martedì 6 giugno 2017

Diego Cajelli: "Social media? Legioni di utenti che vivono una realtà parallela alla nostra"

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Verità o menzogna? Fake news e ruolo dei social media? "Da alcuni anni a questa parte la mia visione è decisamente critica, prima con la mia campagna contro le bufale di alcuni anni fa, poi con altre azioni e una serie di articoli critici. Manca completamente il lato di preparazione all’uso del web: un uso consapevole eviterebbe problemi", così Diego Cajelli, scrittore, sceneggiatore di fumetti, autore de "Il manuale illustrato dell'idiota digitale" (Panini Comics).

mercoledì 31 maggio 2017

Covfefe, il neologismo che non esiste

Il caso "covfefe" dovrebbe forse farci riflettere sul mondo dei social media e di come si possa creare un 'caso' su qualcosa che non esiste. E' certa superficialità che spesso viene imputata a Facebook o Twitter dove scorrono "fiumi di parole" sovente inutili. Ma è anche, potrebbero replicare altri, uno straordinario mezzo di comunicazione e propaganda che può cambiare la prospettiva su personaggi o eventi.

Ma partiamo dal principio. Il presidente americano Donald Trump twitta intorno alla mezzanotte americana (le sei del mattino in Italia) questo messaggio: «Despite the constant negative press covfefe» che in italiano suona più o meno "Nonostante la costante negativa 'covfefe' della stampa". Tweet enigmatico per la presenza di quel «covfefe» che non compare in alcun dizionario. Sul social media si scatena la corsa all'interpretazione. Per gran parte degli utenti Trump è caduto in un refuso: avrebbe in realtà voluto scrivere "coverage", parola che avrebbe reso il messaggio più chiaro e coerente con certa narrativa trumpiana non tenera verso il mondo dei media: «Nonostante la costante copertura negativa della stampa». Ma il tweet non viene cancellato o modificato e rimane in rete per diverse ore. Una strategia o una disattenzione?

Sta di fatto che il messaggio viene ritwittato da oltre 107.000 utenti e più di 35mila rispondono a Trump, molti con ironia, e "covfefe" diventa un trending topic mondiale, arrivando al primo posto tra gli hashtag più usati su Twitter a livello internazionale. Gif animate, meme, fotomontaggi, battute, giochi di parole: web e social media si scatenano. In Italia, in molti riesumano la 'supercàzzola' di Amici miei, quindi il trionfo del nonsense, la frase priva di senso logico.

Sta storia del #Covfefe è una supercazzola evidente: "Cosa facciamo con la Korea del nord?" "Prematuriamo una Covfefe come se fosse antani" (@JacketGuy1)

Altri invece notano l'evidente contraddizione tra realtà e futilità.


Non è colpa di #Trump se tutti dai media in giù fanno più attenzione a un tweet scritto male che ai suoi atti di governo #covfefe (@mazzettam)

Dopo sei ore di animata e partecipata discussione, Trump, alle sei del mattino ora di Washington, cancella il tweet. Ma, confermando il suo spirito da istrione, il presidente non manca di scherzare e cavalcare, a suo vantaggio, anche le prese in giro della Rete: "Chi può scoprire il vero significato di 'covfefe'? Divertitevi", scrive in un nuovo tweet. Se da un errore Trump ne possa ricavare un vantaggio in termini di simpatia, ciascuno può trarre le proprie conclusioni. Ma è già certo che da un errore, il non-neologismo "covfefe" si è già in qualche modo imposto.

L’australiana Abc titola che Trump "potrebbe aver inventato la parola dell’anno (anche se per errore)”, e il portale americano Fusion ha lanciato via Twitter un sondaggio sull’ipotetica pronuncia di covfefe. Con il 37% di voti su circa 38mila, la favorita per il momento è “Cov-Fee-Fee” (cov-fi-fi in italiano), con l’accento sulla seconda sillaba.

Su Urban Dictionary, il dizionario online che raccoglie le definizioni e i termini slang o giovanili, è già stata aggiunta una voce per il neologismo di Trump: secondo un utente, covfefe è "una parola usata per finire un tweet che non avrebbe mai dovuto essere cominciato".

E, forse come solo gli americani sanno fare, si è già scatenato lo sfruttamente commerciale dell'errore presidenziale. Sul web c’è già chi vende magliette, berretti, tazze e altri prodotti con la scritta "Covfefe", slogan del tycoon vengono riveduti e corretti (invece di "Make America great again" si legge "Make America covfefe again") e i più lesti come la comica Cristina Wong chi si è già assicurata il dominio covfefe.com

martedì 9 maggio 2017

Ritagli. Per dire che c'è la Maturità il ministero fa 59 premesse

(articolo pubblicato sul Corriere della Sera)


Visto... Visto... Visto... Visto... Visto... Visto... La ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli ha fatto il record: per dire in quale giorno e come sono convocati i prossimi esami di Maturità è riuscita a usare nell'alluvionale premessa 59 «visto...» e «vista...», più un «considerato» e due «ritenuto». E vai! Non c'è ministro del passato che possa reggere il confronto: tutti spazzati via. La ministra precedente Stefania Giannini, occorre dire, si era impegnata a fondo: 55 «visto...» e «vista...» nell'ordinanza per la maturità 2014. Per salire a 57 «visto...» e «vista...» nel 2015. E inerpicarsi infine a 58 «visto...» e «vista...» più un «considerato» nel 2016. Ma vuoi mettere l'exploit della attuale responsabile della scuole e dell'università? 

Battuto ogni primato qualche settimana fa nel burocratese politically correct coi testi dei decreti delegati (una frase per tutte: «Valutato, da parte del dirigente scolastico, l'interesse della bambina o del bambino, dell'alunna o dell'alunno, della studentessa o dello studente...») l'ex laureata non laureata (ahi ahi, quel curriculum vanitosetto...) lancia davvero un bel messaggio al mondo dei docenti e degli allievi: il mondo è dei burocrati, adeguatevi. 

Capiamoci, il burocratese non l'ha inventato lei. Né si tratta di un problema solo italiano. Basti ricordare «La piccola Dorrit» dove Charles Dickens ride del «Ministero delle Circonlocuzioni» che «come tutti sanno benissimo è il più importante di tutti» perché qualunque cosa si debba fare, subito interviene e, «avanzando in ciò tutte le altre pubbliche amministrazioni, trova i mezzi più acconci... per non farla». È un secolo e mezzo che l'impasto di burocrazia borbonica e burocrazia piemontese uscito dall'Unità scodella nel nostro smisurato paniere legislativo esempi di linguaggio demenziale. Dove i gatti randagi sono «atti» al «vagantismo felino», le biciclette sono «velocipedi con due o più ruote funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare», la «superficie di rotolamento della ruota deve essere cilindrica senza spigoli, sporgenze o discontinuità» (vietate le ruote quadrate), «la circolazione delle slitte» è ammessa «solo quando le strade sono ricoperte di ghiaccio o neve...» e la consulenza è un «supporto consulenziale». Fino ad esempi inarrivabili come l'«autocertificazione di esistenza in vita» che devono presentare i vivi dati per morti. Autocertificazione che esordisce con una cretinata stratosferica, in cui il sedicente vivo dichiara di essere «consapevole che in caso di dichiarazione mendace sarà punito...» Guai a lui, se è morto e lo nega. Verrà, come si dice, «tradotto in giudizio». Alla pari di Papa Formoso che dopo essere defunto da mesi, come racconta Gregorovius, fu «strappato al sepolcro in cui riposava», «abbigliato con i paramenti papali e messo a sedere su un trono nella sala del Concilio» per un macabro processo indetto dal successore. 

Ecco, la Fedeli è nella scia d'una storia così. Folle. Ma certo non ha neppure tentato di correggere l'andazzo. Tanto per capirci: la sua ordinanza per convocare gli esami di maturità è composta da 49 pagine per un totale di 23.285 parole. Quasi due volte e mezzo il Manifesto del Partito comunista di Engels e Marx. Per aprire il Concilio Ecumenico Vaticano II, a Giovanni XXIII ne bastarono 3.786: sei volte di meno. Quanto al diluvio di «visto», eccone un assaggio: «Visto il decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297...», «Vista la legge 15 marzo 1997, n. 59, recante delega...», « Vista la legge 10 dicembre 1997, n. 425, concernente...», « Visto il decreto-legge 1 settembre 2008, n. 137, convertito...», « Visto il decreto del Presidente della Repubblica 29 ottobre 2012, n. 263...» e via così, per sei pagine (sei pagine!) fitte fitte. 

Tutte ma proprio tutte assolutamente indispensabili? Ci permettiamo di dubitarne. Così come dubitiamo della bontà di passaggi come questo: «L'ammissione dei candidati esterni è subordinata al superamento dell'esame preliminare, di cui all'articolo 7 della presente ordinanza (legge 11 gennaio 2007, n. 1, articolo 1, capoverso articolo 2, comma 3; articolo 1-quinquies del decreto-legge 25 settembre 2009, n. 134, convertito con modificazioni dalla legge 24 novembre 2009, n. 167)». Si dirà: non sono testi per gli studenti ma per gli specialisti. Al massimo per i professori. Sarà... Ma una scuola che ai suoi massimi vertici scrive in questo modo ottusamente burocratico come può poi avere un linguaggio diverso nelle aule? Quando mai correggerà, una scuola così, un alunno convinto che l'uso di «attizio», «attergare», «obliterare», sia un segno di preparazione, diligenza, profondità culturale? 

Sono passati quasi quarant'anni da quando Stefano Gensini scrisse che «i programmi delle medie affermavano che il ragazzo doveva essere educato dapprima a scrivere in periodi “semplici e chiari”, poi sempre più “ampi e complessi”. Semplicità e chiarezza che altrove in Francia o Inghilterra sono segno di cultura elevata, severa e impegnata o brillante, da noi sono ritenute roba da scolaretti: una specie di infantilismo di cui liberarsi prima possibile». 


È cambiato qualcosa, da allora? In peggio. Ce lo dice la freschezza che hanno ancora le invettive antiche di Italo Calvino («dove trionfa l'antilingua — l'italiano di chi non sa dire “ho fatto” ma deve dire “ho effettuato” — la lingua viene uccisa») o di Tullio De Mauro. Che come scrisse Massimo Baldini sogghignava: «Vi sono persone che di fronte a un discorso chiaro rimangono completamente indifferenti ma se voi gli dite che “a livello di strutture profonde e di correlati sistemici neurologicamente saturati sussiste la necessitazione semiotica del condizionamento rematico del translinguistico”, a queste persone brillano gli occhi e vi guardano con entusiasmo, anche se non capiscono, anzi, proprio perché non capiscono». Del resto, come già spiegava Galileo Galilei, «parlare oscuramente lo sa fare ognuno, ma chiaro pochissimi». A partire dai burocrati del ministero dell'Istruzione...

giovedì 27 aprile 2017

Architetta, un timbro al femminile in nome della parità di genere

Architetta, la declinazione al femminile di architetto, non è più solo una questione di correttezza linguistica. Il Consiglio dell'Ordine degli Architetti di Bergamo ha infatti recentemente approvato una delibera che consente a chi lo richieda di ottenere il timbro professionale con la dicitura di "architetta", al femminile appunto. Fino a poche settimane fa, il timbro era disponibile solo al maschile.

E' una vittoria dell'architetta Silvia Vitali che insieme alle colleghe Francesca Perani e Mariacristina Brembilla aveva presentato la richiesta al proprio ordine professionale. "E' un atto - ha spiegato Vitali al Corriere della Sera, edizione di Bergamo - per fare emergere la figura professionale, solitamente nascosta nella grammatica". "È il primo caso in Italia - rilancia Perani - ma è una questione di cultura e di abitudine, come ci stiamo abituando alle parole 'sindaca' e 'assessora'".

Il tema da sempre divide linguisti, opinionisti e politici. Pochi mesi fa l'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva definito "abominevole pronunciare le parole sindaca e ministra" creando non poco disappunto nella Presidente della Camera, Laura Boldrini, da sempre paladina della declinazione al femminile delle cariche istituzionali.

Ma la 'battaglia' è solo apparentemente linguistica. In realtà, in ballo ci sono anche aspetti che investono il rapporto parità di genere e mondo del lavoro. A Bergamo, su 2.030 iscritti all'Ordine degli Architetti, 836 sono donne e 1.468 uomini. Le donne sono il 36%, eppure - spiega Perani - "in molti concorsi, la giuria è composta da 10 componenti, tutti uomini". 


Una tendenza confermata anche da altri dati nazionali. Una recente ricerca del Cresme evidenzia come nelle facoltà di architettura le studentesse sono oltre il 50% del totale, ma dopo gli studi solo tre donne su dieci si iscrivono all’Ordine. La difficoltà di conciliare lavoro e famiglia, politiche deboli su maternità e cure parentali: le cause sono molteplici.

Non sarà forse un timbro al femminile a produrre un cambiamento, ma che almeno faccia crescere la sensibilità!


Articolo pubblicato anche su Il Quotidiano del Lazio

martedì 18 aprile 2017

Raffaele Simone: "Italiano in declino? Colpa dei media digitali e dell'assenza di controllo"

L'uso spropositato e maniacale dei media digitali è la causa principale del processo di dealfabetizzazione in corso. Così il linguista Raffaele Simone ospite del Salvalingua.

"Italiano in declino? Colpa della cultura del mondo giovanile di oggi che è profondamente dealfabetizzante. I giovani sono travolti dai media digitali sui quali si scrive e si legge ma senza alcun controllo. Si scrivono un sacco di sciocchezze anche in forma ortograficamente sbagliate e nessuno interviene per correggere. La mancanza totale di controllo tipico della sfera mediatica ha degradato la qualità dell'italiano".

mercoledì 1 marzo 2017

Haters, i professionisti dell'odio del Terzo Millennio

"Dona un neurone a un haters", è il titolo dell'ironica campagna lanciata da Bebe Vio e Alessandro Cattelan. La campionessa paralimpica è stata vittima di insulti e minacce attraverso una pagina Facebook, ha denunciato i responsabili e ha invitato chi subisce la stessa sorte a fare come lei: uscire allo scoperto e smascherare gli haters.

Haters è un termine che si è diffuso anche fuori dai confini del mondo anglosassone quando ha assunto una nuova connotazione, andando a definire quegli utenti dei social media che professano un odio costante e generalizzato. 


Rabbia e odio che scatenano per qualsiasi cosa e contro chiunque senza una ragione particolare, infestano il web e scelgono l’anonimato o falsi profili, non conoscono pace e misericordia, partecipano alle discussioni con commenti violenti, spesso prendendo di mira personaggi pubblici: Arisa, Laura Boldrini, Riccardo Montolivo, Selvaggia Lucarelli, Michelle Hunziker e Aurora Ramazzotti. E ora Bebe Vio. 

Il cyberbullismo impazza sul web, Facebook (ma non solo) è il luogo privilegiato e le vittime aumentano. Le paure del Terzo Millennio si evolvono, i luoghi dell'odio cambiano e si moltiplicano.

Pubblicato su Il Quotidiano del Lazio

martedì 24 gennaio 2017

Cesati: "Il beccalibri? Un lettore superficiale. Una parola nel dimenticatoio"

Nella rincorsa ai neologismi, spesso si trascura quel ricco bagaglio di parole del nostro vocabolario che fanno parte di una tradizione culturale oltre che linguistica. Parole spesso perdute, perchè non più usate e di cui a volte se ne ignora persino il significato. In cima a questa lista: beccalibri, fanfaluca, garrire.

"Sono parole cadute in disuso che abbiamo raccolto insieme a tante altre in un dizionario dove oggi risiedono i tremila termini a basso uso letterario e considerati obsoleti. Il beccalibri? Un lettore superficiale, purtroppo quasi tutti i lettori di oggi che leggono con superficialità e spesso dimenticano. Ma di questi tempi, è già tanto che si legga!", così Franco Cesati, editore de "Il dimenticatoio - dizionario delle parole perdute".

martedì 17 gennaio 2017

Marazzini: "Italiano una lingua in estinzione? Una falsa profezia"

"Nel 2300 l’italiano sarà sparito e si parlerà solo l'inglese, è un gioco che ho voluto fare in occasione di una recente conferenza per dimostrare come certe profezie, nella lingua come in altri campi, sono facili da smontare. Esiste la possibilità di prevedere tendenze generali ma poi c'è l'imprevedibilità che interviene". Cosi Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca e professore di Storia della lingua italiana all’Università del Piemonte Orientale.

Invasione dei forestierismi, la morte del congiuntivo, la parità di genere linguistica, alcuni dei temi affrontati durante l'intervista.



martedì 10 gennaio 2017

"A me mi piace e la morte del congiuntivo? Problemi esagerati"


"A me mi piace? la morte del congiuntivo? Problemi esagerati di cui si ha una percezione più grande di quel che è in realtà. Possiamo dire che la nostra lingua non è minacciata in modo irreparabile", così Mirko Volpi, ricercatore di Linguistica italiana all'Università di Pavia.

"Ad esempio, sulla morte del congiuntivo, c'è l'idea che il prezioso modo verbale sia in affanno, in pericolo o addirittura scomparso. Ma l'uso del congiuntivo parrebbe sostanzialmente tenere soprattutto in determinate costruzioni. E anche in testi, come quelli delle canzoni, più popolari. Lo dimostrano studi di autorevoli linguisti. Certo, se poi prendiamo gli sfrondoni di politici e calciatori, potremmo stilarne un lungo elenco".

"Il dibattito sulla lingua? La storia dell'Italia e dell'italiano è costellata da scontri e dispute accesissime e le potenzialità del mezzo telematico ha accentuato questa propensione. Ma che vi sia un interesse e una partecipazione anche di vaste fasce di popolazione al dibattito sulle sorti dell'italiano e su questioni ortografiche, è segno di grande vitalità".