domenica 19 luglio 2015

Caldicidio, proteste giuste ma il neologismo fa acqua!

La più nota è ovviamente omicidio e, per certi versi, è la parola-madre da cui discendono tutte le varie possibili declinazioni coniate nel corso dei tempi. Omicidio, l'uccisione di un uomo o, più estensivamente, di un essere umano, ma troviamo anche uxoricidio (uccisione della moglie), femminicidio (della donna), fratricidio (del fratello), parricidio (di un parente, ma più discussa è l'origine del termine), infanticidio (di un neonato), fino a deicidio (di un dio) ... ma l'elenco è lungo e potrebbe continuare. Un sito ne ha raccolte quasi trenta, parole composte contraddistinte tutte da un elemento comune, quel secondo elemento -cidio (dal latino, -cidium) che significa per l'appunto uccisione.

Chissà se nell'elenco vi entrerà anche un neologismo di queste ore: caldicidio. Si legge infatti sulla Repubblica, edizione di Genova, di qualche giorno fa che "sul sito dei pendolari della tratta Genova-Milano è comparso un riquadro rosso: 'Richiesta bonus caldicidio'. Cliccando, si trova un modulo da compilare per ricevere i rimborsi del biglietto". Il termine ha subito incuriosito e sul web si è scatenata la caccia al caldicidio.

Ovviamente il tema è caldo, anzi bollente, e riguarda viaggiatori di un po' tutta Italia, non solo della Genova-Milano, esasperati perché troppo spesso costretti a viaggiare in vagoni senza aria condizionata, magari anche con finestrini bloccati, a temperature già normalmente difficili da tollerare ma ancor di più in questi giorni funestati dall'"occhio infuocato di Caronte" e dal temibile "Hot Storm".

Legittima e più che condivisibile ogni protesta. Ma sul caldicidio, i linguisti storcono il naso. Perché è vero che caldicidio ricalca il più noto omicidio, ma pone un serio problema semantico. Se omicidio è l'uccisione di un uomo e il matricidio della madre, il caldicidio dovrebbe esserlo del caldo! Letta in tal modo, sembrerebbe quasi che i veri assassini della storia siano i poveri viaggiatori, non più vittime bensì artefici di un delitto.

Il neologismo, insomma, linguisticamente fa acqua e per i suoi coniatori questo sarebbe già un gran traguardo viste le temperature. Ma nulla toglie alla protesta e alle giuste rivendicazioni che dietro il famigerato caldicidio si vanno alimentando.

giovedì 16 luglio 2015

Agreekment manda in soffitta Grexit?

Sarà che dopo 17 ore di trattative serrate una concessione alla battuta serve anche per sdrammatizzare l'atmosfera. Sarà che nell'epoca di Twitter e Facebook la ricerca del colpo 'linguistico' a effetto garantisce facile visibilità sul web. Sta di fatto che lunedì mattina, 13 luglio, raggiunto l'accordo sul debito, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk entra in sala stampa per dare l'annuncio e così si rivolge ai giornalisti presenti: "Good morning. Today, we had only one objective: to reach an agreement. After 17 hours of negotiations, we have finally reached it. One can say that we have 'agreekment'" ... "Qualcuno potrebbe dire che abbiamo un agreekment", dice Tusk e un velato sorriso, il massimo che i più si attendono dai grigi frequentatori dei salotti istituzionali di Bruxelles, si accenna sul viso del presidente polacco.

L'hastag #Agreekment in poche ore si diffonde velocemente su Twitter. D'altra parte, pareva illogico pensare che il più lungo vertice della storia dell'Unione Europea non potesse essere suggellato da un neologismo, ultima di una serie di parole macedonia che la crisi di Atene ha ispirato: Grexit, Grimbo, Greferendum, solo per citare le più diffuse. Che sia un segno del destino che tale feconda attività creativa aperta da un economista (E. Rahbari di Citigroup, suo il Grexit nel febbraio 2012) trovi la parola finale per bocca di un politico, Tusk appunto?

Poche illusioni, la crisi greca è tutt'altro che risolta e Agreekment potrebbe essere solo una ulteriore tappa di questa complicata vicenda e dei suoi fantasiosi neologismi.


Articolo pubblicato sul Quotidiano del Lazio

lunedì 13 luglio 2015

#LettureUtili/L'antica Grecia culla della democrazia un falso storico

Le origini della parola democrazia sfatano certi luoghi comuni. Platone e Aristotele furono tra i primi critici di questa forma di potere che era intesa come «dittatura della maggioranza», e non «governo dei migliori». La riflessione del filosofo Umberto Curi dal Corriere della Sera


Il referendum celebrato in Grecia domenica 5 luglio ha rilanciato uno dei più vieti, e insieme infondati, luoghi comuni, accreditando l'idea che la Grecia sia stata la «patria della democrazia», nell'accezione moderna della parola. In nome di questa paternità, un buon numero di uomini politici italiani, indifferentemente di destra e di sinistra, ha indicato in quella consultazione popolare una luminosa conferma della bontà del sistema democratico, l'unico capace di garantire l'obiettivo politico fra tutti, e per tutti, più desiderabile, vale a dire l'autogoverno del popolo. E la Grecia del Sì o del No all'euro avrebbe confermato di essere stata la culla della forma di governo ancor oggi giudicata nettamente preferibile, rispetto ad altre.

Il termine demokratía comincia a circolare verso la fine del VI secolo avanti Cristo, con una accezione prevalentemente dispregiativa. In entrambe le componenti della parola. Da un lato, infatti, kratos non significa affatto genericamente «potere» (come per lo più si ritiene), ma si riferisce piuttosto a quella forma di potere che scaturisce da, e si fonda su, l'uso della forza. Analogamente, il termine démos viene adoperato per denominare non la totalità della popolazione, ma quella parte, ancorché maggioritaria, del popolo, che è in possesso di alcuni requisiti. Le occorrenze di démos nel senso di regime popolare, cioè di democrazia, sono pochissime e si trovano concentrate nel celebre dibattito sulle costituzioni, svoltosi verso la metà del V secolo. Le altre attestazioni di démos si presentano sostanzialmente come valutazioni negative della democrazia, quali potevano essere espresse soprattutto dai suoi avversari, i quali contestavano a questa forma di governo il fatto di privilegiare i (molti) cattivi, rispetto ai pochi (buoni), ovvero di pretendere che a governare fosse una moltitudine indistinta, anziché gli éristoi, i «migliori». Insomma, pur nell'estrema variabilità di significati, da un lato demokratía indica il dominio coercitivo, esercitato con la forza, di quella parte del popolo che è il démos (con la drastica esclusione delle donne), mentre dall'altro lato essa esprime il sopravvento della componente quantitativamente, ma non qualitativamente, più significativa del popolo. 


Soltanto alla luce di queste elementari considerazioni di carattere linguistico, si può capire non solo la durissima requisitoria antidemocratica dell'anonimo autore dell'opuscolo La costituzione degli Ateniesi, ma soprattutto l'atteggiamento assunto dai due maggiori filosofi dell'antichità classica nei confronti della demokratía, vale a dire l'invettiva di Platone, secondo il quale più che una definita forma di governo, essa è un «supermercato delle costituzioni», nel quale convivono senza un preciso principio di organizzazione forme politiche diverse. E la più pacata, ma non meno intransigente, condanna di Aristotele, il quale indica in essa la peggiore fra le forme buone di governo.

Tirando le fila del ragionamento, se ne possono ricavare due principali assunzioni. La prima riguarda l'origine storica della democrazia. Si sarà compreso quanto sia antistorico e culturalmente infondato parlare della Grecia come «culla» dell'autogovemo del popolo nella sua totalità. La seconda è più direttamente pertinente ad una valutazione di merito. Ammesso e tutt'altro che concesso, che la democrazia sia nata in Grecia, non solo essa compare in una accezione del tutto incommensurabile, rispetto all'accezione corrente del termine, ma è accompagnata da argomentati giudizi che ne mettono radicalmente in discussione il primato, rispetto ad altre forme di governo. D'altra parte, come spesso accade, la ricostruzione storico-culturale non corrisponde semplicemente alla pur fondamentale esigenza di fare «pulizia» dal punto di vista concettuale. Essa ci aiuta se non altro a porre un problema, sul quale sarebbe necessario intrattenersi in maniera approfondita. Si potrebbe formularlo nei seguenti termini.

Assumendo come riferimento il referendum recente, siamo proprio sicuri che esso rappresenti - come vorrebbero legioni di apologeti della democrazia diretta - la testimonianza più convincente della «bontà» di questa forma di governo? Davvero si può ritenere che il Sì o il No costituiscano una risposta adeguata alle formidabili questioni oggi in campo? In quali limiti possiamo ritenere che le molte decine di pagine delle proposte intorno alle quali il popolo greco è stato chiamato a pronunciarsi siano state lette e comprese da coloro che hanno votato?
 

Non è vero piuttosto che l'occasione referendaria ha fatto emergere con forza la sproporzione abissale fra le competenze tecniche necessarie per una presa di posizione razionale, e non meramente emotiva, e la «qualità» delle risposte compendiate nell'alternativa Sì-No? Insomma, se davvero si intende assumere come modello di democrazia quanto è accaduto domenica scorsa in Grecia, si può capire perché quel Paese sia stato non la culla della forma democratica, ma il grembo che ha partorito le critiche più serrate e argomentate all'idea stessa dell'autogoverno del popolo.

venerdì 3 luglio 2015

Grexit, oxi o nai?

Fermare o assecondare il Grexit, la risposta al grande quesito del momento che potrà condizionare non solo la permanenza del Paese nell'euro ma anche il futuro della stessa Europa è affidato a due paroline greche: oxi o nai? No o sì.

Un paradosso anche linguistico, in fondo un riscatto dell'identità nazionale molto spesso sacrificata sull'altare di tecnicismi e anglicismi incomprensibili, vittima di credit crunch, spread, default, spending review e austerity.

E la riflessione non è solo terminologica. Perchè, come ha argomentato - qualcuno potrebbe dire sorprendentemente - Antonio Patuelli, presidente dell'Associazione bancaria italiana (Nuova Europa o neonazionalismo, Rubettino editore), l'identità dei diritti passa anche attraverso le parole e se in una lingua prevalgono forestierismi o parole troppo specialistiche capaci di creare distanza tra istituzioni e cittadini, si crea un problema non solo di comprensibilità ma anche di responsabilità.

"Di parole greche avvertiamo particolare bisogno in questi giorni", ha ammonito il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Greche o italiane, di parole che riflettono l'identità di un popolo, di una nazione, se ne avverte la necessità non solo in occasioni così drammatiche.

Così, a futura memoria, non si prendano sottogamba altre analoghe coniazioni che da Grexit discendono. Brexit e Austritt (l'uscita del Regno Unito e dell'Austria dall'UE) o persino l'exItalia, la temuta uscita dall'euro del nostro Paese secondo l'economista Mariana Mazzucato in un'analisi pubblicata su Repubblica (Quando l'errore è nella diagnosi, 1 luglio 2015). Economiche, sociali o culturali, dietro ciascuno di questi particolari neologismi vi sono radici e ragioni diverse. Tutte però alla fine condurranno allo stesso drammatico quesito che i cittadini greci affronteranno tra poche ore: oxi o nai?