giovedì 24 dicembre 2015

Auguri sì, ma non di plastica

Ultime ore prima dell'inizio delle festività e affannosa rincorsa agli ultimi regali. Spesso però si dimentica un particolare importante, gli auguri. Da accompagnare al dono natalizio o semplicemente da fare a una persona che neppure incontreremo nei prossimi giorni. Un gesto importante che merita un'attenzione particolare, un gesto non banale che può far la differenza.

Per questo motivo, ci sono alcuni piccoli consigli da seguire per evitare che i vostri si riducano a diventare 'auguri di plastica'.

Come ricordavano qualche anno fa in un loro libro i linguisti Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, pur nell'era degli sms e dei social media, spendiamo qualche momento in più del nostro tempo per gli auguri di carta. Un biglietto scritto a mano (evitate i biglietti preconfezionati!), di vostro pugno, che trasmette un augurio ma anche un vostro pensiero, è unico e mantiene sempre un'emozione particolare nello scriverlo e nel riceverlo.

Ma nell'era del web, i messaggini, le app e le Christmas Card, what's app e molto altro ancora imperversano tra giovani e non. Una tempesta di 'auguri digitali' che nel 2010 ha raggiunto quasi la quota dei 500 milioni di sms scambiati. E la tendenza cresce col crescere di applicazioni, piattaforme e funzionalità a disposizione. Chissà cosa ne pensa oggi Neil Papworth che 23 anni fa lavorava alla Vodafone e il 3 dicembre mandò il primo «Merry Christmas» via sms: da quel giorno, fu chiaro che i telefoni non sarebbero più stati utilizzati solo per telefonare.

Carta o digitale, alcune regole valgono comunque in ogni caso perchè riguardano la scrittura e lo stile.

Evitate, ad esempio, i superlativi perchè gli 'auguroni' e gli 'augurissimi' non servono certo a rendere l'augurio più sentito. Controllate anche l'impulsività da emoji: troppe iconcine smielate, cuoricini e faccine possono banalizzare il messaggio augurale.

Non ricorrete alle espressioni inglesi se l'augurio è indirizzato a parenti e amici italiani: ha ben poco senso scrivere "Merry Christmas", "Best Wishes" o "Happy New Year" se non per un vezzo esterofilo poco comprensibile.

E anche se non usiamo la penna per i nostri 'auguri digitali', evitiamo di utilizzare formule stereotipate o già confezionate per mandare il nostro pensiero a qualcuno. Su web si sprecano siti che offrono soluzioni augurali pronte per l'uso. Immaginiamo l'obiezione: con tutti i messaggi che devo mandare a colleghi, amici non stretti, parenti lontani - i destinatari ideali di queste formule prefabbricate - ci manca solo che a ciascuno mando una frase diversa! Obiezione più che legittima. Però se proprio dovete farne ricorso, solo un piccolo suggerimento: prendetene spunto, ma poi lasciatevi guidare dal cuore!

Milleproroghe, un sopravvissuto del politichese

La storia ultraventennale di una parola ricostruita da Sergio Rizzo sul Corriere della Sera. Un geniale neologismo che per il vocabolario della lingua Treccani trova "radice in un articolo di Pierluigi Franz pubblicato dal quotidiano torinese La Stampa il 7 settembre 1993. Titolo: «Nel governo è entrato il ministro della proroga». Entrato, e mai più uscito. Da sedici governi a questa parte". Entrato per la prima volta con il governo di Giuliano Amato e sopravvissuto a esecutivi di ogni colore e forma, capace di resistere persino alla rottamazione renziana.

Il significato? Lo dice la parola stessa. Milleproroghe, "un provvedimento che rinvia, solitamente di anno in anno, scadenze che lo Stato ha fissato con legge ma che non riesce o non può rispettare".

Nella sostanza, è il decreto legge di fine anno che contiene disposizioni urgenti e proroghe di precedenti decreti su svariate materie. Un retaggio del politichese della Prima Repubblica, "in molti casi una clamorosa certificazione di inefficienza amministrativa, diventato però negli anni un comodo vagone sul quale caricare anche le marchette (e certe carinerie ad personam) per cui non si è trovato posto nella finanziaria o un ottimo strumento per piazzare qualche toppa qui e là". Spesso e volentieri, anche l'incredibile esercizio di burocratese intenzionale: "«Il termine di cui all'articolo 23, comma 5, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, già prorogato ai sensi dell'articolo 29, comma 11-ter, del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 216, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 febbraio 2012, IL 14, e dell'articolo 5-ter del decreto-legge 26 aprile 2013, n. 43, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 giugno 2o13, n. 71, è ulteriormente differito al 30 giugno 2014». Chi ci capisce qualcosa è bravo... Ma non sono i normali cittadini che devono capire: capisca solo chi deve".

Prima di questo, "l'unico altro «milleproroghe» del governo Renzi - conclude Rizzo - è entrato alle Camere con un testo di 27.995 caratteri. Quando ne è uscito erano diventati 72.318".

mercoledì 9 dicembre 2015

Misericordia e i neologismi di Papa Francesco

Canonization 2014- The Canonization of Saint John XXIII and Saint John Paul II (14036966125).jpgSi è appena aperto l'Anno santo straordinario per il Giubileo della misericordia. Proprio 'misericordia' è una parola centrale per Bergoglio. Come ha scritto Rino Fisichella,  Presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, "non è improprio sostenere che Papa Francesco ha fatto della misericordia il suo programma di pontificato".

Lo ha ripetuto anche stamane Papa Francesco, all'Udienza generale in piazza San Pietro: "Specialmente in questi nostri tempi il richiamo alla misericordia si fa più urgente". E ha ripetuto più e più volte questa parola sottolineandone la straordinaria capacità di "contribuire realmente all'edificazione di un mondo più umano".

Il peso di questo vocabolo nella retorica bergogliana è evidente anche da un altro punto di vista, più strettamente linguistico. Da 'misericordia' infatti originano almeno tre neologismi di Papa Francesco: misericordiare, misericordiando e misericordina.

Bergoglio ha fatto ricorso già in moltissimi casi a nuovi vocaboli non certo per vezzo linguistico ma solo perchè nel suo parlare chiaro e diretto al popolo cristiano e non, quando non trova le parole adatte, le inventa.

Giocattolizzare, mafiarsi, inequità, spuzzare, primerear, balconear ... l'elenco è lungo e in molti hanno cominciato a classificare e studiare il fenomeno, tanto che ormai si parla di 'bergoglismi' per identificare i neologismi papali.

E se con misericordiare Papa Francesco spiega che "Dio è misericordia" e ricorda la missione del suo pontificato ("sono venuto a misericordiare", cioè a fare misericordia), con misericordiando, uno strano gerundio, attinge proprio alla sua creatività per supplire a una carenza della lingua italiana. Lo ha ben spiegato a padre Antonio Spadaro in una intervista a La Civiltà Cattolica: "Il gerundio latino miserando è intraducibile sia in italiano che in spagnolo. Mi è venuto in mente di tradurlo con un altro gerundio che non esiste: misericordiando". 
Infine, la Misericordina che non è solo un neologismo ma addirittura una "medicina speciale" che "fa bene al cuore, all'anima e a tutta la vita", ha spiegato il Papa al termine di un Angelus di qualche settimana fa, mentre suore e volontari distribuivano lo speciale 'kit' ai pellegrini presenti in Piazza San Pietro. Come ogni medicinale, la Misericordina ha un foglietto d'istruzioni che spiega: "è un medicinale spirituale fa arrivare la misericordia nell'anima. Lo si avverte tramite la tranquillità del cuore, la gioia esterna e il desiderio di diffondere il bene". E suggerisce il dosaggio (applicare, ad esempio, quando "sentiamo il bisogno dell'aiuto nella decisione difficile"), le modalità d'uso (possibilmente, in "un posto tranquillo, una camera o una chiesa") e la profilassi ("almeno una volta al giorno", con "applicazione identica sia nei bambini che negli adulti", non c'è incompatibilità "con altre preghiere").

Bergoglio e la misericordia, "questa parola cambia tutto" aveva detto "rende il mondo meno freddo e più giusto", e - aggiungiamo noi - offre un prezioso contributo all'arricchimento del nostro vocabolario.
Un estratto di questo articolo è pubblicato anche su Il Quotidiano del Lazio