venerdì 9 dicembre 2016

New Opening, il trionfo dell'inglese farlocco

Siamo tutti d'accordo sul fatto che l'inglese sia la lingua più parlata al mondo e inevitabilmente ne subiamo la sua influenza tanto da adottare ogni anno tanti nuovi anglicismi. Al punto che la nuova edizione dello Zingarelli tra i 250 neologismi che accoglie, ne registra un bel repertorio di origine anglosassone: emoji, selfie, doodle, stepchild adoption tanto per citarne alcuni. A tutto però ci dovrebbe essere un limite, soprattutto quando l'espressione usata è inutile (esiste un efficace corrispondente italiano) se non addirittura sbagliata.
 
Ieri, passeggiando per negozi mi sono imbattuto in una enorme cartellonistica a firma di una catena di abbigliamento che copriva le vetrine di un locale chiuso (nella foto). Quale il messaggio? 'New opening'. Evidente il significato: Nuova apertura. Ma allora perché non usare l'espressione italiana, chiara e altrettanto efficace?

 

Incomprensibile, se non pensando che il ricorso all'inglese sia più 'trend' soprattutto se ci si rivolge a ragazzi e ragazze come ammiccherebbe il cartellone e in un mondo molto 'fashion' e 'glamour' come quello della moda. Basta anche sbirciare il sito del 'brand' di abbigliamento dove imperversano 'new arrivals', 'precious party', 'store finder', 'gift ideas' solo limitandoci alla 'home page'.
 

Ma tornando al nostro 'New opening' vale anche la pena spiegare ai realizzatori di queste cartellonistiche che se proprio ricorso all'inglese deve esserci, almeno sia fatto in modo corretto. A meno che, visto che in Italia siamo maestri del retropensiero, non si sia ritenuto che in un Paese dove l'inglese si parla poco e male, meglio ricorrere all'inglese farlocco che all'espressione 'Opening soon' giusta ma meno comprensibile.

Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Lazio

martedì 29 novembre 2016

Cassazione: omosessuale, l'offesa non sussiste

«Omosessuale» non è un'offesa ma ormai una parola come tante altre e nessuno può sentirsi leso nella reputazione per essere definito con questo termine, nemmeno se ha gusti eterosessuali.

Lo ha stabilito una sentenza della Corte di Cassazione che ha definito la parola «neutra anche se rivolta a chi non è gay». Oggi, secondo i giudici, il termine omosessuale non ha più «un significato intrinsecamente offensivo come, forse, poteva ritenersi in un passato nemmeno tanto remoto».

La Cassazione è intervenuta - con la sentenza 50659 - annullando senza rinvio la condanna per diffamazione inflitta il 20 marzo 2015 dal Giudice di pace di Trieste nei confronti di un uomo che aveva usato questo termine in un atto di querela rivolgendosi a un 'avversario' eterosessuale con il quale era in lite.

La parola omosessuale, spiega la Suprema Corte, è entrata nell'uso corrente e attiene alle «preferenze sessuali dell'individuo», assumendo di per sé «un carattere neutro». E per questo non è lesiva della
reputazione di nessuno, anche nel caso in cui sia rivolta a una persona eterosessuale. A differenza di altri «appellativi» sessisti che invece per i giudici mantengono un carattere «denigratorio».

Un cambio di orientamento dei giudici che appena sei anni fa, con una decisione pubblicata il 16 marzo 2010, relativa ad una vicenda iniziata ad Ancona alla fine del 2002, la Cassazione aveva stabilito che non si
può dare a qualcuno del «gay» con l'intento di offendere, anche se la persona cui si è rivolta l'espressione ha effettivamente tendenze omosessuali e nonostante ci si proclami «laici apertissimi».

«La tipicità della condotta di diffamazione — scrive la Cassazione — consiste nell'offesa alla reputazione: è dunque necessario che i termini dispiegati o il concetto veicolato, nel caso di comunicazione scritta o orale, siano oggettivamente idonei a ledere la reputazione del soggetto» al quale sono rivolti. E per gli ermellini la «mera attribuzione» della «qualità» di omosessuale non  «attinente alle preferenze sessuali dell'individuo» tenendo conto «dell'evoluzione della percezione della circostanza da parte della collettività». Ragion per cui, oggi, il fatto, cioè l'offesa, «non sussiste».

martedì 15 novembre 2016

Interviste. Massimo Roscia: "Sendare fiori? Mi provoca una eruzione cutanea violenta!"

video

"Luogo? Non si usa più perchè tutti vanno alla ricerca ossessiva di una location. Viviamo tra fiction, mission e situation. Ci sono termini che producono l'orticaria. Come sendare dei fiori, in un messaggio inviato da un aspirante fidanzato ad una ragazza. Siamo tutti aperti alla lingua e alle novità che esprime, ma alcune espressioni mi provocano eruzioni cutanee violente: sendare al posto di mandare al di fuori del contesto informatico è veramente un cazzotto". Lo racconta Massimo Roscia, scrittore e autore del libro "Di grammatica non si muore", pubblicato da Sperling & Kupfer.

Safe and Quiet on board, le carrozze sicure di Trenord



Trenord, il servizio ferroviario della Lombardia, ha recentemente inaugurato le carrozze "Safe and Quiet on board". Si tratta di carrozze dove sono presenti una serie di telecamere e di pulsanti di emergenza Sos che il viaggiatore può attivare in caso di necessità per chiedere l'intervento del personale dell'azienda presente sul treno.

Intervento encomiabile: maggiore prevenzione e sicurezza sono sempre auspicabili a beneficio dei viaggiatori, evitando episodi come quello capitato qualche mese fa a una 22enne di Bergamo presa a martellate a bordo del treno della linea S5 Treviglio-Varese durante una rapina.

Ma perchè usare una espressione inglese, "Safe and Quiet on board"? Le nuove carrozze a prova di delinquenti non potevano chiamarsi più semplicemente ed efficacemente "Sicure e tranquille"?

Trenord già sul proprio sito internet strizza abbondantemente l'occhio a formule anglosassoni: "discovery train", "buy online" e "circolazione real time" campeggiano nella pagina iniziale (la home page, per intenderci) quando, ad esempio, "acquista online" o "circolazione in tempo reale" sarebbero più comprensibili senza perdere quel senso di modernità che spesso, inopinatamente, si attribuisce al corrispondente inglese.

Se, come ha rivendicato Trenord, uno dei punti centrali dell'azione di rinnovamento è la comunicazione, auguriamoci che lo sforzo dell'azienda non si limiti solo a inglesizzare ciò che in italiano già esiste o può essere altrettanto efficacemente presentato.

martedì 8 novembre 2016

Interviste. Beccaria: "La lingua? Un fiume che scorre tra neologismi e parole perdute"

video

"La lingua è come un fiume che scorre: ogni tanto si impoverisce per poi arricchirsi. E' un va e vieni continuo di parole nuove che si impongono e rimpiazzano parole perdute. A preoccupare semmai è la scrittura, nonostante ci sia stata un suo ritorno, basti pensare alla diffusione dei messaggini, ma è crollata la sintassi, la capacità di governare il periodo". Lo spiega Gian Luigi Beccaria, autore de "L'italiano che resta" pubblicato da Einaudi.

mercoledì 26 ottobre 2016

Interviste. Valeria Della Valle e la perdita di conoscenza del significato delle parole

video 
"Molti studi testimoniano come vi sia una sempre più forte perdita di conoscenza del significato delle parole - spiega la linguista Valeria Della Valle - Tutti dobbiamo fare un piccolo sforzo. Tutte le volte che incontriamo una parola della quale non siamo sicuri di conoscere il significato, andiamo a cercarlo sul vocabolario, su carta o in rete. Ripassiamo il significato di quella parola così da poterlo anche raccontare ai nostri figli, ai nostri nipoti quando quella parola si ripresenterà al nostro ascolto o alla nostra lettura".

giovedì 8 settembre 2016

Onlife, una vita che non distingue più tra online e offline

La nostra vita? E' ormai costantemente online tanto che sarebbe meglio usare il neologismo onlife, parola che indica la commistione tra esperienza online e vita offline.

Alla Commissione europea "il neologismo onlife gli è piaciuto" dopo "la pubblicazione del mio volume The Onlife Manifesto", spiega oggi sul Corriere Fiorentino Luciano Floridi, Professore di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford. E la Commissione Ue promuove una iniziativa (The Onlife Initiative) che punta a ridefinire il concetto di "spazio pubblico' nell'era digitale

La maggior parte della popolazione ormai "vive onlife, una vita che non distingue più tra online e offline", (Floridi su Treccani.it) e dove dove distinzioni scontate come quelle fra reale e virtuale diventano fluttuanti e incerte.

La nuova condizione determina anche un mutamento dei rapporti umani e dell'evoluzione dell'"essere umano nell'era dell'iperconnessione". 


Oltre agli aspetti legati al divario digitale, alla protezione dei dati, alla conoscenza e molto altro ancora, Floridi affronta gli effetti sull'identità umana quando siamo perennemente collegati: "Nell'onlife si crea una tensione tra due poli: da un lato ciascuno di noi si sente come il protagonista di un film, pensa che al resto del mondo interessi l'infinita mole di informazioni private che condividiamo su Facebook; dall'altro scopriamo di essere un granello di sabbia insignificante, ai margini del mondo globale. Questa tensione tra centro e periferia l'onlife lo ha moltiplicato".

mercoledì 7 settembre 2016

Ritagli. Da Primavera Nera a Generazione Y, le 30 parole proibite negli sms dei cubani

(articolo pubblicato su la Repubblica)

Trenta parole proibite che se vengono scritte in un messaggio di testo dal cellulare (sms) impediscono che questo arrivi a destinazione. È quello che hanno scoperto, e denunciato, in un articolo su 14ymedio, il foglio digitale di Yoani Sànchez, un gruppo di dissidenti [ndr., leggi l'articolo su 14ymedio]. Fra le parole proibite c'è per esempio "democrazia", oppure "dittatura", "elezioni", "diritti umani" o "sciopero della fame" [ndr., leggi la lista delle parole su 14ymedio]. All'inizio il mancato arrivo a destinazione degli sms con parole proibite è stato attribuito al cattivo servizio di Ectesa, l'azienda telefonica di Cuba. Ma grazie a numerose prove svolte in tutta l'isola, i dissidenti sono arrivati alla conclusione che sui messaggi viene applicato un filtro dalla censura. E provando, hanno anche raccolto una lista di parole che bloccano automaticamente gli sms. 

Il filtro cubano è simile a quello applicato, a partire dal 2011, in Pakistan, dove le autorità stabilirono una lista di oltre 1600 parole proibite, sia in inglese che in urdu, che non potevano essere usate in messaggio via cellulare. In quel caso però la motivazione era religiosa e le parole vietate erano insulti o oscenità. "Un cubano invece scrive polemica nell'articolo la Sànchez - può raccontare un'orgia in un sms ma non può scriverci la parola democrazia". L'altra differenza con il Pakistan è la censura della censura. A Islamabad l'operazione "filtro" non era segreta, tutti sapevano che se avessero usato vocaboli vietati il loro messaggio sarebbe stato cancellato d'imperio. Il governo cubano invece lo ha fatto in gran segreto sperando forse che l'inconveniente fosse attribuito a problemi tecnici e non alla censura di Stato. 

Nel suo articolo la Sànchez ricorda che il governo cubano non è nuovo all'uso di forme di controllo sui cellulari. Durante la visita di Papa Ratzinger, per esempio, nel settembre del 2012, un centinaio di oppositori denunciarono che le loro utenze cellulari erano state sospese. Ed è di due anni fa la firma di un accordo di cooperazione tra Cuba e il regime cinese grazie al quale Pechino ha trasferito all'Avana la sua esperienza sulla vigilanza e la censura dei contenuti nel web.

Fra i termini bloccati ci sono anche "Primavera Negra", che si riferisce all'ultima grande repressione dei dissidenti nel marzo del 2003, o i nomi di alcuni degli oppositori più noti, come José Daniel Ferrer, Guillermo Farinas, la stessa Sànchez e "Damas de blanco", il movimento delle mogli dei prigionieri politici. Oppure riviste o movimenti di opposizione. Da "Cuba-net", sito online anticastrista, a "Todos Marchamos". Nonostante i passi avanti degli ultimi tempi, l'accesso a internet sull'isola di Raúl è ancora un privilegio riservato a pochi, solo nel 5% delle case cubane c'è una connessione web. Questo ha avuto l'effetto di potenziare moltissimo l'uso degli sms sui cellulari. 


È dal 2008 che i cubani hanno la possibilità di sottoscrivere liberamente un contratto per il cellulare e oggi sull'isola ce ne sono tre milioni, un terzo dei quali attivati nell'ultimo anno, nonostante il costo di una chiamata nazionale equivalga alla metà di quel che si guadagna in una giornata di lavoro. L'inchiesta di 14ymedio svela i dettagli di una nuova forma di censura ma da sempre è una abitudine dei cubani quella parlare di cose proibite attraverso allusioni e metafore. Ieri era "il cavallo" per Fidel Castro, oggi è "aspirina" per la pattuglia della polizia.
Omero Ciai

giovedì 1 settembre 2016

Webete, parola-virale che non ci fa fare bella figura

Se 'webete', il (presunto) neologismo inventato da Enrico Mentana, è diventato il tormentone di questa coda d'estate, arrivando a indurre persino l'Accademia della Crusca a twittare che "sicuramente potrebbe venire registrato nei vocabolari, se continuerete a usarlo", vuol dire che siamo messi proprio male. Già perchè webete è la versione 2.0 del 'decerebrato' in rete, di chi usa i social media per scrivere idiozie, alimentare complottismi, cavalcare populismi, esprimere sentimenti di intolleranza se non di razzismo. Insomma, l'ottusità e l'idiozia del Nuovo Millennio che si esprime nel 'bar dello sport' contemporaneo quali sono ambienti virtuali (ma non sempre virtuosi) come Facebook e Twitter.
 
"I social media - sosteneva Umberto Eco - danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività, e venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel". 
 
La storia è ormai nota. Il direttore del Tg La7 risponde su Facebook ad un utente che in un post polemizzava sul fatto che "i terroristi rifugiati" stanno "negli alberghi serviti e riveriti" mentre i terremotati "staranno nelle tende" a lungo. Risposta netta di Mentana: "Mi stavo giusto chiedendo se sarebbe spuntato fuori un altro così decerebrato da pensare e poi scrivere una simile idiozia. Lei è un webete".
 
Webete diventa fenomeno virale, viene candidato a parola dell'anno in pochi giorni sotterrando in un sol colpo il (non troppo) sotterraneo allarme lanciato da Mentana sul degrado sociale che avvelena i social (media). Per la cronaca, non possiamo considerarlo un vero e proprio neologismo, visto che una prima attestazione di webete risale al 1998 ma in gergo telematico per definire un "utente che considera Internet composta solamente dalla WWW" (fonte: xmau.com). Ma con Mentana, il webete cambia completamente significato, si trasforma in parola macedonia (web + ebete) e lascia il gergo specialistico e tecnico dove finora era esiliato nella ignoranza dei più. Anche questo, in fondo, è un segno dei tempi.
 

sabato 30 luglio 2016

Mocio, quando un marchio diventa nome comune

Bikini, scottex, biro. E ora anche mocio. E' solo l'ultimo ingresso nell'uso come termine comune di nomi di prodotti o aziende di successo. Solo che questa volta, c'è voluto un Tribunale, quello di Milano, per autorizzare la 'volgarizzazione' del marchio.

Già perchè la Vileda, l'azienda tedesca che nel 1978 ha registrato il marchio, non ha accettato che nel film Joy, che narra proprio la storia dell'invenzione del Miracle Mop (così è chiamato negli Usa, 'mop' anticamente veniva utilizzato per indicare una donna che puliva), si ricorresse ben 40 volte al neologismo mocio trattandolo però non come un marchio ma come un nome comune. Il Tribunale alla fine ha dato ragione alla casa distributrice in Italia di Joy e così almeno nel film la scopa facile da strizzare può essere chiamata 'mocio' (con la 'm' minuscola) e non 'Mocio' (con la maiuscola) come richiederebbe se fosse trattata quale nome di un marchio registrato.

Tutti noi, poveri umani, da sempre ormai usiamo il termine per riferirci all'oggetto e non più a un prodotto ben definito e riconosciuto commercialmente. E se avessimo un dubbio, basterebbe aprire il dizionario per ritrovarvi, come nel Garzanti, 'mocio' definito come "accessorio costituito da un ciuffo di strisce di tessuto collegate a un manico, che serve a lavare i pavimenti".

E' quel processo che gli esperti del settore chiamano 'volgarizzazione' del marchio e che - spiega Linda Liguori, esperta di brand naming  - spesso avviene all'oscuro dell'azienda facendone perdere pian piano il suo carattere distintivo.

Chi non ha timore di volgarizzazione del marchio sono la Sasso per l'olio, la Scotti per il riso o la Ragno per l'intimo. I nomi commerciali a prima lettura contrasterebbero con la qualità richiesta: leggerezza per l'olio, cottura per il riso, il confort per la maglieria. Ma erano altri tempi quando entrarono sul mercato e nonostante tutto la poca attenzione alla scelta del nome non ne ha impedito il successo. Come dire, il nome non è tutto!


Articolo pubblicato su Il Quotidiano del Lazio

mercoledì 20 luglio 2016

Interviste. Linda Liguori, esperta di brand naming, sul 'caso mocio'

"Il caso 'mocio' è emblematico di un fenomeno diffuso chiamato 'volgarizzazione', cioè l'uso comune di un termine o di un neologismo che all'origine era un marchio depositato. Spesso è un fenomeno che avviene all'oscuro dell'azienda che detiene quel marchio, che non fa nulla per proteggerne l'esclusività e quindi quel termine perde la sua capacità distintiva".



Linda Liguori, esperta di brand naming, racconta la vicenda che ha visto al centro di una vertenza legale il 'mocio' e svela curiosità e aneddoti legati alla nasciti dei nomi di prodotti o di aziende che spesso entrano nell'uso comune.

mercoledì 13 luglio 2016

Interviste. Giulia Depentor, scrittrice, sui modi di dire

"Conoscere i modi di dire di un Paese significa conoscere la cultura di un Paese. Per questo motivo ho studiato bene i nostri Ad esempio, noi diciamo 'fidarsi è bene non fidarsi è meglio' mentre i tedeschi dicono 'fidarsi è bene controllare è meglio'. Una differenza che esprime anche una sottile di differenza di mentalità". Così Giulia Depentor, scrittrice, che spiega l'origine di alcuni dei modi di dire italiani più diffusi.

giovedì 16 giugno 2016

Contismo, è nato un neologismo. Speriamo che duri!

Il tweet lanciato dal deputato Pd Ernesto Carbone domenica 17 aprile, ad urne aperte in occasione del referendum sulle 'trivelle', ha diviso la politica e ha creato un nuovo caso linguistico. 

La vittoria dell'Italia nell'esordio agli europei? Grazie a Giaccherini e Pellè, ma soprattutto frutto del 'Contismo', il neologismo che tutti ci auguriamo esploda completamente nel corso delle prossime settimane.

Già perchè il Contismo è la nuova parola per identificare il calcio di Antonio Conte, il ct della Nazionale. Lo ha evocato Mario Sconcerti, noto editorialista sportivo, che negli studi di Sky Sport 24, appena terminata la partita con il Belgio ha commentato: "Stasera è nato il Contismo. E' la vittoria dell’organizzazione. In tanti anni che vedo e studio il calcio non ho mai visto una squadra normale (ndr., l'Italia) che obbedisse e che fosse tanto l’espressione del proprio tecnico come questa".

Il Contismo ha la faccia di Antonio Conte: la sua determinazione, la sua rabbia, anche il volto insanguinato dopo il gol di Giaccherini è l'espressione simbolica e iconografica perfetta del Contismo. E' un'etichetta, un timbro che già contraddistringue la Nazionale. Definizioni che spesso possono diventare una moda, una tendenza anche di breve durata. Ma nel calcio, abbiamo precedenti celebri ormai ben radicati: dal Sacchismo al Guardiolismo, fino al Cholismo, il calcio del Cholo Diego Simeone, il 'perdente di successo' treinador dell'Atletico Madrid.br /> Le definizioni del Contismo sul web già si sprecano, tra giornalisti e commentatori sportivi. Sintetizzando, il Contismo è l'espressione di un calcio arcigno e concreto, duro e arrabbiato, senza fronzoli e concessioni alla leggerezza e al superfluo, capace di far uscire il massimo e anche più da giocatori che non sono fuoriclasse o campioni ma pronti a dare fino all'ultima stilla di sudore per il loro allenatore e ad interpretare quasi come automi il suo modello di gioco. E' insomma il perfetto riflesso delle evocative conclusive parole dell'inno di Mameli cantate a squarciagola dagli azzurri, così adattate all'occorrenza: "siam pronti alla morte. Conte chiamò". Contismo è anche organizzazione, parola quest'ultima che è ricorsa quasi come un mantra nelle dichiarazioni post-partita dei calciatori italiani.

Attenzione, però. Il Contismo potrà realmente assurgere all'Olimpo dei neologismi calcistici, alla pari del Guardiolismo, solo se riuscirà a imporre i suoi 'comandamenti' anche nel proseguio dell'avventura francese. Altrimenti, come qualcuno ha paventato, si rischia di rivivere quanto accaduto due anni fa, ai Mondiali in Brasile. Dopo la vittoria all'esordio con l'Inghilterra, si celebravano gli azzurri con entusiasmi e formule linguistiche trionfanti, subito seppelliti dopo le sconfitte con Costarica e Uruguay. Insomma, se Svezia e Irlanda non saranno anche loro vittime del Contismo, chissà se tutti i giornalisti e i commentatori che in queste ore ne celebrano la nascita, saranno pronti a sostenerlo ancora.

L'articolo è anche su Il Quotidiano del Lazio

Fonti:

Sconcerti: "E' nato il 'Contismo' ...." (citazione da Sky Sport 24, 14 giugno 2016)
Italia dura, concreta e arrabbiata: è nato il 'Contismo'
(Repubblica, 14 giugno 2016)
La scoperta del Contismo e i limiti del giornalismo del giorno dopo (Corriere dello Sport, 15 giugno 2016)

mercoledì 1 giugno 2016

Interviste. Valeria Della Valle, linguista, sul burocratese

"I vizi peggiori della lingua italiana? la banalità, la ossessiva e passiva ripetizione di modelli che ascoltoamo e in maniera criptica li imitiamo e li scimmottiamo. Ad esempio, tra i nuovi modelli di cattivo italiano, il più fastdioso è il burocratese", spiega Valeria Della Valle, linguista, autrice con Giuseppe Patota di "Senza neanche un errore" (Sperling & Kupfer)


mercoledì 11 maggio 2016

Interviste. Fabrizio Caramagna sugli aforismi

Fabrizio Caramagna, torinese, studioso e scrittore di aforismi e fondatore del sito “Aforisticamente”, è ormai un punto di riferimento a livello internazionale dell'aforisma contemporaneo nel mondo.



giovedì 21 aprile 2016

Ciaone

"Prima dicevano quorum. Poi il 40. Poi il 35. Adesso, per loro, l'importante è partecipare #ciaone". 

Il tweet lanciato dal deputato Pd Ernesto Carbone domenica 17 aprile, ad urne aperte in occasione del referendum sulle 'trivelle', ha diviso la politica e ha creato un nuovo caso linguistico. 

Ciaone non è solo diventato un hastag di tendenza su Twitter, ma rappresenta un fenomeno virale. Grazie alla politica? Per una volta tanto, no. 

Prima di Carbone, ciaone aveva già una sua vita e diffusione, soprattutto tra i più giovani. E lo stesso deputato Pd in una intervista attribuisce il merito di quel tweet e di quella parola alla figlia ("Da qualche settimana, ci salutiamo così").

Nel film di due anni fa "Confusi e felici" (regia di Massimiliano Bruno) Betta-Caterina Guzzanti pronuncia il fatidico ciaone durante un'esilarante seduta dallo psicanalista Marcello-Claudio Bisio. Altre fonti, attribuiscono alla cantante Emma Marrone un ruolo decisivo nella promozione del termine, assai utilizzato nel corso del serale di Amici 14. Pagine Facebook, nome di un famosa gelateria di Roma Nord ... insomma, ciaone con Carbone varca la soglia della politica dopo aver frequentato altri salotti.

L'effetto è immediato. Il Ministro per i beni culturali, Dario Franceschini, fa suo il termine in un tweet del 20 aprile ("Ciaone a Bild. Vi accoglie questo Azzurro che gli italiani stanno fotografando. #WillkommenInItalien @ENIT_italia") per rispondere al quotidiano tedesco secondo il quale la prossima estate sarebbero possibili attentati sulle spiagge italiane. E la Treccani annuncia che il termine sarà presto inserito nel dizionario dei neologismi. 


Spiega all'agenzia AGI la linguista Valeria Della Valle: "Ciaone è un accrescitivo di 'ciao' ed è usato a fini scherzosi, in particolare tra i giovani, nel cinema, nella musica. Nel dizionario dei neologismi inseriamo quelle parole che prendono piede sui mass media, e sicuramente 'ciaone' ormai è a pieno diritto tra queste".

lunedì 11 aprile 2016

Management di confine

Muro, filo spinato, recinzione, barriera. Sono i termini che in questi ultimi mesi hanno identificato in Europa la minaccia alla libera circolazione, il riemergere delle frontiere, il tenuto tramonto di 'Schengen'.

Da oggi una nuova espressione arricchisce il già consistente vocabolario: management di confine. Heinz Fischer, Presidente dell'Austria, ha spiegato che i "provvedimenti al Brennero non prevedono un muro oppure filo spinato" ma si tratta di "management di confine" che assicura il minor impatto possibile sul transito di persone e merci e, nel contempo, "più controlli per chi vuole entrare in Europa".

Definizione adeguata?  "E' una espressione che non dice tutta la verità", risponde Erich Leitenberger, portavoce del Consiglio Ecumenico delle Chiese in Austria, che evoca: "Il Brennero torna ad essere un simbolo di divisione. Ci stiamo allontanando dalla visione di una nuova Europa unita che è stata al centro dell'interesse per più decenni, e adesso non vale più".

mercoledì 6 aprile 2016

Interviste. Licia Corbolante, terminologa, sugli anglicismi

Hot spot, stepchild adoption, spending review ... parole ed espressioni inglesi sono sempre più usate dalle istituzioni governative.

Licia Corbolante, terminologa, sottolinea come vi sia una "tendenza inarrestabile da parte di chi ci governa nello scegliere di usare anglicismi". Per quale motivo? Spiega Corbolante: "Rivelano anche competenze linguistiche non adeguate, una conoscenza superficiale dell'inglese ma anche dell'italiano, perchè non si capisce che nella nostra lingua esistono risorse linguistiche adeguate ad esprimere gli stessi concetti".



giovedì 10 marzo 2016

#ritagli - Non più fallito ma «insolvente»

Articolo di Michele Smargiassi - La Repubblica

Quante volte abbiamo sentito la storia del «fallimento» di Steve Jobs con la sua NeXt e di quanto importante sia stato per fare della Apple quello che è oggi.

In Italia «sei un fallito» significa tante cose, troppe, e nessuna di esse lascia scampo. Quello ha fallito nella vita, il matrimonio è fallito, ha fallito all'esame. Non c'è redenzione di fronte a un giudizio prima di tutto «morale». Basterebbe leggere sulla Treccani i sinonimi: bancarotta, crac, patatrac, rovina, tracollo, fiop, scacco. Il fallimento è come un diamante: è per sempre, anche ora che su Google è previsto il diritto all'oblio per il carcere.

Intendiamoci: il fallimento economico è una cosa grave, non certo da sminuire, anche perché ricade sugli altri. A pagare sono i creditori. Ma la battaglia per la quale la Corte costituzionale ha indicato il Parlamento come luogo naturale del dibattito è soprattutto culturale. Le società falliscono, ma per gli individui si trovi un termine equipollente ma un pochino più «petaloso», per evitare quella gogna sociale che ha portato molti imprenditori al suicidio. Insolvente? Potrebbe essere una soluzione.

Il caso è stato sollevato dal tribunale di Vicenza che aveva rimandato proprio alla Consulta la questione. Anche il sottosegretario all'Economia, Pier Paolo Baretta, e la presidente della commissione Giustizia alla Camera, Donatella Ferranti, hanno sposato la battaglia sottolineando che bisogna evitare il senso di gogna morale.

Il dibattito era già stato affrontato durante il governo Monti con il decreto sulle start up. In particolare le start up innovative già oggi sono protette dalla procedura concorsuale e dalle conseguenze del diritto fallimentare che è del 1942. In un mondo in cui è normale non arrivare al primo o al secondo anno di vita, il fallimento fa parte del gioco tanto che chi investe in queste società è chiamato venture capitai, investitore di ventura. Una commissione predisposta dal ministro Orlando ha già lavorato a un disegno di legge e, secondo Baretta, un cambiamento si potrebbe avere già entro la fine del 2016. A un certo punto ci potrebbe essere l'ultimo fallito e il primo «fortunato» insolvente.
 

giovedì 25 febbraio 2016

#ritagli - Trumpese, come cambia il linguaggio della politica americana

Otto anni fa, con Barack Obama, le parole e gli slogan capaci di emozionare gli elettori americani furono «speranza» e «cambiamento», termini che seppero unire "una coalizione democratica di minoranze, donne, giovani, Lgbt. In questa fase, con Trump, le parole sono «great», grande, così deve tornare l'America, «huge», enorme (pronunciato «hiuuug» alla newyorkese) e «tremendous» e tali sono le sue vittorie. Ma anche «wall» muro, da costruire lungo il confine col Messico, «stupid», qualunque avversario, «muslims» musulmani da deportare".

Lo scrive oggi sul Corriere della Sera, Maria Laura Rodotà che suggerisce per chi vuole comunicare in trumpese, la lingua di Donald Trump, di scaricare TrumpScript, "il programma che vi fa comunicare in trumpese creato da quattro studenti della Rice University dì Houston" che "spiega meglio di tanti editoriali" le ragioni del successo che sta portando il miliardario americano verso la candidatura repubblicana alla Casa Bianca. Un linguaggio totalmente privo di sensibilità, scrive Rodotà citando Trumpscript.

Si legge nell'articolo, "Trump parla il linguaggio dei divi radiofonici di ultradestra alla Rush Limbaugh. Semplificato, del tutto sovrapponibile a quello dell'America profonda - ma neanche più tanto - dei bianchi impoveriti, dei reazionari delusi, dei giovani cresciuti a reality (con lui dentro, magari), degli americani con scarsa istruzione. E «io amo quelli con scarsa istruzione!», ha urlato ieri notte festeggiando in Nevada. Quelli, e altri, sono stati convinti da un miliardario a identificarsi con lui perché, ha spiegato al New York Times Matt Motyl, psicologo della politica alla University of Illinois, ha un ego sterminato ma sa usare il termine «noi»: «Il suo 'noi contro loro' crea una dinamica minacciosa. Si rivolge alle masse e le fa sentire di nuovo potenti»".

mercoledì 24 febbraio 2016

Interviste. Claudio Marazzini, presidente della Crusca, sul termine petaloso


Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca, parla di 'petaloso', il nuovo termine coniato da un giovane studente di una scuola elementare del ferrarese che su Twitter è diventato un hastag condiviso da centinaia di persone.


giovedì 7 gennaio 2016

Non solo Masterchef, ecco le nuove parole del cibo

Una indigestione televisiva targata Masterchef, Hell's kitchen o format più tradizionali come La prova del cuoco. Non c'è ora o canale dove la cucina non invade il piccolo schermo ed entra nelle nostre case. Gli storici della tv ribattono che in fondo è sempre stato così e negli anni Settanta ricordano come dietro ai fornelli ci fossero Ave Ninchi (A tavola alle 7; Rai) e Wilma De Angelis (Sale, pepe e fantasia; Telemontecarlo). Cambiano i tempi, i programmi si evolvono ma la sostanza resta la stessa: il cibo è grande protagonista, sempre.

E lo è anche nel linguaggio dove ogni anno entrano nei vocabolari 'alimentari' nuovi termini ed espressioni, per lo più anglosassoni, frutto di nuove tendenze, abitudini, costumi.

Climatarian è forse la parola-simbolo di questa bulimia linguistica. Candidata ad essere il tormentone del 2016, climatarian è diventata popolare grazie al social network Climates e designa la dieta più corretta per contrastare i cambiamenti climatici: consumare più produzioni a km zero (per ridurre l'energia bruciata dai trasporti), se carne deve essere meglio maiale e pollame (per manzo e agnello gli allevamenti richiedono grandi quantità di acqua), non buttare mai nulla e limitare gli scarti (torsoli di mela, croste di formaggio, ecc). 


Climatarian è una dieta ma anche un movimento, una filosofia, una moda. Tanto che è già presente nel prestigioso dizionario anglosassone Collins e il New York Times  l'ha inserita nella ristretta lista delle 'food words' di fine 2015.

Una lista che comprende tanti termini curiosi e giochi di parole. Cat Cafe, i bar a misura di gatto, tendenza che dall'Asia è arrivata negli Usa con il Cafe Meow Parlour inaugurato a Manhattan un anno fa e tentativi di imitazione anche qui da noi. Cuisinomane, la persona ossessionata dalla cucina. Zarf, il pezzo di cartone che avvolge la tazza calda del caffè per non bruciarsi le mani. Wine o'clock, l'ora del giorno in cui si iniziano a bere alcolici.