#ritagli - Trumpese, come cambia il linguaggio della politica americana

Otto anni fa, con Barack Obama, le parole e gli slogan capaci di emozionare gli elettori americani furono «speranza» e «cambiamento», termini che seppero unire "una coalizione democratica di minoranze, donne, giovani, Lgbt. In questa fase, con Trump, le parole sono «great», grande, così deve tornare l'America, «huge», enorme (pronunciato «hiuuug» alla newyorkese) e «tremendous» e tali sono le sue vittorie. Ma anche «wall» muro, da costruire lungo il confine col Messico, «stupid», qualunque avversario, «muslims» musulmani da deportare".

Lo scrive oggi sul Corriere della Sera, Maria Laura Rodotà che suggerisce per chi vuole comunicare in trumpese, la lingua di Donald Trump, di scaricare TrumpScript, "il programma che vi fa comunicare in trumpese creato da quattro studenti della Rice University dì Houston" che "spiega meglio di tanti editoriali" le ragioni del successo che sta portando il miliardario americano verso la candidatura repubblicana alla Casa Bianca. Un linguaggio totalmente privo di sensibilità, scrive Rodotà citando Trumpscript.

Si legge nell'articolo, "Trump parla il linguaggio dei divi radiofonici di ultradestra alla Rush Limbaugh. Semplificato, del tutto sovrapponibile a quello dell'America profonda - ma neanche più tanto - dei bianchi impoveriti, dei reazionari delusi, dei giovani cresciuti a reality (con lui dentro, magari), degli americani con scarsa istruzione. E «io amo quelli con scarsa istruzione!», ha urlato ieri notte festeggiando in Nevada. Quelli, e altri, sono stati convinti da un miliardario a identificarsi con lui perché, ha spiegato al New York Times Matt Motyl, psicologo della politica alla University of Illinois, ha un ego sterminato ma sa usare il termine «noi»: «Il suo 'noi contro loro' crea una dinamica minacciosa. Si rivolge alle masse e le fa sentire di nuovo potenti»".

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