giovedì 8 settembre 2016

Onlife, una vita che non distingue più tra online e offline

La nostra vita? E' ormai costantemente online tanto che sarebbe meglio usare il neologismo onlife, parola che indica la commistione tra esperienza online e vita offline.

Alla Commissione europea "il neologismo onlife gli è piaciuto" dopo "la pubblicazione del mio volume The Onlife Manifesto", spiega oggi sul Corriere Fiorentino Luciano Floridi, Professore di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford. E la Commissione Ue promuove una iniziativa (The Onlife Initiative) che punta a ridefinire il concetto di "spazio pubblico' nell'era digitale

La maggior parte della popolazione ormai "vive onlife, una vita che non distingue più tra online e offline", (Floridi su Treccani.it) e dove dove distinzioni scontate come quelle fra reale e virtuale diventano fluttuanti e incerte.

La nuova condizione determina anche un mutamento dei rapporti umani e dell'evoluzione dell'"essere umano nell'era dell'iperconnessione". 


Oltre agli aspetti legati al divario digitale, alla protezione dei dati, alla conoscenza e molto altro ancora, Floridi affronta gli effetti sull'identità umana quando siamo perennemente collegati: "Nell'onlife si crea una tensione tra due poli: da un lato ciascuno di noi si sente come il protagonista di un film, pensa che al resto del mondo interessi l'infinita mole di informazioni private che condividiamo su Facebook; dall'altro scopriamo di essere un granello di sabbia insignificante, ai margini del mondo globale. Questa tensione tra centro e periferia l'onlife lo ha moltiplicato".

mercoledì 7 settembre 2016

Ritagli. Da Primavera Nera a Generazione Y, le 30 parole proibite negli sms dei cubani

(articolo pubblicato su la Repubblica)

Trenta parole proibite che se vengono scritte in un messaggio di testo dal cellulare (sms) impediscono che questo arrivi a destinazione. È quello che hanno scoperto, e denunciato, in un articolo su 14ymedio, il foglio digitale di Yoani Sànchez, un gruppo di dissidenti [ndr., leggi l'articolo su 14ymedio]. Fra le parole proibite c'è per esempio "democrazia", oppure "dittatura", "elezioni", "diritti umani" o "sciopero della fame" [ndr., leggi la lista delle parole su 14ymedio]. All'inizio il mancato arrivo a destinazione degli sms con parole proibite è stato attribuito al cattivo servizio di Ectesa, l'azienda telefonica di Cuba. Ma grazie a numerose prove svolte in tutta l'isola, i dissidenti sono arrivati alla conclusione che sui messaggi viene applicato un filtro dalla censura. E provando, hanno anche raccolto una lista di parole che bloccano automaticamente gli sms. 

Il filtro cubano è simile a quello applicato, a partire dal 2011, in Pakistan, dove le autorità stabilirono una lista di oltre 1600 parole proibite, sia in inglese che in urdu, che non potevano essere usate in messaggio via cellulare. In quel caso però la motivazione era religiosa e le parole vietate erano insulti o oscenità. "Un cubano invece scrive polemica nell'articolo la Sànchez - può raccontare un'orgia in un sms ma non può scriverci la parola democrazia". L'altra differenza con il Pakistan è la censura della censura. A Islamabad l'operazione "filtro" non era segreta, tutti sapevano che se avessero usato vocaboli vietati il loro messaggio sarebbe stato cancellato d'imperio. Il governo cubano invece lo ha fatto in gran segreto sperando forse che l'inconveniente fosse attribuito a problemi tecnici e non alla censura di Stato. 

Nel suo articolo la Sànchez ricorda che il governo cubano non è nuovo all'uso di forme di controllo sui cellulari. Durante la visita di Papa Ratzinger, per esempio, nel settembre del 2012, un centinaio di oppositori denunciarono che le loro utenze cellulari erano state sospese. Ed è di due anni fa la firma di un accordo di cooperazione tra Cuba e il regime cinese grazie al quale Pechino ha trasferito all'Avana la sua esperienza sulla vigilanza e la censura dei contenuti nel web.

Fra i termini bloccati ci sono anche "Primavera Negra", che si riferisce all'ultima grande repressione dei dissidenti nel marzo del 2003, o i nomi di alcuni degli oppositori più noti, come José Daniel Ferrer, Guillermo Farinas, la stessa Sànchez e "Damas de blanco", il movimento delle mogli dei prigionieri politici. Oppure riviste o movimenti di opposizione. Da "Cuba-net", sito online anticastrista, a "Todos Marchamos". Nonostante i passi avanti degli ultimi tempi, l'accesso a internet sull'isola di Raúl è ancora un privilegio riservato a pochi, solo nel 5% delle case cubane c'è una connessione web. Questo ha avuto l'effetto di potenziare moltissimo l'uso degli sms sui cellulari. 


È dal 2008 che i cubani hanno la possibilità di sottoscrivere liberamente un contratto per il cellulare e oggi sull'isola ce ne sono tre milioni, un terzo dei quali attivati nell'ultimo anno, nonostante il costo di una chiamata nazionale equivalga alla metà di quel che si guadagna in una giornata di lavoro. L'inchiesta di 14ymedio svela i dettagli di una nuova forma di censura ma da sempre è una abitudine dei cubani quella parlare di cose proibite attraverso allusioni e metafore. Ieri era "il cavallo" per Fidel Castro, oggi è "aspirina" per la pattuglia della polizia.
Omero Ciai

giovedì 1 settembre 2016

Webete, parola-virale che non ci fa fare bella figura

Se 'webete', il (presunto) neologismo inventato da Enrico Mentana, è diventato il tormentone di questa coda d'estate, arrivando a indurre persino l'Accademia della Crusca a twittare che "sicuramente potrebbe venire registrato nei vocabolari, se continuerete a usarlo", vuol dire che siamo messi proprio male. Già perchè webete è la versione 2.0 del 'decerebrato' in rete, di chi usa i social media per scrivere idiozie, alimentare complottismi, cavalcare populismi, esprimere sentimenti di intolleranza se non di razzismo. Insomma, l'ottusità e l'idiozia del Nuovo Millennio che si esprime nel 'bar dello sport' contemporaneo quali sono ambienti virtuali (ma non sempre virtuosi) come Facebook e Twitter.
 
"I social media - sosteneva Umberto Eco - danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività, e venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel". 
 
La storia è ormai nota. Il direttore del Tg La7 risponde su Facebook ad un utente che in un post polemizzava sul fatto che "i terroristi rifugiati" stanno "negli alberghi serviti e riveriti" mentre i terremotati "staranno nelle tende" a lungo. Risposta netta di Mentana: "Mi stavo giusto chiedendo se sarebbe spuntato fuori un altro così decerebrato da pensare e poi scrivere una simile idiozia. Lei è un webete".
 
Webete diventa fenomeno virale, viene candidato a parola dell'anno in pochi giorni sotterrando in un sol colpo il (non troppo) sotterraneo allarme lanciato da Mentana sul degrado sociale che avvelena i social (media). Per la cronaca, non possiamo considerarlo un vero e proprio neologismo, visto che una prima attestazione di webete risale al 1998 ma in gergo telematico per definire un "utente che considera Internet composta solamente dalla WWW" (fonte: xmau.com). Ma con Mentana, il webete cambia completamente significato, si trasforma in parola macedonia (web + ebete) e lascia il gergo specialistico e tecnico dove finora era esiliato nella ignoranza dei più. Anche questo, in fondo, è un segno dei tempi.