotto il tutto, i due dovranno costruire un algoritmo in grado di «simulare» il modo in cui le persone si esprimono. Perché cominciare da Moby Dick? Benenson ha cercato un libro lungo, complicato e facilmente disponibile: soltanto dopo si è reso conto che l'opera narrava di «un'incredibile sfida molto difficile da vincere, con un linguaggio ricco di metafore e stili»: il punto d'inizio perfetto per una nuova lingua fatta di icone e disegni.